Visualizzazione post con etichetta libro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta libro. Mostra tutti i post

martedì 22 novembre 2016

CAPODANNO DA MIA MADRE di ALEJANDRO PALOMAS


Capita di inciampare su un autore come in spiaggia capita di farlo sul piede di uno sconosciuto. Il sole ti abbaglia e nonostante tutto, una copertina e un titolo restano dentro la tua testa e non ti mollano più. Uno sgambetto del destino. 
Mi è capitato così con Alejandro Palomas. 
In verità, il romanzo dell'inciampo non è quello di cui mi accingo a parlare, ma il suo ultimo libro, sempre edito da Neri Pozza e sempre tradotto da un ottimo Alessio Arena (anche lui scrittore e musicista), intitolato UN FIGLIO. 


In quel caso, a colpirmi, fu la sinossi del romanzo. Raccontava la storia di Guille, un ragazzino molto particolare che a modo suo cerca di sopravvivere alla scomparsa della madre con l'aiuto maldestro di suo padre. 
Un ragazzino che alla domanda cosa vuoi fare da grande, risponde all'insegnate Mary Poppins, la sua eroina preferita, suscitando nella donna qualche preoccupazione sulla serenità dell'alunno, tanto da convocare il genitore a scuola per parlare della diversità del figlio e capire cosa c'è non funzioni nella sua vita.
Un romanzo delicatissimo dove si narra il rapporto tra un padre e un figlio e si esplorano le bugie dell'anima, quelle che si dicono perché non si ha il coraggio di guardare in faccia la realtà. Il romanzo mi è piaciuto così tanto che sono andato subito a cercare qualcos'altro dello stesso autore. E così sono inciampato nella copertina, per me bellissima, di CAPODANNO A CASA DI MIA MADRE. 
Lo compro a scatola chiusa, fidandomi di quell'inciampo casuale sul piede di uno scrittore sconosciuto, e mi ritrovo subito a casa. 
Il romanzo, infatti, non solo ha ribadito l'abilità dello scrittore, ma mi ha permesso di esplorare ancora di più il suo mondo letterario. 
Qui c'è un io narrante, ovvero Fer, che vive con un alano di nome Max - un regalo di addio del suo compagno per rendere quel distacco improvviso meno doloroso - e tutta la storia si svolge la notte di capodanno a casa di sua madre Amalia, donna energica che ha il grande dono di reinventarsi ogni volta, dono che sembra mancare ai figli (Fer, Silvia, la figlia maggiore ed Emma, la piccola di casa) tutti incapaci di superare uno stop della vita (Silvia ha perso un bambino ed Emma il grande amore della sua vita). Lei, Amalia, abbandonata dal marito, conosce bene i suoi figli e cerca a modo suo di dire la cosa giusta nel momento giusto, sommergendo le persone che ama di parole, tantissime parole, e sorprese. Le assenze, spesso, determinano le nostre esistenze più delle presenze e intorno a quella tavola, dove siederà anche l'eccentrico zio Eduardo, si tireranno le somme di tante vite rimaste in sospeso, con un filo di ironia che lega i destini dei personaggi e una piccola luce di speranza che sembra splendere alla fine di una notte piena di colpi di scena, fuochi d'artificio, brindisi, rivelazioni e silenzi. 
Romanzo di una delicatezza e di una potenza uniche. In molti passaggi ho ritrovato le dinamiche della mia famiglia e sono sicuro che ognuno di voi può trovare qualcosa di suo tra le pagine di questo romanzo che scava in profondità tra i malesseri e le gioie dell'esistenza. La "sedia delle assenze" è una trovata della madre per fare pace con gli addii. Mettere una sedia a tavola, con tanto di piatto, tovagliolo, bicchieri e posate, per sentire vicine tutte le persone che sono andate via per un motivo o per un altro. E questo Natale, nella mia famiglia, io lo so già, la sedia delle assenze sarà piuttosto affollata e "ricca di vita".


lunedì 7 novembre 2016

DOPO CINQUECENTO ANNI di VALENTINA CAPALDI


Molti pensano che scrivere fantasy sia semplice. 
Lo pensano gli aspiranti scrittori che sottovalutano un genere molto complesso e articolato. E lo pensano molti lettori che snobbano certe storie classificandole come una massa di cretinate senza senso. 
La magia dovrebbe risolvere tutti i problemi e gli snodi della trama. La fantasia cavalcare libera tra le pagine senza preoccuparsi troppo della coerenza e della credibilità della storia. Niente di più sbagliato. Come insegna il maestro Terry Brooks, per usare la magia si paga sempre un prezzo, a volte altissimo. Si può perdere la vita, la ragione, le forze, il senso del bene. Non è una scelta indolore. Mai. E aggiungo che rendere credibile una storia dove appaiono fate, gnomi o draghi, è più ben più ostico e complicato che parlare di drammi famigliari, adolescenziali o matrimoniali. Devi creare un nuovo mondo, una nuova realtà, e la devi creare così bene e in modo così dettagliato da rendere il tutto concreto e logico, sebbene il tutto si analizzi sotto un'ottica diversa.
Io personalmente, pur adorando Terry Brooks, amo leggere un po' meno il fantasy classico e mi diverto di più con l'Urban-fantasy, il Dark-fantasy, il Paranormal e, com'è accaduto in questo caso, con un fantasy storico che rivendica una minuziosa documentazione, spaziando in 500 anni di storia. 
Si parte nel 1508 dall'Inghilterra, e si arriva nel 2008 in Germania. Un viaggio lunghissimo che serve ai due protagonisti del romanzo - un demone privato dei suoi poteri dalla maledizione di una strega e condannato a vivere per l'eternità dentro il corpo di un uomo (Rakgat) e un ragazzo, tramutato per mano di un altro sortilegio, in un nano gobbo e deforme (Tighe) - a scovare il Guardiano che custodisce la chiave che apre la porta degli inferi. Porta che permetterebbe a Rakgat di tornare in possesso del suo vecchio corpo da demone e dei suoi poteri, e a Tighe di liberarsi una volta per tutte da quella prigionia fatta di carne e sofferenza. 

Un viaggio che li porterà molto lontano (Francia, Portogallo, America) e li farà incontrare e scontrare con mondi nuovi (bellissima la parte dove finiscono nel bel mezzo di un sacrificio rituale dell'impero Atzeco e quella dove Tighe cerca di convincere il demone della necessità di portare la civilizzazione e la parola di Dio tra quei selvaggi dalle strane abitudini) e inattese svolte del destino.

Un romanzo asciutto, per nulla ridondante o barocco, nonostante l'ambientazione e la trama che avrebbero potuto spingere l'autore a eccedere con i dialoghi, le descrizioni o con petulanti derive nozionistiche che nulla portano di buono al ritmo della storia. Un romanzo affilato come una lama. Una lama che taglia, ferisce e raramente consola. L'ultima parte, quella moderna, è quella più breve e, a dirla tutta, avrei sondato ancora un po' di più le atmosfere e i cambiamenti dei personaggi. Però, a pensarci bene, se un libro ti lascia un po' d'amaro in bocca perché è finito troppo velocemente, l'ultimo boccone lo mandi comunque giù con un leggero languorino ancora da soddisfare. E questa fame non del tutto placata è, per me, il più bel regalo che ti può lasciare una storia. 

sabato 16 luglio 2016

LA PRIMAVERA DI GORDON COPPERNY JR di MATTEO CELLINI



Esistono dei libri particolari. Dei libri che ti parlano in modo diverso. Dei libri che ti toccano in punti del cuore che pensavi spenti per sempre. Capitano di rado, ma quando arrivano, portati dal caso, sono belli come un acquazzone estivo che porta via l'arsura e la sete. 
Mi è successo tre anni fa con CHIEDO SCUSA di Francesco Abate, mi è successo l'anno scorso con IL REGNO DEGLI AMICI di Raul Montanari e mi è successo anche quest'anno con LA PRIMAVERA DI GORDON COPPERNY JR di Matteo Cellini. 
Matteo lo conosco perché anche lui, come me, arriva da quel curioso esperimento che è stato (e ancora è) il Torneo Letterario di Io Scrittore, promosso e organizzato dal gruppo Mauri Spagnol (GeMS). 
Il suo romanzo IO, CATE, edito da Fazi, convinse tutti e non a caso vinse il Premio Campiello Opera Prima. Un esordio fortunato e talentuoso che raccontava la vita di una ragazza obesa, una ragazza speciale prigioniera dentro una gabbia di grasso. 
Ora, Cellini, ritorna con un romanzo completamente diverso. Un romanzo di formazione dove c'è dentro tutta l'America dei nostri sogni adolescenziali, un viaggio, un'amicizia all'apparenza sbilanciata tra un ragazzino (erede di una ricca famiglia che produce attaccapanni) e un uomo di mezz'età che sopravvive vendendo tagliaerba. 
Il loro incontro-scontro sarà casuale. Il signor McCboom busserà alla porta sbagliata, quella della famiglia Copperny appunto, mentre è in corso una rapina per mano di due balordi senza troppo cervello. Gordon è lì, con tutte le sue paure e le sue fragilità, nelle mani di due delinquenti che minacciano di ammazzarlo se il padre non rivelerà loro dove tiene nascosto il bottino. Il padre, uomo freddo e distaccato con in mente solo l'azienda e i fatturati, non cede. E la madre, donna remissiva che non riesce a opporsi alle regole di vita del marito-manager, assiste inerte. Sono tutti prigionieri di ruoli statici e sterili. Ignobili comparse. In quel piccolo teatro degli orrori - Gordon avrà ancora una volta la prova di come il suo valore sia quasi nullo per la scala di valori del padre - esplodono rivelazioni, tranelli e piccole promesse. 
Gordon verrà portato via insieme al venditore di tagliaerba e da quel momento inizierà per lui un viaggio lungo molti km, un viaggio che sarà anche una scoperta e una rinascita per il suo cuore confuso. Un viaggio che non segna solo un percorso su una cartina geografica, ma anche un itinerario dei sentimenti perduti. 

Dopo la lettura ho sentito il bisogno di fare qualche domanda a Matteo. Ecco a voi il frutto della nostra conversazione. 

Come ti è venuta in mente la storia di Gordon? Cosa ha fatto scattare la scintilla? Sei partito da un’immagine? Un personaggio? Un evento? Un proposito?

Gordon è arrivato dopo, in una seconda stesura della storia. Nella prima l’architettura del romanzo era simile – il viaggio andata e ritorno lungo la costa americana – ma il protagonista unico era il venditore di macchinette tagliaerba, McCboom. Gordon è arrivato all’improvviso, correndo per le scale di casa con un casco di Buzz Aldrin sotto il braccio. Mentre correva, io stesso non sapevo perché corresse, e  piangesse, e fosse arrabbiatissimo e deluso. È iniziato tutto in quel momento: io, suo padre e sua madre e il signor McCboom, ci siamo definiti lì: al padre è toccato di essere il motivo della sua rabbia, alla madre la consolazione intermittente a quella rabbia, a McCboom l’improbabile antidoto e, a me, il contenitore di tutto questo.  

Hai visitato i posti che hai raccontato oppure… hai viaggiato con la fantasia? Leggendo i moltissimi riferimenti geografici, spesso minuziosi da morire, mi sono chiesto: ma racconta luoghi conosciuti o…?

Non sono mai stato in quei luoghi; ma quei luoghi sono stati qui: nei film, nelle serie tv, nei libri, nelle canzoni noi abitiamo più di ogni altro paese l’America. Il nostro immaginario è quello. E volevo voltolarmici e abbracciarlo: è stato un vero piacere scoprirne la geografia minuta lungo la costa, seduto nella Plymouth con McCboom e Gordon; utilizzarne i nomi dei luoghi e delle persone; vedere tutto come fosse un film dei Cohen o Wes Anderson. Geograficamente poi, niente era pianificato: Cape Canaveral non sapevo che fosse esattamente lì, ma quando ho visto l’indicazione sulla mappa ho pensato che potesse essere un bellissimo regalo per Gordon, da parte di McCboom, farglielo (fargliela?) visitare. 

Quando scrivi hai dei riti, delle abitudini particolari che ti aiutano nella creazione?

Scrivo di pomeriggio, tutti i pomeriggi (quando ho una storia da scrivere); produco pochissimo (1000\1500 battute ogni volta) ma ci metto ore; ascolto sempre musica (musica esaltante, che mi sollevi e dia carica); tengo lo schermo inclinato ortogonalmente alla tastiera, perché possa vedere le parole non troppo nitide, definite, nere; scrivo solo con carattere garamond e per ritrovare freschezza nelle diverse riletture aumento e diminuisco lo zoom; giustifico la pagina a destra e sinistra lasciando margini molto estesi; ogni riga scritta deve essere piena di lettere, ché non sopporto troppo bianco tra le parole. Sono pazzo, lo so.

Usi moltissime metafore per rendere più ricca e ardita la tua prosa… e allora penso a cosa mi dice il mio editor… non esagerare con le metafore, appesantiscono la lettura… si vede che tu – e il tuo editor – la pensate diversamente. O sbaglio? 

Le immagini sono parte della mia scrittura ma se fossi convinto che una immagine – metafora, similitudine o paragone – stia lì semplicemente a raddoppiare qualcosa di già detto, a ripetersi, a ribadire - se fosse superflua, quindi - sarei il primo a decidere di toglierla. E lo stesso se fosse lì esclusivamente a dare sfoggio di sé, come se la pagina fosse un espositore di bellissime farfalle. Quando invece credo che una immagine metta meglio a fuoco o proponga significati nuovi o suggerisca un collegamento insolito ma plausibile, faccio di tutto per tenerla.

Terminata una storia, quanto tempo ti occorre per passare a un’altra storia? E c’è qualcosa che lega Gordon a Cate?

Questo non lo so bene, perché non ho una esperienza così grande da poterne trarre un dato statistico mio; di solito però l’editing e i tempi delle case editrici sono piuttosto lunghi e in quei momenti caldi e di belle attese ho iniziato a lavorare, ogni volta, su qualcosa di nuovo. Quel qualcosa di nuovo sono io, perché Caterina, Gordon, McCboom sono parti di me, si costruiscono su parti di me. Adesso sto scrivendo, e in altre storie e in altri personaggi parlo ancora di cose mie: e sono curiosissimo di sapere, quando avrò finito di saccheggiare me stesso, di che cosa scriverò.

Grazie a Matteo per la disponibilità. Le sue risposte sono state per me, lettore avido, piccole luci rivelatrici per capire ancora meglio i meccanismi del suo bellissimo romanzo. Consigliatissimo se vi piace l'idea di salire su una Plymouth per scorrazzare dentro il vostro cuore. 



domenica 13 marzo 2016

UNO SPUTO DI CIELO - 27 RACCONTI SENZA PARACADUTE


Sono diventato papà per la terza volta. Dopo "Domani sarà un giorno perfetto", dopo "Il clan dei cari estinti", arriva la raccolta di racconti ispirata al mio blog. "Uno sputo di cielo".
Un lavoro che mi ha impegnato per 15 mesi, dove ho coinvolto 25 scrittori e 12 artisti. Un contenitore di storie, sogni, immagini e progetti futuri. Un modo concreto per trasformare le parole in mattoni, banchi di scuola, medicine, giocattoli, cibo.
Qui sotto trovate il comunicato ufficiale della Watson edizioni che ha creduto in questa idea folle, assecondandomi e portando il libro nelle librerie. Un grazie enorme all'arte di Antonio Lorente che ha realizzato una cover splendida, reinterpretando a modo suo la mia idea di un "monello" che fa una bella linguaccia al mondo.
Un grazie immenso anche agli scrittori e agli artisti che mi hanno detto un generoso "Sì".
Gli scrittori coinvolti sono, a parte il sottoscritto:Gianluca Morozzi, Alessandro De Roma, Piergiorgio Pulixi, Riccardo Gazzaniga, Gianfranco Cambosu, Silvia Geroldi, Claudia Crabuzza, Daniela Frascati, Fabio Forma, Francesca Montomoli, Vincenzo Restivo, Elio Satta, Roberto Alba, Stefano Bonazzi, Giuseppe Marotta, Elena Cabiati, Alessandra Gaggioli, Nunzia Volpe, Massimiliano Ferrone, Lalla Careddu, Stefano Pastor, Simona Baldelli, Francesca Caldiani, Gianni Tetti.
Gli artisti coinvolti sono: Pier Gallo, Anna Ferrari, Ivan Lodi, Giovanni Pastorello, Antonio Lucchi, Roberto Oliva, Lorenza De Luca, Emilio Pilliu, Alessandro Marongiu, Max Mazzoli, Flavia Biondi, Jonathan Fara.
18 Marzo, data da ricordare!
Arriva in libreria "Uno sputo di cielo. 27 racconti senza paracadute"
Uno splendido libro curato da Carlo Deffenu e destinato a raccogliere fondi per l'orfanotrofio di Betlemme.
270 pagine, 25 scrittori, 12 artisti.
Prezzo di copertina 12 euro.
E in più una sorpresa, arriverà presto un particolare pezzo unico del libro (Cartonato, rilegatura filo refe a mano) che sarà messo all'asta!
Leggere e fare beneficenza non è mai stato così semplice!
Restate in ascolto: presto vi dirò dove organizzeremo le prime presentazioni. Vi aspetto numerosi! 

giovedì 28 maggio 2015

IL CLAN DEI CARI ESTINTI di CARLO DEFFENU


Sono passati due anni dall'uscita del mio primo romanzo. Due anni? Mamma mia, se ci penso mi tremano i polsi, sembra accaduto tutto l'altro ieri. E invece il tempo è passato. Noi siamo andati avanti e nel silenzioso antro dove scrivo qualcosa è successo. 
Dopo due anni viene alla luce un altro "figlio". 
Un figlio speciale per diversi motivi personali. Ne parlerò alle presentazioni... se sarà il caso... e svelerò qualche segreto sulla genesi de IL CLAN DEI CARI ESTINTI
Inizia così una nuova avventura con una nuova casa editrice. 
Ho traslocato alla WATSON EDIZIONI. Casa editrice di Roma che mi ha scelto e io ho scelto con gioia ed entusiasmo.
Ho impiegato più di due anni per scrivere la storia di Sad, il ragazzino protagonista del romanzo. Iniziata la stesura il 2 novembre del 2012... il lavoro è stato "chiuso" il 4 marzo del 2015. Un'impresa titanica per una storia che è nata spinta da un soffio speciale. Qualcuno mi ha protetto, ispirato e seguito con ironica partecipazione. E io sono immensamente grato a questa guida invisibile. E se non credete ai fantasmi... peggio per voi... non sapete cosa vi perdete! 

Il libro arriverà nelle librerie reali e online il 10 giugno. Un'altra curiosa coincidenza. Anche il romanzo precedente uscì in questa data. Ma, se il primo parlava di luce e di estate (sebbene le ombre non mancassero e fossero nerissime), nel secondo l'estate è lontana e le ombre sono sempre più fitte e imprevedibili. 
Anche questa volta un romanzo corale. Tanti personaggi. Un mistero. Uno sguardo particolare sulla realtà e un viaggio difficile da immaginare nel silenzio della propria cameretta.

Spero vi piaccia. Io l'ho scritto con gioia. 

Attendo un vostro parere sincero.

Il viaggio sta per iniziare... e non è assolutamente vero che non si può tornare indietro.

Stay tuned!

sabato 21 marzo 2015

ATTO OSCENI IN LUOGO PRIVATO di MARCO MISSIROLI


La voglia di leggere può sparire di colpo e lasciarti orfano di un piacere sublime che ami gustare nel silenzio della tua camera. 
Un rallentamento improvviso. Un malumore. Una nuvola nera. Possono essere mille le cause di un disamore. Giri sconsolato per casa, sfiori i dorsi dei libri che aspettano un segnale, e tu non sai ancora quando finirà questa terribile astinenza-assenza. 

La mia è durata un mese. Trenta giorni di "no" ripetuti a denti stretti. 
Poi, un giorno, ho letto su Facebook un post scritto da Michela Murgia: parlava con meraviglia e passione di un romanzo. Il titolo mi lasciava perplesso: c'era qualcosa che strideva nelle mie orecchie. ATTI OSCENI IN LUOGO PRIVATO. Mah! 
L'autore lo conoscevo di nome. Punto. Mai letto. Lascio correre. Passa qualche giorno e ricado su un nuovo post. Questa volta è Roberto Saviano a scrivere il suo post. Stesso autore. Stesso romanzo. Stesso entusiasmo. 

Solitamente diffido dei troppi complimenti... ma questa volta un tarlo ha iniziato a mordermi il cervello. 
Terza botta: la recensione entusiastica del critico del "Corriere della Sera". 
Mi dico: qua non torna qualcosa. Sarà mai possibile che tre personaggi illustri che ammiro per diversi motivi, siano tutti concordi sulla bellezza dello stesso testo e scrivano all'autore con la stessa passione e la stessa gratitudine?
Finisce nel modo più scontato per la mia fottuta curiosità. Lo compro.
Inizio a leggerlo quasi subito... sfidando la mia bulimia da parole. I primi giorni tentenno. Non riesco ad andare oltre un capitolo. Poche righe per godere della magia di una storia che ancora non mi è molto chiara. 
Libero Marsell, il protagonista che incontro all'età di 12 anni, mi sta subito simpatico. Simpatico con riserva, aggiungerei. Qualcosa di lui mi sfugge. Devo capire.
Il ritmo aumenta dopo metà romanzo. Ora ho più familiarità con Libero e le sue ossessioni. Il suo erotismo sfacciato e impertinente. La sua ricerca di una geografia dei sensi. Ho conosciuto la sua famiglia, le sue donne e i suoi amici. Corro sempre più veloce e arrivo alla fine con la sensazione di aver saltato un fosso e, soprattutto, di aver curato la mia astinenza letteraria con una bella "scopata" di parole. 

Chi legge il mio blog sa bene che non scrivo delle vere e proprie recensioni. Mi limito a delle leggere pennellate. Pure sensazioni. Impressioni. Niente di più. 
Il romanzo è un classico romanzo di formazione alla "Giovane Holden" - e più di un recensore lo ha avvicinato al capolavoro di Salinger - e narra la storia di Libero, dividendo il romanzo in 6 sezioni che corrispondo a diverse fasi della sua vita. 
Tutto inizia con una frase buttata lì dalla madre e da una risposta inattesa del padre durante una cena. Un piccolo chiodo che entra nella testa del protagonista adolescente e gli fa capire il senso di quello che un giorno ha scoperto spiando l'intimità della madre. Un atto erotico con un amico di famiglia. Un tradimento. 
Da lì parte la ricerca di un senso e la scoperta del piacere. Autoerotismo e fantasie. Il risveglio del corpo. Le mutazioni della pubertà. I primi peli. Il cambio di voce. La paura dell'invisibilità. L'ultimo che nessuno vede e nota. 
Sarà Marie, una bibliotecaria, ex-fidanzata dell'amante di sua madre, ad aprire altre porte grazie all'aiuto prezioso dei libri. Battesimo con "Lo straniero" di Camus. 
E sarà Parigi a tracciare le prime linee sul suo corpo con la passione viscerale per la sorella di un amico. 

Tanti i personaggi e tante sfumature diverse. Ho trovato particolarmente riuscita la parte Milanese, dove Libero lavora in uno studio d'avvocati e la sera serve ai tavoli di un'osteria sui Navigli gestita da Giorgio, un omone saggio e burbero, costretto su una sedia a rotelle, che a suon di musica saprà ascoltare e consigliare il suo giovane amico

Quindi Grazie Marco. Dopo Michela, Roberto e il super Critico del Giornalone... arrivo io, piccolo piccolo, a dirti che il tuo Libero mi ha fatto tornare la voglia di leggere, di scrivere e di vivere.

Vi pare poco? 

sabato 5 luglio 2014

SEI FUORI TARGET!


Sei fuori target!
Ormai mi aspetto di sentirmelo dire tutte le volte che presento un mio romanzo a una casa editrice. 
Eternamente fuori target e difficilmente inquadrabile in un genere.
Io scriverei con uno stile più semplice e ironico, più adatto a un pubblico giovane che dovrebbe rappresentare il target di riferimento ideale. 
Io eliminerei tutti i riferimenti - nomi e situazioni - che soltanto un ragazzo dai 25 anni in su può capire veramente.
Io ambienterei il romanzo in un paese immaginario.
Questi sono alcuni consigli di un editor che sta lavorando su un mio romanzo che vorrei fare arrivare alle stampe.
Tutti pareri personali, sebbene espressi da un professionista che conosce bene il suo lavoro e sa come si muove - agita o ristagna - il mercato editoriale.
Ma se provate a farvi editare un testo - a pagamento - da un editor e seguite tutte le sue indicazioni, e poi, per puro scrupolo, affidate quel testo già editato ad un altro editor... scoprirete che il secondo editor vi criticherà e vi correggerà proprio i punti criticati e corretti precedentemente dal suo collega. Se siete fortunati tornerete alla vostra idea originale, se gira male, vi ritroverete tra le mani una terza versione della storia. Se cocciuti proverete con un terzo editor, state sereni, capiterà la stessa cosa: tutto verrà rimesso in discussione e non saprete che pesci pigliare.
Perché i giudizi su un testo sono sempre tutti molto personali e per riuscire a sfondare il muro compatto dell'indifferenza occorre - pare facile! - solo un editor, UNO SOLO, che si innamori della tua storia. 
Tutto qui.
Perché quando ti innamori le menate sul target e il genere e la grandezza e lo stile vengono tutti in secondo piano... perché quando ti innamori vedi tutto con occhi più ampi e lucidi... e riesci a vedere il bello anche dietro un'evidente piccola imperfezione.

P.S. - fare innamorare un editor non è tutto e non porta in modo scontato alla pubblicazione, lo so... ma se capita, la strada è molto più agevole e serena. 

P.S.2- a chi mi chiede quando uscirà il mio prossimo romanzo (quale delle tre storie che ho già pronte?) rispondo sempre che è più facile fare innamorare Angelina Jolie che tornare sugli scaffali di una libreria. 

P.S.3 - io mi sa che ci morirò fuori target. 

martedì 15 aprile 2014

A BOCCA CHIUSA di STEFANO BONAZZI


Ho letto questo libro perché mi è stato consigliato da un amico. 
Amo il genere thriller e sapere che si trattava di un giovane autore esordiente ha stimolato ulteriormente la mia curiosità. 
La copertina mi ha fatto pensare subito al caldo afoso dell'estate - il campo di grano o le sterpaglie che si vedono nell'immagine - e la vanga a qualche corpo - o segreto inconfessabile - nascosto sotto un metro di terra arida e secca. 
La promessa è stata mantenuta solo in parte. Il libro non è un thriller nel senso stretto del termine - anzi, la componente thriller è davvero irrilevante - ma il caldo asfissiante c'è e ci sono anche i corpi e i segreti inconfessabili. 
I corpi non sono morti, ma si muovono come automi dentro una scenografia claustrofobica e alienante. 
Il romanzo racconta la storia di un bambino che deve passare le vacanze a casa con il nonno perché la mamma e la nonna lavorano. Un nonno ex-camionista arrabbiato con il mondo e con la gente. La gente è tutta cattiva, inutile, falsa, interessata al denaro che ha messo da parte. La gente può inquinare la mente del nipote e trasformarlo in una nullità. La casa del nonno è silenziosa e buia. Le finestre sono sempre chiuse e la penombra regna ovunque. Il bambino passa il tempo costruendo mondi fantastici con i mattoncini Lego su un tappeto rosso che lo contiene - e lo protegge - come un utero caldo e avvolgente. L'ombra del nonno è una presenza oscura e silenziosa. Un'idea di uomo che non si riesce mai a cogliere del tutto. Le fantasie del bambino, il suo non-tempo in quella casa vuota d'amore, l'estate che scivola sorniona fuori dalle finestre, le voci e i rumori del palazzo... non si possono tradire le aspettative del nonno. 
E quando Luca, un ragazzino che abita nello stesso stabile, "rapisce" il protagonista per portarlo in un mondo di biciclette, terra e polvere, il dramma esploderà con una crudeltà assoluta. Senza dire niente alle donne di casa - che conoscono e taciono la tendenza alla violenza dell'uomo - il vecchio burbero inizierà a lasciare il bambino sotto il sole nel terrazzino della casa, e per tutto il tempo, indifferente al caldo e senza fornire acqua o cibo al bambino, penserà solo a dormire e a ignorare il mondo di fuori. Sarà ancora Luca a portare lontano da quella prigione il bambino-mattoncino e il suo gesto ribelle innescherà un meccanismo subdolo e spietato che modificherà la percezione stessa del reale da parte del piccolo protagonista. 

Il romanzo di Bonazzi è duro, crudele, cattivo e non lascia molto spazio alla speranza. Siamo tutti vittime. Siamo tutti prigionieri di un sogno, di una paura, di un ricordo... tutti ci muoviamo trascinati da fili invisibili che non riusciamo a spezzare mai del tutto. L'infanzia è un luogo di bellezza e perdizione. Una dimensione dove possono nascere le fedeltà e le ossessioni più sublimi e assolute. 
Schiavi di un click che ci imprigiona dentro una foto sovraesposta...



Ho intervistato l'autore e grazie alle sue parole capiremo meglio la natura della sua opera e della sua anima (volo troppo alto?)

Ciao, Stefano… il tuo romanzo è difficile da classificare. Si muove – direi quasi si agita – tra gli angoli oscuri di molti generi e non ne abbraccia del tutto nessuno. Se dovessi raccontare a chi non ti ha ancora letto la natura, intima e profonda, del tuo romanzo, cosa diresti?
Ciao Carlo, grazie per la possibilità di prender parte al tuo blog letterario. Se dovessi spiegare A bocca chiusa in poche frasi lo definirei come un trip allucinogeno e claustrofobico sulla desolazione dell'individuo moderno. Una sorta di “Trainspotting” visto con gli occhi di un bambino.

L’idea del romanzo da dove nasce?
Dalla volontà di raccontare un disagio. Inizialmente non avevo ben chiaro tutto lo svolgimento narrativo. Sono partito piantando un seme nero, poi l'ho annaffiato e coltivato pagina dopo pagina, notte dopo notte, in modo che potesse diventare un immenso e intricato groviglio di rami.
Volevo una storia che potesse prendere a pugni il lettore, che lo lasciasse con un sapore amaro al termine di ogni capitolo.
Mi piacciono i libri che in qualche modo cercano di destabilizzare e mettere alla prova, che non lo assecondano comodamente nella lettura e che una volta raggiunta l'ultima pagina possano lasciare qualcosa, un retrogusto amaro. Spero con A bocca chiusa, di aver lasciato un mio piccolo tributo a questo genere letterario.

Leggendolo viene spontaneo chiedersi quanto ci sia di autobiografico nella storia. Ci hai messo un po’ di te e del tuo mondo o si tratta di pura finzione narrativa?
Preferisco lasciare al lettore il beneficio del dubbio. Autobiografico o no, ai fini della lettura questo aspetto non ha molta importanza. Penso che un libro vada valutato per quello che è, non per l'empatia che può suscitare o meno il suo autore.

La copertina del libro è ingannevole e fa pensare a una storia di tutt’altro genere. Hai fatto i conti con la percezione falsata che si ha del tuo libro?
In effetti questo libro potrebbe trarre in inganno o deludere chi lo compra pensando di trovarsi di fronte ad un thriller tradizionale. So che potrei perdere una parte di potenziali lettori affermando questo, ma la realtà dei fatti è che A bocca chiusa nasce e si conclude come un dramma, la componente thriller è davvero minima.

Nel romanzo hanno un ruolo importante i mattoncini Lego. Gli omini con la faccia gialla e il sorriso eterno. Le mani a forma di C. Ricordando la mia infanzia, tutta la prima parte della storia, mi ha fatto rivivere emozioni sottili e difficili da decodificare. Anche io vivevo con i nonni e anche io passavo le ore inventandomi un mondo colorato che potevo disfare e ricreare a mio piacimento. Ho sempre pensato che quel gioco innocente sia stato il mio primo tentativo di creare storie. Anche tu sei stato un Lego-dipendente? 
Assolutamente si. Avevo davvero una cesta di mattoncini enorme in cui potermici tuffare e trascorrere le giornate. I Lego erano una manna di salvezza per i bambini dotati di una vena creativa. Non voglio passare per il solito nostalgico brontolone ma le potenzialità di quel gioco erano davvero infinite. Oggi vedo ragazzini di quattro anni controllare un iPad con la stessa abilità con cui noi costruivamo palazzi, città, automobili... beh che dire, un po' mi spaventa ma in realtà penso si tratti di un processo d'evoluzione normale ed inarrestabile. Mi auguro solo che possano trovare in esso le stesse emozioni che provavamo noi maneggiando quei mattoncini colorati.

Ho avuto l’impressione, arrivato alla fine, che ti sia censurato o frenato per rendere la storia più “buona” e meno “urticante” e “indigeribile”. Potevi andare giù molto più pesante e raccontare i fili della trama con un distaccato cinismo che sarebbe stato perfetto nel climax della storia. È una scelta di stile o, come dire, una smussatura arrivata in seguito per esigenze editoriali?
Nessuna direttiva editoriale. È stata una mia precisa scelta. Ti confesso che la fiaba che il protagonista inizia a raccontare nella seconda parte del romanzo è stata completamente riscritta rispetto alla prima versione, ma per scelta mia non per imposizioni editoriali. Stava diventando davvero difficile gestire tutto quel magma nero, lo ammetto, avevo bisogno di emergere, almeno alla fine, forse, essendo il mio primo romanzo, non mi sentivo ancora del tutto pronto.

Il protagonista è attratto dalla bellezza maschile. Ammira la fisicità prorompente del suo amico Luca e anche da adulto, osserva con compiacimento la bellezza di un ragazzino che spia dalla finestra dell’ufficio. In più passaggi si avverte una tensione gay che non si esplicita mai del tutto… piccoli accenni che lasciano intuire piccole sfumature del personaggio. Una scena – quella cardine intorno alla quale ruota il prima e il dopo – è un esempio perfetto della confusione che può regnare nella mente di un ragazzino tra dedizione e paura. Sono io che sono tremendamente malizioso o c’è anche questa componente nel romanzo?
Certo che c'è. Penso che in generale, in ogni situazione di allontanamento dalla realtà “normale” (sempre che questa parola abbia ancora un senso nel nostro contemporaneo...) ci sia un mescolamento di personalità e pulsioni che porta inevitabilmente a confondere anche le proprie attrazioni sessuali. Il protagonista frequenta prostitute, ma nulla toglie che questo non sia che un ulteriore escamotage per “convincersi” della propria normalità, per cercare di accettarsi, oppure anche un modo per prendere contatto con una figura femminile così assente nella propria infanzia... Le chiavi di lettura possono essere molteplici ed anche in questo caso preferisco sia il lettore, in base alla sua sensibilità, ad ricavarne le proprie conclusioni. Io lancio solo degli stimoli.

Il male si nasconde dentro le mura di casa e chi ha occhi non vede e chi ha voce non parla. Siamo davvero così soli e invisibili?
In certi contesti “borderline” situazioni del genere penso siano all'ordine del giorno. Basta fare due passi per qualche metropoli il 15 di Agosto.

Quanto curi i personaggi di contorno?
In questo caso pochissimo. In verità tutti i personaggi di questo libro non sono molto caratterizzati. Alcuni lettori li hanno definiti grotteschi e questo mi rende felice perché era il mio intento principale. Volevo imbastire una sorta di teatrino dell'estremo e per far ciò mi erano sufficienti dei semplici accenni ai dettagli secondari dei protagonisti. Volevo che un po' tutti i personaggi apparissero come marionette in balia di una realtà che agisce per loro. Non sarà sempre così. Nella storia che sto scrivendo adesso ci sono molte più sfumature a definire i caratteri, ma in questo romanzo mi sembrava necessario tracciare solo degli schizzi: è una storia prettamente visiva  in cui, nonostante un'estrema staticità di fondo, penso siano le pulsioni e le azioni a dominarla rispetto al volere diretto dei personaggi.

Scrivere è?
Terapeutico.

Tre libri letti nel 2013 che consiglieresti a chi ti legge?
Stefan Merrill Block - La tempesta alla porta
Mazzantini Margaret - Splendore
Sébastien Marnier - Mimì

Quali sono i libri che ti hanno cambiato la vita?
La Strada - Cormac Mc Carty
La montagna incantata - Thomas Mann
Vi perdono - Del Fabbro Angela
Io non sono esterno - Giuseppe Merico
Notti bianche - Fëdor Dostoevskij

Un personaggio dei fumetti che vorresti come amico?
Il Joker

Feticismi tecnologici?
Tutto quello che sforna quella dannata mela morsicata.

Un gesto politico importante?
Vorrei un governo con i gatti al potere. Di razza Maine Coon, preferibilmente.

Biografia in una playlist?
Soap&Skin - the sun
Tricky – Ttattoo
Aaron Parks – Afterglow
Marilyn Manson - Sweet Dreams
Agnes Obel -  The Curse
Gavin Friday - Lord I'm Coming
Julia Kent – Fall
Kidneythieves - Taxicab Messiah
Nils Frahm – Hammers
The Fauns – 4am
The Flaming Lips - Try to Explain
Wallis Bird - Dress My Skin And Become What I'm Supposed To
Xiu Xiu - Stupid in the Dark
Puscifer - Momma Sed
bastano?

 La frase scusa preferita?
Il mal di stomaco è un evergreen che funziona sempre.

A 13 anni cosa volevi fare?
L'hacker.

Hai per un giorno il potere assoluto: la prima cosa che fai?
Farei una legge che impedisse ai SUV di circolare in città.

Come spiegheresti a un bambino la parola “felicità”?
Quell'impellente desiderio di risalire su una giostra che fino a pochi minuti prima ti aveva terrorizzato.

La volta che hai riso di più?
Una mostra a Genova, alcuni anni fa. Metà Agosto, un caldo inverosimile in una saletta esposta al sole e senza aria condizionata. Durante la presentazione iniziarono ad esplodere le sedie in plastica su cui erano seduti gli spettatori. Mentre salivo sul palco a ritirare il premio mi voltai e vidi metà del pubblico con le gambe all'aria.

Una cosa che non hai mai capito della gente?
Perché ti chiedono sempre “Come stai?” se poi in realtà non gliene frega un cazzo di come ti senti davvero. (se non si possono dire le parolacce nel tuo blog, censuralo pure).

Icone moderne?
Carmelo Bene, Alessandro Bergonzoni, Marilyn Manson (non necessariamente in questo ordine).

Chi inviteresti alla cena dei tuoi sogni?
Philip Roth, David Lynch e Terry Richardson (non necessariamente in questo ordine).

Sei anche un bravissimo fotografo. Mi viene spontaneo chiederti se quando pensi alle scene di un romanzo, riesci a visualizzarle anche da un punto di vista strettamente fotografico.
Si, funziona sempre così. In molti hanno definito la mia, una scrittura “per immagini”, io stesso cerco ancor prima di buttar giù parole di visualizzarmi il set nella mente. Avere la scenografia ben chiara davanti agli occhi mi aiuta a sviluppare meglio al situazione. Prediligo poche ambientazioni, preferibilmente ristrette e claustrofobiche.

A chi diresti grazie?
A tutti quelli che mi hanno permesso di non restare a bocca chiusa.

Se alzi gli occhi e guardi il cielo…cosa vedi?
Una tela bianca, infinita.

mercoledì 9 aprile 2014

I FRATELLI RICO di GEORGES SIMENON


Io amo Simenon. Ma di Simenon amo in modo particolare i romanzi "seri", ovvero quelli senza il commissario Maigret. E tra tutti questi romanzi, amo in modo ancora più particolare, quelli che Simenon ha ambientato - e scritto - negli Stati Uniti d'America. 
Ricordo "Tre camere a Manhattan" e "Le luci della notte". Due romanzi che, se non li avete ancora letti, DOVETE ASSOLUTAMENTE recuperare e sbranare come ho fatto io!
"I fratelli Rico" appartiene a questa stirpe "americana". 
Fu scritto infatti nel luglio del 1952 - la proverbiale velocità di Simenon che fa invidia a molti scrittori - a Lakeville, nel Connecticut.  
Racconta la storia di tre fratelli: Eddie, Gino e il piccolo di casa, Tony, e della loro vita a Brooklyn fatta di soldi facili, malavita e regole da rispettare. 
Eddie, il più grande, conosciuto da tutti come "il ragioniere" - per la sua grande capacità di prevedere i guadagni e le prospettive economiche di qualsiasi affare - si è trasferito in Florida dove vive con la moglie e le tre figlie. Nel suo regno è un piccolo Boss che può fare e disfare a suo piacimento, senza mai sporcarsi le mani. Ci sa fare Eddie; è l'unico della famiglia che vanti una fedina penale pulita. La sua fede incrollabile per le regole - da seguire sempre e comunque per mettere in primo piano il valore dell'Organizzazione - lo ha portato molto lontano dalle strade e dalla povertà di un quartiere dove ha visto morire il padre, crivellato dalle pallottole destinate alla schiena di un malvivente di nome Sid Kubik - l'uomo verrà salvato dalla stessa madre di Eddie, grazie a una botola nascosta nel loro piccolo negozio di frutta e verdura - e dove ha organizzato i primi traffici e le prime scommesse con le corse di cavalli.
Gino, il figlio di mezzo, è un killer che adora ammazzare la gente e lo fa dannatamente bene. Tony, il più piccolo, si è sempre limitato a guidare le macchine usate dal clan per organizzare rapine e omicidi.
Il delicato equilibro della famiglia Rico s'incrina quando Eddie viene convocato a Miami da Sid Kubik, e scopre che Tony, confidandosi con la sua giovane sposa, ha messo in pericolo l'organizzazione. Lui sa molte cose che la polizia non deve scoprire e le sue rivelazioni potrebbero mettere in ginocchio i boss che fino ad allora sono sempre riusciti a farla franca. 
Sid chiede a Eddie di cercare suo fratello - sparito nel nulla con la moglie - e scoprire se ha davvero intenzioni di vendersi alla polizia per amore di una donna o se, per coprire le spalle all'organizzazione, è disposto a emigrare in Europa - in Sicilia semmai - e far perdere le sue tracce per ricominciare una nuova vita altrove.
Il romanzo racconta il pellegrinaggio di Eddie, tra fantasmi del passato e paure mai sopite, per rintracciare il fratello che non vede ormai da due anni. Si reca dal padre di Nora, la ragazza che ha sposato Tony, e si spinge fino a New York per parlare con l'anziana madre. E di scena in scena, di tappa in tappa, di scoperta in scoperta, riesci a vedere il mondo con gli occhi stralunati e confusi di Eddie. C'è sempre qualcuno che comanda sopra di te... e se anche tu ti credi uno squalo nel tuo piccolo mare, c'è sempre un pesce più grosso di te, pronto a farti la festa appena superi il limite della barriera corallina.
Simenon, con la sua solita maestria, riesce a costruire una storia semplice, basica, avvolgendola su se stessa in un intricato intreccio di fili e connessioni. I personaggi sono definiti con abili colpi di coltello e i dialoghi, mai fuori sincrono, mai stupidi, mai banali, sono come bisturi taglienti che sezionano un cadavere inerte.
Una storia che non conosce redenzione e perdono. 
Una storia nerissima che ti fa fare pace con la buona scrittura.

giovedì 27 febbraio 2014

LA MIA MALEDIZIONE di ALESSANDRO DE ROMA


Questo sera mi sono recato in una libreria di Alghero per la presentazione dell'ultimo romanzo di Alessandro De Roma e ho scoperto che ero in anticipo solo di un mese esatto sulla data effettiva. Se volevo una prova sul mio esaurimento ora l'ho avuta!
Benissimo: quindi la mia corsa per finire il libro entro le 18 non è servita a niente. O forse no, forse è servita lo stesso a qualcosa; mi sono tuffato tra le pagine e mi sono arrampicato tra i rami degli alberi, nonostante il peso degli anni, la stanchezza, le disillusioni. 
Novello Tarzan ho rivissuto la mia giovinezza, i suoi ardori e i suoi silenzi, e ho cercato nei ricordi molti fantasmi del mio passato. 
Finito il libro, chiusa la pagina, ho provato una pena indicibile, una sottile angoscia che mi ha lasciato inquieto e pensieroso sul bordo delle cose che non ho mai avuto il coraggio di fare davvero mie.
Sì, perché la storia di De Roma parla di solitudine, di crudeltà, di vendetta e di redenzione. Racconta un'amicizia impossibile e la tagliuzza con precisione, svelandoci tutto il nero che può corrompere le nostre stupide azioni. 
Una telefonata mai fatta. Una mano mai davvero accolta. Un corpo rifiutato per noia e supponenza. Quante volte carnefici e quante volte vittime?
Leggendo "LA MIA MALEDIZIONE" ho pensato più di una volta a un altro romanzo che ho amato molto in gioventù: "I turbamenti del giovane Torless" di Robert Musil, e in Pasquale Cosseddu, chiamato da tutti "La fogna", ho riconosciuto la dolce sottomissione di Basini, umiliato e abusato nel ventre della stanza rossa. 
De Roma racconta la storia monocromatica di Emilio Corona, un personaggio negativo che non fa nulla per farsi amare e, nonostante questo, riesce a farci sentire parte del suo gioco al massacro. 
Quanto di noi c'è in lui? 
Quanti di noi sono capaci di scendere così in basso senza provare particolari rimorsi? 
In questo romanzo c'è una Sardegna diversa da quella che ti aspetti... c'è una luce, uno sguardo, una mano capace di accarezzare e distruggere. E tutto questo lo fa con tocco lieve e preciso. Un bisturi che taglia e seziona. Viscere esposte. Puzza e indifferenza. 
So bene di non raccontare nulla di tutto quello che c'è dentro le 160 pagine di questo romanzo meraviglioso: ma se cercate una trama particolareggiata, un motivo per comprarlo e farlo vostro, allora entrate nella rete e troverete sicuramente la vostra fonte feconda.

"Ed era davvero un peccato che noi uomini non fossimo in tutto e per tutto come gli alberi, nudi e chiari fin nelle radici..."

venerdì 24 gennaio 2014

IL MUFFIN VIRTUALE


L' altro giorno mia sorella Grace mi scrive sulla chat di Facebook e mi riporta il messaggio di una certa Agostina.

"Hey, Grace. Ho vissuto per 6 anni nell'appartamento sopra a quel ragazzo nella tua foto profilo (ad Alghero) e per 6 anni ho sempre voluto portargli una torta per scusarmi del casino vario ed eventuale, e ringraziarlo per la pazienza! Un dolcetto virtuale da parte mia! Davvero piccolo il mondo... avrei voluto mandargli un muffin per ogni sedia strisciata o per ogni volta che ho acceso il seghetto per fare modelli a orari impensabili, ma sarebbe diventato un ciccione enorme!!!"

Grace allega al messaggio il link del profilo FB della sua nuova amica. 
Lo apro e la riconosco al volo. La ragazza studiava architettura e, penso per pagarsi gli studi, lavorava in un pub. Rientrava verso le 4 del mattino e mi svegliava con i tacchetti delle scarpe che si muovevano per tutto l'appartamento. Non le ho mai detto nulla. Ho sempre sopportato con pazienza e ho cercato di capire le ragioni e i bisogni di una studentessa-lavoratrice. Delle volte ho pensato di dirle qualcosa quando la incrociavo sulle scale (molto di rado) o al market. Lei mi guardava un po' in soggezione (ora so perché) e non riuscivo mai a dirle nulla. 

A mia sorella ho risposto così: 
"Dille che, grazie alle notti insonni, ho scritto un romanzo!"
Grace: "Ti sei beccato un ADORABILE!"
Io: "E vai!"
Grace: "Ps. altro libro venduto!"
Io: "Sarà curiosa di leggere cosa ha prodotto il suo seghetto!"

P.S. - vorrei tranquillizzare Agostina... sono diventato un ciccione anche senza i suoi muffin e le sue torte virtuali. 

GENETICA!!!

P.S. 2 - se la mia vicina di casa avesse fatto davvero quello che pensava... be', sono sicuro che avrei inserito la scena nel romanzo. :-)

venerdì 17 gennaio 2014

E NEANCHE LA SFIGA CI HA FERMATO!


A poco più di due ore dall'inizio della presentazione del mio libro nella libreria Cyrano di Alghero, cerco di non pensare troppo a come andrà l'incontro con il pubblico e il confronto con Lalla Careddu e Giuseppe Mussi. 
L'ultima presentazione l'ho fatta a Pozzomaggiore nel mese di novembre e quasi mi sembra strano presentarlo nella città dove vivo da 13 anni dopo così tanti mesi dalla sua uscita nelle librerie. 
Per logica, Alghero, sarebbe dovuta essere la scelta ottimale per inaugurare il mini-tour nelle librerie sarde e invece, per diverse situazioni e convergenze sfavorevoli, tutto questo non è stato possibile. 
Molto è dipeso dal mio lavoro: nei lunghi mesi estivi gestire il tempo diventa un'impresa davvero complicata e tutte le cose che ami fare si trasformano in mete impossibili da raggiungere. 
Lo so. Ci ho fatto il callo e non mi lamento. Prendo semplicemente atto che non si campa d'aria e, ahimè, neanche di parole e storie. 
La scrittura è una perversione, una mania, un hobby, un tic nervoso... chiamatelo come volete... ma a parte qualche piccola soddisfazione personale e molti rodimenti di fegato, concede ben poco al tuo anemico conto in banca.

In questi giorni ho riletto il libro per tornare dentro quelle atmosfere e mettere a fuoco le sensazioni che lo hanno fatto nascere. 
E quando capita trovo sempre un libro leggermente diverso dalla volta precedente, come se il testo si fosse modificato misteriosamente e avesse deciso da solo di mettere in risalto certe parti rispetto a delle altre. La comprensione delle cose avviene grazie alla sedimentazioni di tante osservazioni che ti arrivano dall'esterno. Anche per questo le presentazioni sono importanti, perché ti aiutano a definire meglio il senso di quello che hai creato nel silenzio della tua testa.

Ogni volta temo che la sala resti vuota e non ci sia nessuno a parte me, i librai e chi mi presenta. 
Ogni volta ho la paura folle di dire cose ovvie o di ripetere concetti già espressi in altre occasioni.
Ogni volta ho paura di non riuscire a guardare in faccia il pubblico o di sentirmi a disagio sulla sedia, dentro i miei pantaloni, nella stanza dove mi mettono... ecco perché, spesso, entro in un bar e mi faccio un Montenegro... mi facilita la parlantina e penso meno a quello che succederà. 
Per calmarmi ho messo su Purple Rain di Prince e ho iniziato a ballare e a cantare in cucina. I miei canarini mi guardavano, sconcertati dalle mie piroette, e Camillo, alla fine, si è unito ai coretti.
Mi sono vestito con la felpa nuova comprata per l'occasione, ho cercato di abbinare pantaloni e camicia e sono uscito di casa con la sensazione netta di aver dimenticato qualcosa. 

Arrivato in libreria alle 18:35... mi sono spaventato. C'era pochissima gente. Ho salutato e ho cercato di prendere contatto con la realtà. Lalla Careddu si è seduta e abbiamo iniziato a parlare e ad allentare la tensione (la mia) parlando di Patty Pravo e bellezza. Piano piano la sala si è animata e le sedie, all'improvviso, non erano più vuote. Wow... che figata!

Lalla comincia a parlare e io mi incanto... dice delle cose bellissime, delle cose che per quanto sono belle, precise, puntuali... mi illuminano i pensieri e mi fanno dire: "Azz... figo!"
La presentazione è stata, alla fine, una piacevole chiacchierata per raccontare non solo il libro, ma anche me, l'autore, e io, nel mio piccolo, ho cercato di rispondere in modo sincero e diretto alle domande che mi venivano rivolte con arguzia e intelligenza. Ho parlato della mia adolescenza, di mia madre e della mia famiglia stramba. Il pubblico ascoltava e in alcune occasioni ha persino interagito rendendo più viva e allegra la presentazione. 
Ho conosciuto dei lettori nuovi, ho scritto delle dediche e ho visto negli occhi di una ragazza dei lucciconi che non mi aspettavo.
"Cosa succede?", ho chiesto.
"Nulla... mi sono emozionata!", mi ha risposto.
"MI dispiace... non volevo..."
"No, va tutto bene. Stasera non inizio il libro perché sono troppo sconvolta... lo inizierò domani."
Ho sorriso, ho scritto la dedica e l'ho ringraziata per la presenza e la gentilezza.

Forse non ho detto solo stronzate... mi sono risposto mentre la guardavo andare via... forse qualcosa è arrivato. 
Poi un altro lettore mi ha chiesto la dedica e la serata è andata avanti.

Io non lo so quanto durerà. Forse questo sarà il primo e ultimo libro della mia vita... però, queste piccole emozioni, resteranno impresse nella mia memoria... e anche nel mio cuore, più malleabile di quanto non vada raccontando in giro.



Grazie alla libreria Cyrano.
Grazie alla stupenda Lalla Careddu.
Grazie a Giuseppe Mussi (la maledizione del giorno 17 ha colpito ancora!).
Grazie a Giovanni Gelsomino, Simone, Grace, Jeff, Gianmichele e Antonello (uno stalker davvero piacevole!).
Grazie a tutte le persone che sono venute alla presentazione e hanno reso il tutto più bello di quanto sia riuscito a immaginare mentre ballavo Prince in mutande.

Grazieeeeeeeeeeeee...