giovedì 27 febbraio 2014

LA MIA MALEDIZIONE di ALESSANDRO DE ROMA


Questo sera mi sono recato in una libreria di Alghero per la presentazione dell'ultimo romanzo di Alessandro De Roma e ho scoperto che ero in anticipo solo di un mese esatto sulla data effettiva. Se volevo una prova sul mio esaurimento ora l'ho avuta!
Benissimo: quindi la mia corsa per finire il libro entro le 18 non è servita a niente. O forse no, forse è servita lo stesso a qualcosa; mi sono tuffato tra le pagine e mi sono arrampicato tra i rami degli alberi, nonostante il peso degli anni, la stanchezza, le disillusioni. 
Novello Tarzan ho rivissuto la mia giovinezza, i suoi ardori e i suoi silenzi, e ho cercato nei ricordi molti fantasmi del mio passato. 
Finito il libro, chiusa la pagina, ho provato una pena indicibile, una sottile angoscia che mi ha lasciato inquieto e pensieroso sul bordo delle cose che non ho mai avuto il coraggio di fare davvero mie.
Sì, perché la storia di De Roma parla di solitudine, di crudeltà, di vendetta e di redenzione. Racconta un'amicizia impossibile e la tagliuzza con precisione, svelandoci tutto il nero che può corrompere le nostre stupide azioni. 
Una telefonata mai fatta. Una mano mai davvero accolta. Un corpo rifiutato per noia e supponenza. Quante volte carnefici e quante volte vittime?
Leggendo "LA MIA MALEDIZIONE" ho pensato più di una volta a un altro romanzo che ho amato molto in gioventù: "I turbamenti del giovane Torless" di Robert Musil, e in Pasquale Cosseddu, chiamato da tutti "La fogna", ho riconosciuto la dolce sottomissione di Basini, umiliato e abusato nel ventre della stanza rossa. 
De Roma racconta la storia monocromatica di Emilio Corona, un personaggio negativo che non fa nulla per farsi amare e, nonostante questo, riesce a farci sentire parte del suo gioco al massacro. 
Quanto di noi c'è in lui? 
Quanti di noi sono capaci di scendere così in basso senza provare particolari rimorsi? 
In questo romanzo c'è una Sardegna diversa da quella che ti aspetti... c'è una luce, uno sguardo, una mano capace di accarezzare e distruggere. E tutto questo lo fa con tocco lieve e preciso. Un bisturi che taglia e seziona. Viscere esposte. Puzza e indifferenza. 
So bene di non raccontare nulla di tutto quello che c'è dentro le 160 pagine di questo romanzo meraviglioso: ma se cercate una trama particolareggiata, un motivo per comprarlo e farlo vostro, allora entrate nella rete e troverete sicuramente la vostra fonte feconda.

"Ed era davvero un peccato che noi uomini non fossimo in tutto e per tutto come gli alberi, nudi e chiari fin nelle radici..."

mercoledì 26 febbraio 2014

COSA FARÒ DA GRANDE?


In questo ultimo anno, esattamente da quando è stato pubblicato il mio primo romanzo, mi sono sentito chiedere diverse volte, da amici, conoscenti o lettori, se nella mia vita è cambiato qualcosa. 

Questa domanda nasconde diverse sotto-domande del tipo: ora ti senti uno scrittore?; ora guadagni molto?; quando pubblicherai il prossimo libro?
E io ho sempre risposto: no; per nulla; non si sa.
E davanti all'incertezza e ai dubbi restano sempre un po' delusi, quasi traditi dalla tua prudenza eccessiva.

Scrivo da anni, lo faccio per passione, per nevrosi, per fare qualcosa di bello, per coccolarmi, perché mi piace viaggiare con la mente, perché un solo amico invisibile non mi è mai bastato, per solitudine, per rabbia, per scommessa, perché è sempre meglio che drogarsi con pasticche e polverine, perché la bottiglia non mi aiutava più, perché sono stato un bravo bambino e un pessimo studente, perché mio padre diceva che scrivere non porta bene e fa perdere tempo, perché il sesso dura molto meno, perché mi hanno rovinato i Duran Duran e Candy Candy, perché scrive anche Iva Zanicchi ma si può aspirare a Philip Roth, perché la maestra ha creduto in me e mi ha invogliato a continuare, perché la prima ragazzina mi ha spezzato il cuore e io non ho più accettato cerotti e bende da nessuno per ricomporlo, perché amo sudare, perché adoro il profumo della carta, perché i NO mi fanno bene, perché la mia linea del destino è lunga e tormentata...

Scrivo per tutte questo cose e molte altre... vere e false, uniche e opposte... e soprattutto scrivo per tenermi compagnia.
Le storie sono un'ottima balia: non rompono, non russano, non chiedono giorni di permesso, ti svuotano il vasino senza protestare e ti lasciano in pace quando hai le palle che girano così veloci da fare vento ai pensieri più neri.
Ecco perché la pubblicazione è un caso fortuito, un incidente di percorso, un incontro di sensi che potrebbe non ripetersi mai più.
No; per nulla; non si sa.
L'equazione è semplice.

Le sirene sono tante... le bugie e i sorrisi falsi pure... prendi la tua piccola dose di veleno e impara a renderti immune.
Si scrive perché non si può fare altrimenti.
Tutto il resto è un inciampo occasionale.

venerdì 21 febbraio 2014

UN GIORNO QUALUNQUE SU QUESTA TERRA


Oggi, attraversando il piccolo parco al centro della mia città, ho visto due donne piangere.
Se ne stavano sedute in una panchina: capelli biondi - corti sulla nuca e cotonati nella parte alta -, jeans, maglione, giubbotto impermeabile e una busta di plastica vicino alle gambe. 
Parlavano al cellulare con qualcuno in una lingua che ho sentito tante volte passando lungo questi viottoli. 

Oggi, giovedì, è il loro giorno di riposo. 
Si riuniscono sempre qui. Parlano, ridono, si raccontano mille cose e mangiano insieme in allegria e complicità. 
Sedute sulle panchine o sul prato con un telo aperto sull'erba. 
Sempre, ogni settimana, di giovedì. 
Gli altri giorni le vedo ancora qui; portano a spasso vecchietti, malati o spingono delle carrozzine. Pazienti, silenziose, materne. 
Mi colpiscono con i loro volti tondi e rubicondi.
Con i loro occhi chiari che mi fanno pensare a cieli lontanissimi. 
Con le loro mani ruvide e screpolate.

Oggi, giovedì, due di loro piangevano come bambine spaventate pensando alle loro case, ai loro affetti, alla loro terra.
Oggi. 
Un giovedì qualunque sputato su questa Terra.

lunedì 17 febbraio 2014

LA STELLA DI PIETRA di MARCO BUTICCHI


Il mio incontro con lo scrittore Marco Buticchi è stato intenso e particolare.
Quando ho ricevuto la telefonata di Elia e, con voce sorniona, mi ha chiesto se mi andava di presentare l'ultimo libro di Buticchi, sono stato vittima di un attimo di sano terrore. 
Conoscevo l'autore ovviamente, ma della sua opera non avevo letto una sola riga. 
Elia mi dice, passa a prendere il libro, lo leggi e poi decidi. E così ho fatto: ho preso il libro, sono tornato a casa, mi sono seduto e ho iniziato a leggere. Già a pagina 30 la trappola era scattata e io, come un bel topolino grassoccio che ambisce al pezzo di formaggio, potevo solo arrendermi alla magia della storia. 
Richiamo Elia e accetto la sfida. Perché per me è stata subito una sfida: fare la prima presentazione da "presentatore" (mi sento molto Baudo e la Clerici in questo momento!) con un autore che non conosco e con un genere che non è tra i miei preferiti, beh... caspita, se non è una sfida questa, forse lo può essere solo una lotta a mani nude contro tre Samurai armati fino ai denti!
Ho letto il romanzo e ho preso appunti, ho fatto ricerche su internet per scoprire ancora più cose su tanti argomenti che venivano toccati nella storia e, così facendo, l'immersione nel mondo di Michelangelo Buonarroti è stata ancora più ricca e profonda; così come è stata avvolgente e angosciante la lettura della parte ambientata nella seconda metà degli anni '80. E quindi le Brigate Rosse, il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro, l'omicidio del professore Ezio Tarantelli a La Sapienza di Roma, il lodo Moro, i dubbi, i misteri, le connivenze con i servizi segreti, deviati o meno... quante cose ancora non conosciamo di quella brutta storia? Quante zone d'ombra continuano a nascondere la luce e la verità? 

Marco Buticchi racconta e immagina una storia, lo fa basandosi su documenti reali, storici (che inserisce alla fine del volume) ma come ogni bravo romanziere - o scrittore di romanzi d'avventura - imbastisce una sua idea, una sua teoria che parte dalle statue e i dipinti di Michelangelo, per arrivare al cuore nero di un Italia ferita, dolorante e in stato d'assedio. 
Non vi racconto nulla della trama. Rivelerei cose che si devono scoprire solo leggendo il libro. Posso solo dire che ho amato in modo particolare la parte dedicata al Rinascimento e alle gesta di un genio eccelso come Michelangelo. La parte "moderna", invece, ha risvegliato in me ricordi e sensazioni che avevo rimosso. Quando Moro fu rapito avevo 10 anni, e quella mattina appendevo il mio cappotto negli attaccapanni lungo il corridoio della mia scuola elementare di San Giuseppe. 
Mi ricordo la maestra che arrivò con le lacrime agli occhi e parlando con una collega disse: "Hanno rapito Moro, mio Dio!". Io sapevo chi era Moro, sapevo che era un uomo importante e che governava l'Italia. Lo vedevo alla TV, a volte, durante la cena, mentre i miei guardavano il tg. Quel giorno mi sembrò quasi, guardando la paura e il dolore negli occhi della mia maestra - sempre composta, elegante e sorridente - che dei diavoli rossi avessero osato rapire Padre Pio: un'ipotesi impossibile da immaginare o da pensare. Un'ipotesi assurda.

L'incontro in libreria è andato bene. Non mi sono bloccato davanti alla gente e sono riuscito a portare avanti la presentazione senza problemi, anche grazie a un autore con una grande capacità di raccontare storie e aneddoti. 
Il pubblico ascoltava con interesse e non ho mai avuto la sensazione che quell'attenzione calasse o si perdesse.
L'indomani, sempre con lo staff della libreria Cyrano, abbiamo incontrato i detenuti del carcere di Alghero.
Anche questa esperienza è stata molto forte e ricca di belle sfumature. Marco Buticchi, particolarmente sensibile e vicino alle problematiche del carcere, ha parlato di scrittura, di fantasia e di storia... e i detenuti hanno ascoltato, hanno fatto domande, tutti curiosi e vogliosi di capire qualcosa di più. In una biblioteca con 6 mila volumi, un palco e uno schermo per proiettare i film... e loro, i loro volti, i loro sorrisi, la loro voglia di entrare in contatto con il mondo di fuori. Tutto molto forte e intenso. Alla fine dell'incontro, tutti, nessuno escluso, si sono avvicinati e ci hanno stretto la mano sorridendo. Molti giovani... mi ricordo due volti in particolare. Un ragazzo rumeno che si sta per laureare in Economia e ha posto diverse domande allo scrittore - ci è scappata quasi una promessa di assunzione nello stabilimento balneare di Buticchi - , e un ragazzo con dei profondi occhi scuri che ha taciuto per tutta la presentazione, ma si è avvicinato alla fine dell'incontro per salutarci e dirci: "Grazie di essere venuti!" 
Ci siamo sfiorati soltanto per un'ora con tutte quelle facce e quelle storie... ma per il sottoscritto - e non solo -  è stata un'ora unica, speciale.

Grazie a Elia che mi ha voluto sfidare.
Grazie a Marco Buticchi che mi ha regalato il piacere e la gioia di conoscerlo e presentarlo.
Grazie a chi è venuto ad ascoltarci.
Grazie ai ragazzi del carcere di Alghero e la direttrice.
Grazie al sole che ci ha baciato in fronte.

domenica 9 febbraio 2014

ARRESO


E tu
sei lontano
dietro la curva 
quella che nasconde il mare
La mano aperta
per guardare in controluce il sangue che scorre
le vene sottili
questi viottoli misteriosi
intasati di ricordi e riflessi
Sei qui
nel gioco pericoloso
dei saggi bilanciamenti
Un passo avanti
e un passo indietro
Traguardi
lavoro
salute
amore
sesso
delusioni
progetti
sudore
ansia
colore
E tu
che ritorni quando meno ti aspetto
Un sorriso
due gambe veloci
odore di bruciato
vino bianco 
dimenticato
madre fotocopia
condensa di pensieri
 una Panda scassata
antifurto
pietre lucenti di un'isola incantata
Mi hai chiesto
di esserti fratello
e io 
io mi sono arreso
al richiamo delle stelle
Tutte unite
lassù
per cantare te

lunedì 3 febbraio 2014

DOVE SONO?


Dai racconti di mia zia Graziella, ho scoperto che quando ero piccolo, immagino intorno ai 3-4 anni, e andavo a trovare mia nonna Vittoria, avevo la curiosa abitudine di nascondermi dentro l'armadio nella grande camera da letto dove dormiva la nonna. Lasciavo l'anta aperta e chiedevo a tutti di cercarmi. 
Ovviamente tutti sapevano dove mi infilavo per sparire agli occhi del mondo, ma, tutte le volte, trattenendo le risate, fingevano di cercarmi ovunque, per trovarmi, poi, solo alla fine di una estenuante ricerca; ed io, immancabilmente, gridavo per la gioia, mai sazio di quel gioco senza limiti di tempo, sempre capace di sorprendermi e riportarmi sul luogo del misfatto ancora una volta. 

I bambini piccoli sono così. Chiudono gli occhi e sono sicuri di sparire. 
Nascondono la testa e, patapum, anche il corpo diventa invisibile.
Queste foto raccontano la fantasia, l'ingenuità e la meravigliosa follia dei bambini.

E voi, da piccoli, quale oggetto, angolo o nascondiglio avete trasformato nella vostra personale macchina del tempo?















venerdì 31 gennaio 2014

IO HO FINITO


La notte del 28 gennaio, un ragazzo di 23 anni, ha deciso di farla finita. 
Si è lanciato nel vuoto dal ponte di Calabona e il cadavere è stato ritrovato il mattino dopo da un pescatore.
Ha scelto una notte fredda, battuta da un vento crudele, una notte perfetta per cercare il calore di una mano amica o, forse, sciagurata per chi ha pensieri neri che invadono da troppo tempo gli spazi liberi  della mente.

Lo conoscevo di vista, nulla di più, perché studiava in una scuola vicino a un ristorante dove ho lavorato per 5 anni. Ne ho visti tanti di quei ragazzi... li ho visti passare con i loro zaini pieni e i loro giubbotti pesanti, e li ho visti crescere e cambiare con il passare degli anni. Abbozzi di uomini e donne, ancora insicuri, fragili, indecisi, che si definivano, si mettevano a fuoco con il lento passare delle stagioni. 
Ho saputo la notizia da un amico insegnante che invece lo conosceva bene quel ragazzo: era stato uno dei suoi alunni qualche anno prima. 
La porta mi si è aperta grazi a Facebook, come sempre; il modo più veloce per spiare le vite degli altri e capire qualcosa di cosa amano, cosa ascoltano, cosa pensano. 

L'ultimo messaggio scritto dal suicida è stato un laconico: Io ho finito.
Non lo ha scritto neanche in maiuscolo... come a urlarlo con prepotenza al mondo. 
No, ha preferito sussurrarlo, senza enfasi o clamore. 
Ho notato che c'era solo un commento di qualcuno che scriveva dopo aver saputo della tragedia. Nessun commento prima, nemmeno un "mi piace". Scorro i post pubblicati lo stesso giorno della morte e quelli scritti nei giorni precedenti; leggo frasi misteriose, poetiche, malinconiche, a tratti disperate, spesso sconsolate. 
Anche qui non trovo "mi piace" e commenti, e se ci sono sono rari e mai centrati... mai del tutto sintonizzati con quello sfogo, quella confidenza, quella sottile richiesta di aiuto, di attenzione. 

Perché chi decide di farla finita lo scrive su Facebook? 
Lo fa perché è un gesto automatico? Un modo per dire al mondo: "Ehi, mi sentite? Io ci sono... ehi?". 
Lo fa per avere un'ultima occasione di appartenenza, di condivisione estrema? 
I commenti, increduli, disperati, attoniti, di amici e conoscenti, sono arrivati solo dopo... DOPO la fine.
Ho letto il messaggio di un ragazzo che non conosceva personalmente il suicida e chiedeva con tono polemico dove si trovassero gli amici quando il ragazzo chiedeva chiaramente aiuto con le cose strane che scriveva. 
Gli ha risposto una ragazza per dirgli che non si poteva giudicare se non si conoscevano i fatti... LUI è sempre stato un tipo chiuso, non parlava molto di sé e sapeva nascondere il suo malessere... rideva, scherzava sempre. 
Già, rideva. Il solito commento di chi dice: Era un ragazzo così solare!
Siamo tutti solari DOPO. Sempre dopo.
Mai letto da nessuna parte di qualcuno che viene definito dagli amici "lunare".
Ci può stare il "lunatico"... ma mai "lunare".
Usiamo le parole a caso, con poca attenzione e fingiamo di credere che la faccia mostrata al mondo, sia la faccia reale. Ma noi lo sappiamo che non è così. Lo sappiamo perché siamo i primi a rispondere "Bene, grazie" quando ci chiedono come stiamo. E lo diciamo anche quando non stiamo affatto bene... quando siamo tristi, disperati, soli. 
Rispondiamo "Bene, grazie" per comodità... per non perdere tempo... per non dare spiegazioni e, sottilmente, spacciamo un'idea di noi che non corrisponde alla realtà.
Ho provato a spezzare questo rituale scontato e gli effetti sono stati interessanti; ho risposto semplicemente la verità vera e ho guardato in faccia chi mi chiedeva come stavo: non si aspettavano la sincerità... sgranavano gli occhi, balbettavano parole e scuse e, a volte, superato quell'attimo di imbarazzo, si riusciva a parlare veramente di NOI.

Non lo so perché quel ragazzo che vedevo passare davanti al ristorante ha scelto di uccidersi.
Non lo so se era triste, allegro, confuso... non posso saperlo.
E non so neanche cosa avrei fatto io se avessi letto sulla bacheca di un amico: IO HO FINITO.
Conoscendomi avrei domandato: Finito cosa? Un libro? Una storia? Un progetto?
E mi chiedo perché a nessuno dei suoi amici sia la venuta la stessa invadente curiosità. Perché "invadere", a volte, è un modo di amare, di esserci, di dire parole piene e giuste.
Forse non sarebbe cambiato nulla. Forse. Io non lo so e non lo saprà mai nessuno.

Però io ci penso a questa cosa, ci penso che a volte, le domande, è meglio farle... e se le facciamo, se decidiamo di non aprire la bocca a vanvera e di farle, poi non dobbiamo temere le risposte.
Perché a volte, quelle risposte, sono VERE, e dobbiamo avere la forza e la voglia di ascoltarle e sorreggerle con il solo aiuto delle nostre spalle. 

Una triste sequenza.

venerdì 24 gennaio 2014

IL MUFFIN VIRTUALE


L' altro giorno mia sorella Grace mi scrive sulla chat di Facebook e mi riporta il messaggio di una certa Agostina.

"Hey, Grace. Ho vissuto per 6 anni nell'appartamento sopra a quel ragazzo nella tua foto profilo (ad Alghero) e per 6 anni ho sempre voluto portargli una torta per scusarmi del casino vario ed eventuale, e ringraziarlo per la pazienza! Un dolcetto virtuale da parte mia! Davvero piccolo il mondo... avrei voluto mandargli un muffin per ogni sedia strisciata o per ogni volta che ho acceso il seghetto per fare modelli a orari impensabili, ma sarebbe diventato un ciccione enorme!!!"

Grace allega al messaggio il link del profilo FB della sua nuova amica. 
Lo apro e la riconosco al volo. La ragazza studiava architettura e, penso per pagarsi gli studi, lavorava in un pub. Rientrava verso le 4 del mattino e mi svegliava con i tacchetti delle scarpe che si muovevano per tutto l'appartamento. Non le ho mai detto nulla. Ho sempre sopportato con pazienza e ho cercato di capire le ragioni e i bisogni di una studentessa-lavoratrice. Delle volte ho pensato di dirle qualcosa quando la incrociavo sulle scale (molto di rado) o al market. Lei mi guardava un po' in soggezione (ora so perché) e non riuscivo mai a dirle nulla. 

A mia sorella ho risposto così: 
"Dille che, grazie alle notti insonni, ho scritto un romanzo!"
Grace: "Ti sei beccato un ADORABILE!"
Io: "E vai!"
Grace: "Ps. altro libro venduto!"
Io: "Sarà curiosa di leggere cosa ha prodotto il suo seghetto!"

P.S. - vorrei tranquillizzare Agostina... sono diventato un ciccione anche senza i suoi muffin e le sue torte virtuali. 

GENETICA!!!

P.S. 2 - se la mia vicina di casa avesse fatto davvero quello che pensava... be', sono sicuro che avrei inserito la scena nel romanzo. :-)

giovedì 23 gennaio 2014

MEGLIO LA MARMELLATA O LA NUTELLA?


Voi preferite la marmellata o la Nutella?
O siete così golosi da mangiarle tutte e due?

Carlo Giuseppe Gabardini dice la sua sull'argomento e lo dice in modo sublime e ironico. 
Ma lo dice. 

Buona colazione... ops... visione a tutti!


martedì 21 gennaio 2014

IO E TE... E TUTTO IL MONDO FUORI.


Ieri sono tornato nel carcere di Nuchis per il corso di scrittura creativa. 
Cielo nero, pioggia e freddo. E sotto quel cielo rabbioso la struttura del carcere sembra ancora più triste, asettica, grigia con le sue linee moderne e severe. 
Uno scatolone anonimo dietro un enorme cancello metallico che si apre e ci lascia entrare dopo aver dichiarato al citofono la nostra identità e il motivo perché siamo lì. Corriamo verso l'edificio sotto la pioggia e veniamo accolti da una guardia che non ci conosce e non conosciamo. Tutte le volte che succede, e ripetiamo il motivo che ci porta a essere lì in quel momento, ci guardano un po' straniti, come se non capissero bene cosa significhi la definizione: "scrittura creativa". 
La guardia verifica i nostri permessi e ci fornisce il cartellino giallo del volontario che ci permette di passare attraverso il metal-detector e, finalmente, entrare nel lungo corridoio che ci porterà, dopo un altro cortile e altre due porte blindate, al caseggiato dove si trova l'aula scolastica. I passi rimbombano nel corridoio e le voci si riverberano in modo strano sulle pareti. 
Prima di attraversare l'ennesimo cancello, ci fermiamo nella "hall" del secondo posto di guardia e ci prendiamo qualcosa dalla macchinetta automatica. 
Due bottigliette d'acqua, una naturale per me e una gasata per Giovanni, e poi qualcosa da mangiare, perché il distributore non fornisce resto e devi pur consumare i soldi che c'hai infilato. Giovanni preme il codice di un Bueno e poi quello che a lui sembra un cioccolato fondente. 
"Guarda... costa pochissimo!"
Preme altre due volte il codice e fa cadere altre due confezioni di cioccolato. Apro il cassetto, prendo la prima, e mentre sta digitando il codice per la terza volta tutto contento, guardo l'involucro e leggo: Caffé Espresso gusto Forte. 
"Giovà, guarda che sono cialde per la macchina del caffè... mica cioccolato!"
"Eh, come...?"
Guarda anche lui l'involucro e capisce che ho ragione.
E infatti, in un tavolino appoggiato al distributore, c'è una macchinetta per il caffè espresso, una scatola con bicchierini di plastica, zucchero - una busta aperta con un cucchiaino dentro - e palette. 
Una guardia ci spiega come funziona il marchingegno e ci indica i diversi pulsanti per averlo corto, lungo, lunghissimo.
Giovanni consuma la cialda che la guardia ha infilato nella macchina per la dimostrazione e io metto in tasca le altre due per quando finiremo la lezione e ci servirà qualcosa di caldo e forte.
Entriamo nel reparto dove si trova la chiesa, la palestra e la sala colloqui, e giungiamo nella zona dove, a destra, c'è un presidio sanitario, e alla sinistra, la biblioteca e le aule. 

Troviamo già in aula Massimiliano e Raffaele e in pochi minuti arrivano tutti gli altri. Riappare anche Daniele che non veniva da un bel po' di tempo. 
La presenza o l'assenza dei detenuti è regolata dalla vita complessa del carcere. Ci sono le visite mediche, le telefonate alle famiglie, le esigenze tecniche e burocratiche e noi, come surfisti un po' fuori forma, dobbiamo assecondare il moto delle onde per non cadere in acqua con una sonora e imbarazzante spanciata. 
Iniziamo la lezione. Massimiliano, una vera macchina da guerra, ha scritto un altro capitolo del romanzo. Inizia a leggerlo e, con mia grande sorpresa, mi rendo conto che la storia prende sempre di più una forma definita. 
Lui scrive in modo denso, ricco, a volte troppo barocco, ma ha un'idea chiara di dove vuole andare a parare. 
In più di un'occasione mi sono detto: "Ma perché non la scrivo io questa storia?" 
Questo pensiero mi ha fatto capire quanto mi stia coinvolgendo e appassionando tutto il progetto. 
I compagni di Massimiliano restano sempre un po' interdetti dopo la lettura del nuovo capitolo. Lui scrive più di tutti e ha una bella resa e una bella tenuta. Si parla, si discute e si cerca di focalizzare meglio i vari punti e i vari personaggi. 
Poi legge Pino il suo pezzo. Ecco, Pino scrive molto meno, ma ha una dote incredibile: la concretezza. Quello che scrive è sempre calibrato, misurato, mai ridondante o eccessivo. 
Dopo Pino intervengono tutti gli altri. Chi con un passaggio scritto, chi dicendo semplicemente la sua. Carmelo ci legge un punto di raccordo della storia e cerchiamo tutti insieme di vedere cosa si può inserire e cosa no. 
Il problema è che tutti lavorano per conto loro nelle loro celle e hanno un reale confronto tra di loro solo il lunedì, il giorno della lezione in aula. Per questo ci chiedono se è possibile ottenere dalla direzione la possibilità di un incontro autogestito, una volta a settimana, per assemblare le varie parti, renderle più omogenee e arrivare in classe con un testo più definito. 
Ecco, per me e Giovanni, vedere quanta passione ci stanno mettendo, è una piccola, grande vittoria. 
Qualcuno ci lascia prima della fine della lezione per andare a telefonare a casa (anche queste attività sono regolate da turni e orari precisi) e l'ultima parte dell'incontro viene dedicata a un po' di conversazione per scambiarci pensieri e opinioni. 
Capita proprio in questo momento, quando chiedo a Massimiliano com'è riuscito a far leggere le cose che ha scritto alla moglie - durante la lezione ci ha riferito il punto di vista della donna sul personaggio principale - che mi risponde: "Ho visto mia moglie per due volte e per tre ore di seguito."
"Avete avuto un incontro?"
"Sì, e le ho letto tutto quello che ho scritto fino a questo momento."
Incuriosito chiedo come avvengono gli incontri e mi spiega che esiste una sala per i colloqui dove puoi stare con i tuoi cari e abbracciarli e toccarli per non perdere il contatto con il mondo degli affetti. 
"Ci si tiene per mano, ci si guarda, si parla... ma non puoi fare altro", mi dice. "E io mi chiedo, come può una famiglia e una coppia restare unita, se in 10 anni non posso mai toccare la mia donna in modo più intimo?"
"Non esiste la possibilità di avere una stanza dove passare alcune ore da solo con la propria compagna?"
"Non in Italia. Qui la situazione è davvero migliorata rispetto ad altri carceri... qui non siamo separati da un vetro e possiamo prenderci per mano e sentire il calore della pelle e il profumo della voce... ma in altri posti non è così."
E qui interviene Carmelo e rievoca aneddoti di altre carceri... un angolo particolare di un cortile... un albero, dove nascondersi con la propria compagna e consumare un amplesso frettoloso, ma necessario. 
"Dovrebbero aiutare il detenuto a riabilitarsi in tutti i sensi e, sopratutto, a non perdere il mondo di affetti che ha lasciato fuori", ha aggiunto Massimiliano.
E Carmelo, in modo duro e pragmatico, ha risposto che molte cose non vanno, ma che lì dentro ci sta gente che ha ammazzato e venduto la morte, mica pezzi di pane, e che non bisogna mai dimenticare le vittime e le loro famiglie. 
Io ascoltavo il loro confronto e mi domandavo cosa potrei fare io se mi venisse negata l'affettività delle persone che amo. Mi chiedevo come si può privare un uomo della sua sessualità. Sono tutte domande retoriche. E spesso sul carcere si è sentito e letto di tutto. Forse ci si adatta e si cerca nei compagni un gesto e un'attenzione che non può arrivare da nessun altro. Tutte le istituzioni chiuse tendono a sviluppare un certo tipo di relazioni umane... però... ecco, mi chiedo cosa sia giusto fare per rispettare fino in fondo il detenuto.

Finita la lezione, abbiamo chiesto alla responsabile la possibilità di una giornata in più per un incontro autogestito, e lei, molto disponibile, ha voluto sapere il motivo della richiesta, i nominativi dei detenuti coinvolti nel progetto e ci ha pregato di non promettere mai niente prima di consultare loro. 
Ci sono dei protocolli e delle regole da seguire e noi, un po' imbarazzati, ci siamo scusati e le abbiamo chiesto di gestire lei la cosa e di decidere come e quando fare accadere il tutto. Per noi importa il risultato finale e non il modo come ci si arriva.

Prima di uscire dalla struttura ci siamo fermati davanti al distributore per consumare le cialde del caffè rimaste nella mia tasca. C'è freddo e siamo stanchi. Vogliamo un caffè lungo per scaldarci e tirarci un po' su. Mi avvicino alla macchinetta del caffè e scopriamo che non ci sono più bicchierini e palette.
Azz... voglia mortificata. E ora?

Andiamo via sconsolati, ci dividiamo il Bueno e ritorniamo verso casa. Ancora pioggia e freddo. Parliamo della lezione, dei progressi, delle motivazioni dei diversi alunni e ancora una volta penso alle parole di Massimiliano e Carmelo. 
Una polaroid chiara nella mia mente.

Ancora una volta mi sento in bilico su un'onda troppo grossa e impetuosa. 
Difficile stare in piedi e non cadere... difficile non finire sotto il pelo dell'acqua in tumulto. 

Mano nella mano. Per sempre. Io e te.