lunedì 31 ottobre 2011

CARO DIARIO


Dal diario di un cane:
8:00 - Cibo ! La mia cosa preferita !
9:30 - Un giro in macchina ! La mia cosa preferita !
9:40 - A spasso nel parco ! La mia cosa preferita !
...
... ... 10:30 - Coccole ! La mia cosa preferita !
12:00 - Pranzo ! La mia cosa preferita !
13:00 - Giochi in giardino! La mia cosa preferita !
15:00 - Scondizolo ! La mia cosa preferita !
17:00 - Merenda ! La mia cosa preferita !
19:00 - Si gioca a palla ! La mia cosa preferita !
20:00 - Wow! Guardo la tv con i mamma e papà ! La mia cosa preferita !
23:00 - A nanna nella cuccia ! La mia cosa preferita !

Dal diario di un gatto :
Giorno di prigionia numero 983.
I miei guardiani continuano a prendermi per il c*lo con dei piccoli oggetti ciondolanti.
L'unica cosa che mi aiuta ad andare avanti è il mio sogno di scappare. Nel tentativo di disgustarli, vomito ancora sul tappeto.
Oggi ho decapitato un topo e ho gettato il corpo senza testa ai loro piedi. Speravo che ciò li terrorizzasse, perchè è la prova di cosa son capace di fare. Comunque, hanno fatto un piccolo commento su che "bravo piccolo cacciatore" io sia. Bastardi.
Oggi son quasi riuscito ad assassinare uno dei miei tormentatori passandogli in mezzo ai piedi mentre camminava. Devo riprovarci domani, però in cima alle scale.
Sono convinto che gli altri prigionieri siano lecchini e spie. Il cane ha sempre dei privilegi speciali. Viene regolarmente rilasciato, e sembra pure che voglia tornare. Ovviamente è un ritardato.
L'uccellino dev'essere un informatore. Lo osservo mentre comunica con le guardie regolarmente. Son sicuro che riferisce ogni mia singola mossa. I miei guardiani l'hanno messo in custodia protettiva in una cella in alto, così è al sicuro, per ora... Vi terrò aggiornati.
 
 
Vorrei essere io l'autore di questo testo ironico e tagliente.
Invece mi sono solo limitato a rubarlo dalla pagina FB di mia sorella Grace.
Sono un gattaro convinto...ribelle e rompiballe...e la visione della realtà proposta dai due sguardi (cagnesco e gattesco) mi ha fatto ridere alla grande.
Ma quanto è vero...quanto...
 
ALIAS

L'IMPORTANTE E' FINIRE


Ieri è finita l'estate.
E' finita la mia stagione.
E per "stagione" non intendo la stagione estiva che va da giugno a settembre, no, troppo semplice: intendo la stagione lavorativa in ristorante che parte con i primi giorni di aprile e termina languidamente verso la fine di ottobre.
Ieri ho svolto il mio ultimo servizio all'ora di pranzo e alle 16 ero già libero.
Libero con in una mano la busta con le divise, le scarpe, le cinghie, i ricordi, i pensieri, i progetti, i silenzi e i saluti e nell'altra la busta con i contenitori alimentari con dentro gli antipasti avanzati che ci siamo divisi tra il personale.
C'è chi ha preso anche il pane, le verdure, le cozze, il pesce, il formaggio, il lardo e tanto altro...io mi sono limitato a due vaschette di antipasto di mare.

N.B.- una cena improvvisata con 4 amici ha risolto il problema dell'eccedenza di cibo!

Quindi sono libero.
E già!
Libero con il cuore confuso e in subbuglio.
Alla fine di un periodo così complesso, faticoso e articolato, mi ritrovo sempre un po' orfano: qualcosa la lasci sempre tra quei tavoli maledetti.

Non so cosa farò...come e quando...la vita si agita alla fine di un tunnel lungo e tenebroso...e io devo solo trovare il coraggio di percorrerlo tutto per tornare a rivedere la luce.

E' stata una stagione diversa.
In fondo le stagioni sono tutte uguali solo in apparenza.
Ma questa volta - questa volta - mi sono lasciato andare...mi sono liberato di certi freni e di certe paure...e ho lasciato fluire la mia follia senza più paura di giudizi e condanne.
Con l'età si impara a camminare con più leggerezza.
E a volte si vola.

ALIAS

domenica 30 ottobre 2011

SONO ANDATI TUTTI VIA















"Sono sempre stato attratto dall’abbandono, dalla decadenza, dalla bellezza che alcuni luoghi abbandonati custodiscono. Dalle testimonianze del passaggio dell’uomo e da come questi posti, una volta abbandonati, sembrano evolvere. Come se una volta lasciati soli vivano di vita propria.Per questo ho iniziato, da un paio d’anni, a frequentare questi posti, ritraendoli cercando di fare emergere la loro bellezza e le sensazioni che sono capaci di darmi. Ospedali psichiatrici, sanatori, alberghi, fabbriche e altro.
Alcuni di questi scatti fanno parte di una mostra che ho realizzato dal titolo “Sono andati via tutti”, che è diventato il titolo del mio progetto, ancora in corso."

Giuseppe Rinella, fotografo milanese di 31 anni.
Fotografo per passione e non per professione.
Guardando le sue foto non ho potuto non pensare a tutti i luoghi abbandonati che mi è capitato di visitare quando mi lanciavo in perlustrazioni pericolose con gli amichetti dell'infanzia.
Muri scrostati, stanze dimenticate, sedie sfondate, icone religiose, quaderni gonfi di umidità, scarpe spaiate, piatti e bicchieri rotti, finestre cieche...tutto un mondo segreto che si svelava solo davanti ai nostri occhi avidi di misteri e mappe del tesoro.
Una botola di un pozzo poteva trasformarsi nella tana di un mostro, una passerella di cemento diventare una porta dimensionale aperta su un nuovo mondo.
Sono ricordi...e profumi...e io li sento tutti...ancora oggi.

ALIAS

giovedì 27 ottobre 2011

IO SCRIVO PERCHE'...


Io scrivo perché non so giocare a calcio.
Io scrivo perché non amo il bricolage.
Io scrivo perché sono una frana con tutti i lavori che richiedono un minimo di manualità.
Io scrivo perché non mi sono mai incantato davanti alla Playstation.
Io scrivo perché mi annoio con i cruciverba e i puzzle.
Io scrivo perché non faccio sport.
Io scrivo perché non fumo.
Io scrivo perché non ho il pollice verde.
Io scrivo per sentirmi felice.
Io scrivo perché non ho un cane da portare in giro.
Io scrivo perché odio guidare.
Io scrivo perché sono una schiappa a biliardino.
Io scrivo perché sono pigro.
Io scrivo perché sono nato storto.
Io scrivo perché non ho la faccia di Brad Pitt.
Io scrivo perché non so come occupare il mio tempo libero.
Io scrivo perché è più forte di me.
Io scrivo perché amo la carta e mi perdo tra gli scaffali delle librerie.
Io scrivo perché le voci mi parlano dentro la testa.
Io scrivo perché sono strano.
Io scrivo perché sono un orso solitario.
Io scrivo perché adoro leggere.
Io scrivo perché credo nei passaggi segreti.
Io scrivo perché cerco un senso.
Io scrivo per fare i conti con il passato.
Io scrivo per inventarmi il futuro.
Io scrivo per ingannare il presente.
Io scrivo perché non mi drogo.
Io scrivo perché mi piace il vino.
Io scrivo per fare una cosa che mia madre non capisce.
Io scrivo perché non sono mai stato il figlio che mio padre sognava.
Io scrivo per farmi compagnia.
Io scrivo perchè non posso farne a meno.
Io scrivo perché mi sento bambino.
Io scrivo perché credo ai fantasmi.
Io scrivo perché non so fare altro.
IO SCRIVO PERCHE' SOGNO.

P.S.- e il mio sogno è vedere il mio libro sullo scaffale di una libreria.


ALIAS

martedì 25 ottobre 2011

CI VUOLE PAZIENZA



Il valore di un cammino, l'importanza di un traguardo raggiunto, la felicità per una meta conquistata, possono variare parecchio da persona a persona.
Dipende molto da cosa proiettiamo su quel traguardo, su quella meta, su quel cammino intrapreso in un giorno che si ricorda a fatica.
Ho scritto un romanzo.
Bene.
Ho partecipato a un torneo letterario.
Benissimo.
Siamo partiti in 1200 e siamo arrivati in 30.
Benissimo all'ennesima potenza.
E ora (ieri notte per l'esattezza) scopro che non ho vinto la pubblicazione cartacea (sarebbe stato chiedere troppo) bensì la pubblicazione del romanzo in formato e-book.
Ho dormito malissimo e mi sono svegliato alle 6 del mattino con un umore ballerino.
Ora, dopo aver pensato bene a quello che mi è capitato e aver parlato con qualche amico sincero, ho spedito l'email per la conferma del contratto.
E' un traguardo anche questo.
Il primo passo importante per me.
E allora me lo godo tutto questo momento speciale, anche con un vago e persistente retrogusto dolce/amaro che mi secca la lingua.
Me lo godo tutto e non penso al libro che avrei voluto stringere tra le mani.
Ci sarà "solo" un file da comprare su internet e scaricare sul proprio pc.

Rimane solo un piccolo, insignificante problema: mi dite come spiego a mia madre e alle mie zie che cos'è un ebook?

ALIAS

sabato 22 ottobre 2011

RIVOLUZIONE


Le rivoluzioni non sono mai pulite.
Non passano mai per giustizia, carità e perdono.
Puzzano di sangue, miseria, merda e paura.
Le rivoluzioni hanno una pessima risoluzione.
La verità è uno tsunami di pixel che confondono il giudizio e il pensiero.
Le rivoluzioni non conoscono i sorrisi e i fiori.
Ignorano le lacrime e le mani tese.

Io non sono felice della fine di Gheddafi.
Io non sono rasserenato dall'immagine del suo visto spaventato, ricoperto di sangue, con i capelli scarmigliati.
No, non lo sono per niente.
E ancora meno lo sono dalle terribili immagini del suo corpo inerme, del suo viso spento, del foro aperto sulla tempia da un colpo di pistola, dalla gioia dei ribelli che irridono il cadavere e scattano foto ricordo con i telefonini.
Mi provocano ribrezzo le scene dei ribelli-turisti che entrano nella cella frigorifera dove è stato sistemato il cadavere per scattare foto e girare filmini delle ferite, del volto, del corpo martoriato.
Ci vedo una barbarie che non ha nulla di meno della barbarie che dovrebbe cancellare.

Un ditattore che ha ucciso, torturato, umiliato il suo popolo.
Un tiranno osannato dalle potenze mondiali per il petrolio e gli accordi commerciali.
Un assassino che è stato accolto come un grande uomo e un sublime pensatore.
Primi ministri che hanno baciato le mani a un uomo che ha comprato azioni della Fiat e di molto altro.
Circo, opportunismo e servilismo.
C'è stato di tutto. Lo so. Ne sono consapevole.
E alla fine, l'arrivo di una morte tragica e violenta, non dovrebbe stupire nessuno.
Fa parte delle regole del "gioco".
Eppure...

Non so che sarà della Libia...ma l'inizio è pessimo...vomitevole...
Un grande fratello che riduce tutto a sporca macelleria.

Pessima risoluzione...pessimo epilogo di una rivoluzione che cercava la sua primavera e ha solo trovato un terribile autunno.

ALIAS

mercoledì 19 ottobre 2011

UNA STRISCIA DI BAVA



LA MIA FOTO DI COPERTINA


Ieri ho iniziato a scrivere il mio nuovo romanzo.
L'idea mi girava da tempo in testa e dovevo solo trovare l'occasione, la tranquillità e il modo per iniziare a lavorarci sopra.
Ho scritto le prime due pagine tra un lavaggio di piatti e la preparazione di una cena per un amico che è venuto a trovarmi.
Un'oretta scarsa: ma conta aver rotto il ghiaccio!
Tutto il resto seguirà.
Mi sono messo in testa alcune regole base.
Una scrittura più asciutta, coincisa ed essenziale.
Uno stile più poetico e onirico.
Un'atmosfera più ironica e imprevedibile.
Come riuscirò a far combaciare tutte queste cose?
Non lo so.
Sul campo non sempre (per non dire "quasi mai") fila tutto liscio come puoi averlo pensato nella solitudine della tua mente.

Mi auguro buona fortuna e buon lavoro da solo.
Vorrei essere bravo come Simenon che in 10 giorni, o giù di lì, scriveva un intero romanzo.
Io spero di cavarmela con 5 mesi di lavoro.

Parlando di libri...ho trovato questa foto girovagando su internet e ho subito pensato che sarebbe stata perfetta per la copertina del mio romanzo.
Parlo del romanzo arrivato finalista al Torneo di "IoScrittore".
Non posso rivelare ancora il titolo dell'opera, però, con un po' di fantasia, si può capire quale sia il titolo più armonizzabile all'immagine scelta.
Oppure no?

Più la guardo e più mi piace.

Provate a indovinare il titolo leggendo l'elenco delle opere finaliste.
Chi sa...ovviamente...eviti di rispondere.
eheheheh...

1943
30 kg
A che ora muori?
American Killer. Storia di un'assassina americana
Ars construendi
Asia e i suoi fratelli
I bambini osservano muti le giostre dei grandi
Il canto della balena
Cate-io
Chiamatemi Gio
Dannati giovani dannati
Diversamente
Funghi
Hedge Fund
L'illusione
Interno 11
La legge del feudo
Linee ardenti tra l'Abruzzo e la luna
Nebbia sull'Arno
Nebbie
La nostra Africa: cronache di viaggio di un medico Euroafricano
La notte dei Trasteverins
Le ombre azzurre
Un posto molto lontano da qui
Una quotidiana guerra (o Atterraggio in Pazzistan)
Lo sguardo di Giacometta
Speculum
L'ultima spiaggia delle anime
Vado a la Merica
Vico Pensiero

ALIAS

martedì 18 ottobre 2011

A ME GLI OCCHI!


Domenica scorsa, mentre servivo in ristorante durante l'ora di pranzo, mi è capitata una cosa che mi ha un po' sorpreso, un po' imbarazzato e un po' scombussolato.
Quando lavori a contatto con le persone possono capitare tanti piccoli equivoci, incidenti, incomprensioni: la comunicazione verbale non è sempre perfetta e si scivola facilmente nell'incomprensione.
Ma quando sono gli occhi a tradirti...be', allora le cose si complicano.

Durante il servizio (era una bellissima giornata e c'era un bel movimento di turisti e di locali che volevano passare la domenica mattina mangiando sereni in ristorante) è entrata una coppia che aveva prenotato un tavolo: un uomo di mezza età tracagnotto e pelato e una donna sui 35 anni con i capelli neri, lisci, di media lunghezza e un viso vagamente orientale.
Sono vestiti in modo informale: jeans, camicia e maglioncino.
La signora, quando porto i menù, mi chiede cosa c'è di buono oggi: rispondo che tutto quello che troverà nel menù è buono; dipende dai gusti.
Mi sorride e inizia a leggere.
(Precisazione: nel nostro ristorante non c'è un piatto del giorno, il menù, molto ricco e articolato, è sempre quello. Al massimo cambia quando si decidono i piatti per la nuova stagione, prima di stampare i menù dal tipografo: dopo questo summit culinario tra chef e proprietari, non si cambia più per tutto l'anno. Sono scelte aziendali!).
Guardando la signora noto che c'è qualcosa nel modo di fare e nel look che mi ricorda certe ragazze lesbiche che mi è capitato di conoscere in passato.
Ordinano un piatto di spaghetti alle vongole e un fritto misto per due.
Porto da bere (vino e acqua) e continuo a servire gli altri tavoli, preso dalla frenesia del lavoro.
Quando arriva il momento di portare gli spaghetti alla coppia rispondo allo squillo del campanello io (in ristorante non abbiamo i ranghi) e prendo i piatti uno per mano, uscendo dalla porta basculante e dirigendomi sicuro verso il tavolo della coppia curiosa.
"Ecco i suoi spaghetti, signora", dico sorridente, e lei ribatte all'istante: "Signore prego!"
Poso il piatto sul tavolo senza reagire e servo anche l'altro commensale che trattiene a stento una risatina divertita.
Vado via senza aggiungere una parola.
"Ma porc...zozza...cazz...ma perché non mi tappo quel cesso di bocca che mi ritrovo? Non potevo posare il piatto ed evitare di condire il tutto con una frase inutile?"
Continuo a lavorare e più guardo/spio/sbircio la signora/signore e più mi sembra strano che i miei occhi possano avermi tradito.
Continuo a vederla come una donna, mascolina, androgina forse, ma donna.
Il signore è chiaramente talassemico e a mia discolpa mi consolo dicendomi che il suo viso vagamente orientale, liscio, senza tratti evidenti e segni di peluria, poteva trarre in inganno chiunque.
Racconto l'episodio in cucina e il lavapiatti, che dalla porta può vedere il tavolo in questione, mi conforta dicendomi: "E' un uomo? Ma sei sicuro? Ero certo anche io che si trattasse di una donna...un po' bruttina, ma donna".

L'episodio mi ha colpito moltissimo.
Ho pensato a quanto il nostro aspetto, la nostra apparenza possano condizionare la percezione che il mondo ha di noi.
Avrei voluto scusarmi con il signore ma ho capito che non era il caso: potevo solo peggiorare la situazione.
Gli ho servito caffè e dessert senza dire niente.
Come se niente fosse.
Alla fine mi hanno lasciato anche 2 euro di mancia.
Forse hanno sorriso del piccolo equivoco.
Forse.

ALIAS