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venerdì 31 gennaio 2014

IO HO FINITO


La notte del 28 gennaio, un ragazzo di 23 anni, ha deciso di farla finita. 
Si è lanciato nel vuoto dal ponte di Calabona e il cadavere è stato ritrovato il mattino dopo da un pescatore.
Ha scelto una notte fredda, battuta da un vento crudele, una notte perfetta per cercare il calore di una mano amica o, forse, sciagurata per chi ha pensieri neri che invadono da troppo tempo gli spazi liberi  della mente.

Lo conoscevo di vista, nulla di più, perché studiava in una scuola vicino a un ristorante dove ho lavorato per 5 anni. Ne ho visti tanti di quei ragazzi... li ho visti passare con i loro zaini pieni e i loro giubbotti pesanti, e li ho visti crescere e cambiare con il passare degli anni. Abbozzi di uomini e donne, ancora insicuri, fragili, indecisi, che si definivano, si mettevano a fuoco con il lento passare delle stagioni. 
Ho saputo la notizia da un amico insegnante che invece lo conosceva bene quel ragazzo: era stato uno dei suoi alunni qualche anno prima. 
La porta mi si è aperta grazi a Facebook, come sempre; il modo più veloce per spiare le vite degli altri e capire qualcosa di cosa amano, cosa ascoltano, cosa pensano. 

L'ultimo messaggio scritto dal suicida è stato un laconico: Io ho finito.
Non lo ha scritto neanche in maiuscolo... come a urlarlo con prepotenza al mondo. 
No, ha preferito sussurrarlo, senza enfasi o clamore. 
Ho notato che c'era solo un commento di qualcuno che scriveva dopo aver saputo della tragedia. Nessun commento prima, nemmeno un "mi piace". Scorro i post pubblicati lo stesso giorno della morte e quelli scritti nei giorni precedenti; leggo frasi misteriose, poetiche, malinconiche, a tratti disperate, spesso sconsolate. 
Anche qui non trovo "mi piace" e commenti, e se ci sono sono rari e mai centrati... mai del tutto sintonizzati con quello sfogo, quella confidenza, quella sottile richiesta di aiuto, di attenzione. 

Perché chi decide di farla finita lo scrive su Facebook? 
Lo fa perché è un gesto automatico? Un modo per dire al mondo: "Ehi, mi sentite? Io ci sono... ehi?". 
Lo fa per avere un'ultima occasione di appartenenza, di condivisione estrema? 
I commenti, increduli, disperati, attoniti, di amici e conoscenti, sono arrivati solo dopo... DOPO la fine.
Ho letto il messaggio di un ragazzo che non conosceva personalmente il suicida e chiedeva con tono polemico dove si trovassero gli amici quando il ragazzo chiedeva chiaramente aiuto con le cose strane che scriveva. 
Gli ha risposto una ragazza per dirgli che non si poteva giudicare se non si conoscevano i fatti... LUI è sempre stato un tipo chiuso, non parlava molto di sé e sapeva nascondere il suo malessere... rideva, scherzava sempre. 
Già, rideva. Il solito commento di chi dice: Era un ragazzo così solare!
Siamo tutti solari DOPO. Sempre dopo.
Mai letto da nessuna parte di qualcuno che viene definito dagli amici "lunare".
Ci può stare il "lunatico"... ma mai "lunare".
Usiamo le parole a caso, con poca attenzione e fingiamo di credere che la faccia mostrata al mondo, sia la faccia reale. Ma noi lo sappiamo che non è così. Lo sappiamo perché siamo i primi a rispondere "Bene, grazie" quando ci chiedono come stiamo. E lo diciamo anche quando non stiamo affatto bene... quando siamo tristi, disperati, soli. 
Rispondiamo "Bene, grazie" per comodità... per non perdere tempo... per non dare spiegazioni e, sottilmente, spacciamo un'idea di noi che non corrisponde alla realtà.
Ho provato a spezzare questo rituale scontato e gli effetti sono stati interessanti; ho risposto semplicemente la verità vera e ho guardato in faccia chi mi chiedeva come stavo: non si aspettavano la sincerità... sgranavano gli occhi, balbettavano parole e scuse e, a volte, superato quell'attimo di imbarazzo, si riusciva a parlare veramente di NOI.

Non lo so perché quel ragazzo che vedevo passare davanti al ristorante ha scelto di uccidersi.
Non lo so se era triste, allegro, confuso... non posso saperlo.
E non so neanche cosa avrei fatto io se avessi letto sulla bacheca di un amico: IO HO FINITO.
Conoscendomi avrei domandato: Finito cosa? Un libro? Una storia? Un progetto?
E mi chiedo perché a nessuno dei suoi amici sia la venuta la stessa invadente curiosità. Perché "invadere", a volte, è un modo di amare, di esserci, di dire parole piene e giuste.
Forse non sarebbe cambiato nulla. Forse. Io non lo so e non lo saprà mai nessuno.

Però io ci penso a questa cosa, ci penso che a volte, le domande, è meglio farle... e se le facciamo, se decidiamo di non aprire la bocca a vanvera e di farle, poi non dobbiamo temere le risposte.
Perché a volte, quelle risposte, sono VERE, e dobbiamo avere la forza e la voglia di ascoltarle e sorreggerle con il solo aiuto delle nostre spalle. 

Una triste sequenza.

domenica 24 febbraio 2013

DIVIETO DI ACCESSO


Mercoledì mattina ho ricevuto una telefonata alle 9 del mattino. 
Era Nosferatu, il proprietario del ristorante dove ho lavorato nelle ultime 5 estati, e ha esordito così: 
"Devo darti una brutta notizia..."
"Oh, mio Dio! Cosa è successo?" ho risposto io, spaventato dalla possibilità che qualcuno di mia conoscenza si fosse sentito male.
"No, tranquillo... nulla di grave..."
"Ah, per un attimo ho temuto il peggio..."
"Volevo solo informarti che per te, quest'anno, non c'è posto. A lavorare in sala prendo mio figlio... non ha trovato niente in questi mesi e... insomma... metto lui al posto tuo. Ha 30 anni e qui e là... bla-bla-bla..."
Io ascoltavo e lo tranquillizzavo. 
"Va bene... ok... cercherò altro... non si preoccupi..."
E mentre dicevo queste cose pensavo al mio amico che doveva arrivare da Roma alle 13... a tutte le cose da fare, alla casa da sistemare, alla spesa da fare, alle lenzuola pulite da stendere sul letto, al bagno da pulire... e poi il funerale della mamma di un altro amico da presenziare quello stesso giorno... e poi organizzare in qualche modo quei 4 giorni di vacanza per Adriano... e così, preso dai mille impegni, non ho avuto il tempo materiale di pensare concretamente a questo piccolo terremoto. 
Be', sì... in effetti nulla di grave... aveva ragione Nosferatu; ho solo perso il lavoro che mi permetteva di campare in questo periodo di crisi assurda... ma, a parte questo, va tutto a meraviglia, direi!
Ho parlato con i colleghi... sono tutti molto dispiaciuti per questa scelta drastica e improvvisa del boss, ma io, non so perché, ci rimuginavo da mesi sull'eventualità di un forte cambiamento del mio destino prima dell'inizio della nuova stagione estiva. 
Ora devo capire cosa fare...
Sicuramente bloccherò il mutuo della casa per un anno.
Forse emigrerò.
Forse, in un altrove ancora indefinito, sarò più felice e fortunato di come mi sento adesso... in questo limbo grigiastro.
Forse scriverò ancora... forse qualcuno di pubblicherà... forse resterò sempre il solito pirla senza gloria.
Ho pensato tanto in queste ultime notti... nel buio della stanza... cercando di non disturbare il mio ospite... ho pensato a miliardi di cose... e ho paura. 
Una paura fottuta di non farcela...

Quello che non ti ammazza... ti fortifica.
Mi auguro BUONA FORTUNA da solo... ne ho bisogno.

P.S. - grazie ai sorrisi di Adriano... mi hai fatto ridere tantissimo in questi giorni... ne avevo un bisogno quasi fisico. E grazie a te che sai starmi vicino... discretamente. 

martedì 12 febbraio 2013

ACQUA ALLA GOLA


Questo pomeriggio mi sono recato nell'ufficio del mio amministratore di condominio per pagare le spese ordinarie e chiedere spiegazioni su alcune "minacce" contenute nella lettera ricevuta a casa... si parla di avvocati, di chiusura dell'acqua se non si effettueranno i pagamenti delle bollette, di un tetto da riparare dal mese di luglio dell'anno scorso, di morosità qui e morosità là, e il tutto scritto in un italiano alquanto curioso.

Es: "Ricordo a coloro che sono subentrati che non si facciano discorsi che loro non hanno consumato quell'acqua perché non c'erano. L'acqua verrà slacciata a loro e non a chi gli ha venduto l'appartamento; quindi si regolino di conseguenza, io non devo andare a cercare che non so più dove è!"

Il personaggio in questione non lo avevo mai incontrato - mi era sempre capitato di trattare con la moglie - e quando me lo sono ritrovato davanti ho capito tutto: è il pazzo che ha preso a urla un mio collega nel mese di agosto. Lo accusava di aver visto un rappresentante di vini graffiare con le chiavi la sua macchina parcheggiata davanti al ristorante, e questo soltanto perché un attimo prima il mio collega ci stava parlando. Non credendo al mio collega chiamò persino la polizia e fummo costretti a rispondere tutti alle domande dell'agente a pochi minuti dall'inizio del servizio serale. 
E ora eccolo lì, seduto alla scrivania, con i capelli lunghi e untuosi, le unghie sproporzionate, la camicia strattonata, la schiena curva, occhiali da miope (scrive con il viso attaccato al foglio)... un personaggio perfetto per un fumetto noir. 
Chiedo spiegazioni per capire a chi si riferiscono le minacce (io ho pagato l'acqua a novembre) e mi dice: "La lettera è generica, mica posso farla personalizzata per ogni condomino, lei deve pagare solo le quote ordinarie... niente di grave. L'unico problema scatterà se i morosi non pagheranno l'acqua entro i cinque giorni indicati nella lettera: il gestore la chiuderà al tutto condominio e ci rimetterà pure lei che ha pagato la sua quota!".
"Ah, bene... ma come sono contento! E sono molti i morosi?"
"Tanti... non so più che fare. La situazione è sempre più grave. Ha visto la Grecia? Non siamo mica lontani, sa! Anche il Papa si è dimesso..."
"E che c'entra?"
"Il degrado... è un segnale pessimo..."
"Mio Dio!"
Ho pagato le mie quote e mogio mogio me ne sono tornato a casa.
Ho aperto il rubinetto e ho guardato l'acqua scendere bella cristallina dentro il lavandino.
Durerà?
Domani vado ad accendere un cero in chiesa... non si sa mai.

venerdì 2 novembre 2012

LA VITA NON E' MAI DECAFFEINATA

 
Io il mio Halloween l'ho passato in un modo un po' particolare.
Così particolare che per me, allergico a tutto quello che contempla travestimenti, balli, trombette, coriandoli e zucche, è stata una piccola rivoluzione.
Certo...non avevo programmato nulla.
La vita non si programma mai, intanto succede sempre qualcosa che ti sbaraglia le carte in gioco e allora?
Meglio improvvisare...muoversi a naso...seguire il vento.
Tutto mi sarei aspettato meno che trovarmi dentro un cimitero proprio il giorno di Halloween.
Tra tombe, loculi, volti che mi fissano dalle foto delle lapidi, date di arrivo e di partenza, fiori, tantissimi fiori, moltissimi-issimi-issimi fiori e un cielo pieno di nuvole che minacciano pioggia.
No, non me lo aspettavo.
Come non mi aspettavo di sentire freddo, di girarmi imbarazzato per nascondere le mie lacrime...no, non pensavo di bloccarmi come un'idiota nel momento delle condoglianze...perché io non so mai cosa dire e cosa fare e mi sembra tutto così inutile; ma poi lo so che non è così, lo so che una carezza aiuta, una parola aiuta, un saluto aiuta, una presenza aiuta.
Lo so.
Però ecco...io proprio non ci riesco.
Sono debole in questo.
Ho ascoltato le parole della messa.
Tutte...una per una...e mi sentivo male perché io non credevo a nessuna di quelle parole.
Nessuna.
Mi sono sentito solo...e so che sarò solo e che tutti lo saremo...prima o poi.
Anche se hai amato...be'...se hai amato un po' di luce la puoi vedere...e forse puoi anche sentire un po' di voci e una manciata di battiti di cuore...
Ma il mio Halloween inatteso...seppure crudele e doloroso...è stato il mio primo vero Halloween.
Quello che ti mette davanti al mistero della morte e ti fa sentire piccolo...senza scuse, maschere, stratagemmi...quello che ti spoglia e non sente ragioni, scuse o stupidi alibi...tutto scivola in una fossa e in quel buco ci sei tu...nella tua semplice maestosità.
Mai avrei pensato che per costruire un muretto di mattoni rossi ci volesse così tanto tempo.
Ho visto e seguito mattone dopo mattone i gesti del muratore, e ho contato i petali delle rose e le rughe sui volti delle persone e i buchi sulle pietre e i granelli di ghiaia sul viottolo e poi mi sono detto...ma tutto questo soffrire, incasinarsi, arrabattarsi per tenere botta, per trovare un lavoro, per pagare un mutuo, per crescere i figli...tutto questo andare avanti a cosa diavolo serve?
Poi mi sono ascoltato dentro e ho visto un piccolo seme...un seme pronto a germogliare...e ho capito che il viaggio è tutto prima.
Tutto.
Inutile scendere dalla macchina in corsa.
La paura ti fotte, lo so, ma bisogna continuare a fare le cose che ci sono da fare e sperare che al tuo appuntamento ci possa arrivare sereno e con la certezza di aver fatto tutto il possibile per essere felice.
 
Il possibile...e a volte...anche l'impossibile.
 
Un caffè con un amico aiuta a rendere il viaggio più piacevole.