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mercoledì 30 aprile 2014

ME LO DICEVA SEMPRE QUALCUNO

Me lo diceva sempre mia madre di studiare e di diventare dottore o avvocato, che la prostatite, le verruche e la cirrosi non passeranno mai di moda, e così neanche i cornuti, i ladri e gli assassini; e invece io, indolente, studiavo poco e mi perdevo dietro i miei sogni inconcludenti. Ora porto piatti pieni ai tavoli e li riprendo vuoti: sono un tecnico dello svuotamento e dello smaltimento dei residui organici.
Me lo diceva sempre mia madre di iscrivermi al conservatorio per studiare pianoforte e invece io volevo fare danza classica ispirato dalle spaccate al volo di Heather Parisi. Ci ha pensato mio padre a gambizzarmi dicendomi che un uomo con la calzamaglia può diventare solo frocio e allora io, preoccupatissimo, mi sono iscritto a pallacanestro con esiti disastrosi. 
Me lo diceva sempre mia madre di coprirmi e di non andare in giro mezzo nudo per fare il figo... e invece io facevo come mi pareva e passavo ere geologiche a bivaccare nelle panchine di Piazza Castello. Momenti storici che mi hanno lasciato solo dolori e reumatismi a ricordarmi la beata gioventù passata. 
Me lo diceva mia madre di non perdere tempo e invece io riuscivo a perdere tempo come poche persone nell'universo. Diventerei un campione olimpionico della PERDITA DI TEMPO se esistesse la disciplina. Alzerei la medaglia d'oro e salirei sul podio più alto, poco ma sicuro. Mi ci sono allenato in anni e anni di cazzeggio senza senso e rivendico una certa esperienza. Per questo, quando mi fermo a pensarci e mi guardo indietro, mi chiedo sempre come sia possibile che abbia superato i 40 anni e mi senta ancora un ventenne con i reumatismi. Povero illuso!
Me lo diceva sempre la mia prof. di biologia del Pellegrini che all'università...IO..avrei fatto il botto. In realtà - lei per fortuna è morta e non lo saprà mai - ho solo pisciato fuori dal cesso. Una costellazione di goccioline arancioni che denunciavano un abuso di alcol e di schifezze varie. 
Me lo diceva sempre mia nonna che sarei diventato un attore famoso e che Mike Bongiorno mi avrebbe invitato a TeleMike, e io spedii davvero delle foto auto-scattate - foto orribili - a un'agenzia cinematografica e dopo qualche mese mi risposero pure e mi dissero che ero perfetto per una serie poliziesca. Risi così tanto all'idea di diventare il nuovo Starsky o il nuovo Hutch che lasciai perdere tutto. Il costo del book fotografico che avrei dovuto realizzare a Calangianus - giuro... Calangianus - era così alto che rinunciai alla mia carriera televisiva e al mio invito a TeleMike. Mia nonna non me l'ha mai perdonata e mi ci sono messo anche io che non le ho ancora portato manco mezzo nipotino in casa dopo anni e anni di inutile spargimento di seme.
Me lo diceva sempre il mio prof. di italiano che scrivevo bene ma che dovevo domare il mio talento, e dopo anni ho pubblicato un romanzo che non si è filato nessuno e cadrà nell'oblio delle occasioni perdute. Attendo la telefonata di Guanda o Einaudi per il prossimo libro, ma sono sicuro che quando mi chiameranno troveranno il telefono occupato da qualche centralino vodafone o teletu.
Me lo diceva sempre la mia testa che sono nato storto... e c'ha aveva un sacco di ragione quella maledetta che pensava solo ai cazzi suoi!

Pare che la colpa sia tutta del forcipe che mi ha tirato fuori dalla pancia di mia madre. Il metallo deve aver toccato qualche zona del cervello particolare e... sboom... il destino è segnato. Sembri normale... SEMBRI... in realtà sei solo un malato - o un cerebroleso - ben camuffato. 

martedì 3 dicembre 2013

CRONACA DI UNO SBARCO SULLA LUNA


In questa storia non ci sono astronavi, tute spaziali o navicelle sonda.
Non ci sono neanche Shuttle, esercizi in assenza di gravità, pillole supervitaminiche e proteiche, tastiere con miliardi di bottoni e luci spia. Mancano del tutto propulsori, alette, visori, satelliti… insomma, non c’è nulla di tutto quello che ti aspetteresti di trovare in una storia che racconta uno sbarco sulla luna.
Forse, a voler trovare qualcosa di “fantascientifico” tra le sue righe, c’è qualche traccia residua di un vecchio telefilm che guardavo da ragazzo.  
C’è la luna, c’è la Base con i suoi corridoi infiniti, ci sono le sbarre, i cancelli, le serrature invisibili… ma soprattutto ci sono loro, gli alieni.
Mancano la dottoressa Russel, il capitano Koenig, il pilota Alan e la mutaforma Maya, capace di assumere le sembianze di qualsiasi organismo vivente, o almeno così ho pensato quel primo pomeriggio di novembre in cui, per la prima volta, ho messo piede dentro il carcere di massima sicurezza di Nuchis.
Sono entrato in quel mondo parallelo soltanto con il mio corpo e ho lasciato fuori tutto il resto: borsa, cellulare, ombrello, fazzoletti, agenda. Ho superato il primo cancello con una busta di plastica piena di libri nella mano destra e ho seguito il mio Virgilio con la testa piena di pensieri e paure. Giovanni Gelsomino, insegnante di scrittura creativa e giornalista, mi indica il basso edificio grigio, sotto un cielo plumbeo che non promette nulla di buono, e mi dice a mezza voce; “Guardati in giro… non perdere un solo particolare di quello che vedrai”, e me lo suggerisce mentre aspettiamo pazienti che la guardia di turno si accorga delle nostre figure infagottate vicino al cancello. Un segnale, uno scatto, una vibrazione e finalmente la serratura elettronica si apre e ci permette di entrare nel vasto cortile. Cammino in quello spazio di cemento con una strana sensazione che mi blocca il respiro in gola.
Quando Giovanni mi propose di affiancarlo nel corso di scrittura creativa che stava organizzando con i detenuti del carcere, tentennai, indeciso e spaventato dalla portata dell’evento.
«Ma perché io? Pensi che sia all’altezza? Non lo so… davvero… cosa devo fare?»
Tutte domande che cercavano di creare un cordone di sicurezza tra me e quel progetto che mi atterriva e affascinava nello stesso identico istante.
«Documenti prego» ci chiede la guardia che ci ha aperto il grande cancello. «Voi siete?»
«Scrittura creativa» risponde Giovanni.
«Scrittura creativa? Bene… avete con voi chiavi, cellulare, portafoglio?»
«No, niente. Solo i libri per la biblioteca.»
Io, nell’attesa che la guardia verifichi le nostre autorizzazioni, guardo le file di monitor che inquadrano angoli e corridoi segreti del carcere, e seguo i movimenti delle piccole figure che si muovono dentro quegli acquari bluastri con una strana sensazione di estraneità. Giovanni mi sorride per darmi coraggio e io continuo a chiedermi: ma cosa ci faccio qui dentro?

Quando passiamo attraverso la porta girevole – una porta identica a quelle che vedo sempre all’ingresso della mia banca… una di quelle che inizia a suonare se hai del metallo addosso – lo sbarco sulla luna è, di fatto, già avvenuto. Quella porta girevole è come un varco dimensionale che ti trasloca altrove; in un mondo altro dove le regole sono tutte da riscrivere e da rimparare.
Attraversiamo un lungo corridoio e poi un’altra porta blindata. Un cortile con la pavimentazione di cemento… un’altra porta blindata. Un altro campanello da suonare… un’altra guardia che deve sbloccare il meccanismo per farci entrare. Passiamo oltre. Ripetiamo i nostri nomi.
«Volontari?»
«Sì… corso di scrittura creativa.»
«I vostri nomi, per favore…»
«Deffenu, Gelsomino.»
«Ok, potete andare… a dopo.»
Altra porta, altro scatto, altro corridoio. Ci vuole pazienza. Bisogna frenare il passo e attendere. Questa è la prima cosa che imparo subito dopo lo sbarco. In un certo senso è come muoversi in assenza di gravità. Ogni gesto deve essere calcolato e previsto. Nulla si può dare per scontato come facciamo nel mondo di fuori. Qui un passo è un passo diverso. Più pesante, pensato, valutato.
Seguo Giovanni prendendo confidenza con lo spazio e cerco di farmi coraggio tra quelle pareti anonime dove spicca il grigio e un verde acqua vagamente acido.
Andrà tutto bene. Stai sereno… stai sereno.
Attraversiamo altre due porte e finalmente, una guardia, ci porta verso l’aula dove si svolgerà la nostra lezione. Entro nella stanza e mi guardo intorno per calcolare lo spazio disponibile. Una lavagna, una scrivania, una decina di banchi. Finestre con sbarre che si affacciano su un cortile interno. Fuori vedo solo dei caseggiati bassi – ali dello stesso carcere – e delle basse colline sovrastate da nuvole grigie.
Apro il primo cassetto della scrivania e ci trovo una copia di Metropolis di Flavio Soriga e un romanzo di Fois di cui non ricordo il titolo.
Ci raggiunge un’educatrice vestita in modo casual e comincia a spiegarci che i detenuti sono contenti del corso.
«La risposta sembra più che positiva, almeno da quello che ci dicono. Ora arrivano… li stiamo avvertendo che siete qui e non tarderanno molto.»
Passano pochi minuti e i detenuti cominciano a entrare nell’aula.
Tutti, nessuno escluso, mi salutano stringendomi la mano. Sorridono e il loro atteggiamento è educato e cordiale. Dopo le presentazioni si accomodano nei vari banchi e la lezione può iniziare.
Giovanni rompe il ghiaccio dicendo che sono un giovane scrittore che ha appena pubblicato un libro (giovane... vabbé... diciamo giovane). Prende una delle due copie  che ho portato con me e dopo un breve preambolo incita i detenuti a interagire con il sottoscritto che, fino a quel momento, è rimasto zitto come una statua o come uno stoccafisso. Fate voi.
«Potete chiedere tutto quello che volete e Carlo risponderà senza problemi a tutte le vostre curiosità.»
Le domande sono state tante e tutte precise e circostanziate. Alcune molto tecniche, altre più leggere. A volte le voci si accavallano per la voglia di aggiungere un pensiero o un’opinione, ed era difficile rispondere a tutti senza perdere il filo del ragionamento.
Raffaele, un ragazzo di 26 anni con una bella faccia sveglia, mi chiede: «Ma lei si sente uno scrittore?»
Della serie… come puntare una pistola, sparare, e fare centro al primo colpo.
Ho sorriso e ho cercato di rispondere con la massima sincerità. Io poi, che ancora faccio fatica a definirmi scrittore senza sentirmi profondamente in colpa per il mio ardire.
Un altro detenuto mi ha chiesto: «Ma ci dice di cosa parla questo libro? L’importante è che non parli di mafia e camorra… altrimenti non lo leggo.»
«No, non parla di mafia e camorra… tranquillo.»
«Perché basta con tutti questi scrittori che parlano di mafia e camorra, non ne posso più. Come Saviano… lei cosa pensa di Saviano? Per lei Saviano è un essere umano?»
Io guardavo il detenuto che con veemenza mi poneva le sue domande su Saviano e cercavo dentro di me una risposta giusta per quel momento e quel contesto.
«Be’, fino a prova contraria Saviano è un essere umano… »
«Ma a lei piace? Lo considera uno scrittore?»
«Saviano, ormai, è qualcosa di più di un semplice scrittore. È un caso editoriale, un giornalista, un fenomeno mediatico… »
Il detenuto mugugna poco convinto e io vengo salvato dalla domanda di un altro detenuto.
«Perché ha ambientato il romanzo nella sua città?»
«Perché per ambientarlo a Napoli… o a Chicago… dovevo, o trasferirmi lì per qualche mese – cosa che gli scrittori seri fanno spesso – o scrivere un romanzo di fantascienza per reinventarmi la città a modo mio. Ho scelto la via più comoda e meno dispendiosa.»

Finita la presentazione del libro, siamo passati al primo esercizio di scrittura.
Il nostro intento, un po’ folle, me ne rendo conto, è quello di provare a scrivere un romanzo corale.
Dobbiamo partire da un personaggio. Sappiamo che c’è un uomo che si alza una mattina e…
Per venti minuti i detenuti-alunni si impegnano a scrivere un incipit di 10 righe. Poi si leggono tutti gli incipit e si cerca di limare e lavorare quello più riuscito.
Vince, per così dire, l’attacco di Pino.
Poi c’è Enrico, un siciliano di mezza età, con barba brizzolata e occhialetti, che parla forbito – ho saputo che sta studiando filosofia – e cita autori che neanche io ho mai letto.  Non so quanti ergastoli ha collezionato, ma se penso che ha una strage sulla fedina penale – e la coscienza – mi fa strano abbinare quell’immagine tranquilla con quella di uno spietato assassino. Mi ricorda un caro amico cagliaritano e lo straniamento, per me, è ancora più forte.
C’è Mario, un signore con gli occhi chiari, che ha un modo di fare distinto e signorile… lo vedo perfetto per un film di Ettore Scola. Un bel personaggio. Un personaggio che metterei senza problemi dentro un mio romanzo. E non è detto che non ci finisca prima o poi.
C’è Massimiliano, Il Principe, un romano di bella presenza che sembra più un attore teatrale che un detenuto con qualche debito con la società e lo stato. Veste con eleganza e ha un modo di parlare e di muoversi che ti affascina. Ho saputo dalla direttrice del carcere che viene citato da Saviano nel suo libro Gomorra. Insomma, ho in classe un divo e non lo sapevo. Si intuisce subito che non è il tipo che si vanta delle citazioni letterarie prestigiose che lo contemplano. Gli piace molto scrivere, e nelle lezioni successive mi confida che con il progetto del romanzo va avanti per conto suo perché non riesce ad assecondare il ritmo degli altri. Sono certo che ha molte cose da raccontare e leggerò con vero piacere le sue storie.
C’è Carmelo che si lamenta sempre perché lui in cella vuole stare da solo per leggere, scrivere e studiare e non sopporta che i posti letto ora passeranno da due a tre. Scrive sempre e non manca una sola lezione. Ha vinto da poco un concorso letterario con un racconto e si capisce che è fiero di questa crescita personale. Il carcere può fare anche questo… dare un senso allo spazio.  
C’è il bibliotecario che scrive pagine e pagine in modo quasi compulsivo. Ama la poesia e la sua pena senza fine mai lo porterà a scrivere ancora di più. Perché se c’è una cosa che non manca, in carcere, è il tempo.
C’è Daniele, fissato con i cruciverba, che si applica molto poco e ci sono altri detenuti che passano per curiosare e a volte non tornano. Perché la sfida non è cosa da poco. Affrontare le parole. Dominarle. Darle un peso e un valore… mica è un gioco da ragazzi. Ci vogliono palle e tenacia. Più facile trovare una definizione in un cruciverba che mettersi in gioco sfidando i propri limiti.

Mi hanno colpito molte cose in quella prima lezione.
Mi hanno colpito l’educazione e la gentilezza. Mi ha colpito il loro modo di osservare le persone. I detenuti ti guardano dritto negli occhi e ti scavano dentro senza lasciarti scampo. Non siamo più abituati a questi scambi… a queste invasioni… a queste indagini. Ti senti analizzato, spogliato, ma senza giudizio e senza sarcasmo. C’è rispetto e voglia di empatia.
Non si parla del perché si è dentro. A volte, loro, ti raccontano delle cose. Si aprono e ti lasciano scorgere un pezzo della loro disperazione. E tu ascolti, assorbi come una spugna e impari.
Raffaele, durante quella prima lezione, ci ha chiesto con tono polemico: «Ma come posso io lavorare con la fantasia per inventare una storia se sto chiuso dentro quattro mura? Come posso farlo se qui il deserto avanza?»
Io e Giovanni non siamo riusciti a rispondere alla sua domanda.
Ci hanno pensato gli altri detenuti e lo hanno fatto con veemenza e passione.
Il carcere è una dimensione mentale. Sei tu che puoi decidere quanto il carcere ti può prendere e quanto tu, con ostinazione, puoi decidere di non mollare.
Disegnare una finestra in un muro di mattoni, disegnarla con un pezzo di gesso, e immaginare un mondo oltre quei vetri che puoi solo spalancare con la forza dell’immaginazione.
La scrittura è anche questo: inventarsi un mondo e camminarci sopra con la piena consapevolezza che tutto è possibile.

Quando ho salutato i detenuti prima di andare via, ho stretto mani e incontrato occhi e sorrisi che mi hanno fatto sentire a casa.
Ho scritto due dediche nelle copie del libro che ho portato per la biblioteca del carcere e alla domanda… tornerai?... ho risposto… tornerò.
Perché è proprio vero che a volte ci si sente alieni solo fino a quando il nuovo mondo non inizi a respirarlo senza timori e pregiudizi.
Il principe mi ha detto proprio ieri: «Chissà quanto resisterete... sarà dura starci dietro... forse venite per i soldi... forse per i soldi non si molla facilmente la presa.»
«No, Massimiliano, noi non prendiamo soldi e neanche un rimborso spese. Abbiamo scelto di rinunciare ai soldi e di venire da voi solo per la voglia di condividere in modo creativo un pezzo di strada. Tutto qui» ho risposto io, mettendo in chiaro le cose.
«Allora questa scelta vi fa ancora più onore... farei un triplo salto mortale all'indietro se non rischiassi di finire in infermeria» ha ribattuto lui sorridendo.

Un altro passo conquistato. Uno dei tanti in questo mondo-dimensione-universo con le sue regole e le sue leggi. E mentre attraversi il cancello di metallo che ti permetterà di tornare nella tua realtà, sai già che quello sbarco sulla luna ti ha mutato… e anche se non sei Maya, la mutaforma di Spazio 1999… qualcosa, dentro di te, si è trasformato… ha cambiato pelle.
Siamo saliti in macchina, siamo partiti con la nostra navicella spaziale, e ci siamo diretti verso l’uragano Cleopatra. Ancora non lo sapevamo… ma quel lunedì, la nostra isola, sarebbe stata travolta dal fango e dalla disperazione.  

Houston… abbiamo un problema…

lunedì 15 luglio 2013

SCATTO DI MEMORIA

Venerdì mattina è venuta a mangiare in ristorante un'amica della Capa che avevo già servito diverse volte.
Il giorno è entrata, mi ha visto vicino alla cassa, e mi ha detto: "Ti devo fare qualche domanda!"
Sorrideva con gli occhi e ho pensato: "Mi vorrà chiedere qualcosa sul libro."
L'accompagno al tavolo e attendo di scoprire cosa voglia sapere di così importante.
Osservandomi attentamente mi chiede l'anno di nascita.
Subito dopo, soddisfatta dalla mia risposta, mi chiede se sono di Sassari.
Un altro centro.
"Tua madre insegnava disegno o qualcosa del genere?"
"Sì, mia madre insegnava Educazione Artistica."
"E hai avuto come maestra la Bertrand'?"
"Sì..."
"E allora noi siamo stati in classe insieme alle elementari... anzi, siamo stati compagni di banco."
"Ma scherzi?"
"Per niente... ho letto il tuo nome sulla pagina FB del ristorante e mi si è accesa una lampadina. Eri uno dei pochi nomi che mi era rimasto in testa e ho pensato subito che potevi essere la versione adulta del bambino di allora..."
"Scusami, ma io non ricordo nulla... ho come rimosso quella parte della mia vita. Mi sono rimasti solo dei flash... delle immagini confuse."
"Io invece ricordo benissimo il bambino che sei stato... disegnavi sempre ed eri bravissimo. Ti invidiavo da morire. Mi ricordo che una mattina hai disegnato Heidi in modo perfetto... per noi era un mito quel cartone... ci siamo cresciuti con le sue storie tra i monti."
"Disegnavo Heidi? Non ricordo neanche questo..."
"Sì, ma non solo quello."
"Io ricordo Lorella di cui ero perdutamente innamorato..."
"Io neanche lei."
"E Pietro con gli occhiali di Al Bano... e Antonella che rideva quando scosso da attacchi di ridarella mi fremevano le narici come un coniglio."
"Io ho dimenticato tutti. Non ho nessuna foto di quei tempi... quelle classiche con tutta la classe e la maestra, hai presente? Mi era rimasto solo il tuo nome e il ricordo dei tuoi disegni..."
Siamo andati avanti così per dieci minuti, scavando nel passato e tirando fuori reperti dimenticati che riportati alla luce, tornavano a splendere.
Abbiamo rievocato la figura della maestra Bertrand, una specie di Rita Levi Montalcini dall'aspetto elegante e austero, che mi aveva conquistato con la sua presenza discreta e intensa.
Abbiamo parlato dell'edificio della scuola, dei nostri spostamenti, di qualche episodio scolastico e, infine, delle nostre vite attuali.
Alla fine del pranzo ci siamo abbracciati e io, non so perché, mi sono sentito dentro una trama di Murakami.

martedì 4 giugno 2013

MA CHE PIACERE!


Mi ricordo che all'inizio guardavo con molta diffidenza il nuovo social-network dove tutti si iscrivevano con grande entusiasmo. 
A chi mi diceva: "Ma lo sai che così puoi rintracciare persone che non vedi da una vita... persino i tuoi vecchi compagni di scuola!", rispondevo: "E perché dovrei ritrovare delle persone di cui mi sono liberato anni fa?"
La mia risposta era ironica, provocatoria e solo in parte sincera.
È vero che non ho mai sentito l'impulso di andare a cercare i vecchi compagni di scuola su facebook: è una parte della mia vita che ricordo con molto poco piacere. Nessuna epica giovanile, nessun romanticismo, nessuna complicità goliardica... ma solo tanta noia, tanta pesantezza e tanto vuoto esistenziale. 
Per me sono stati un'accozzaglia di anni informi, anomali, dove non mi sentivo né carne né pesce, sospeso tra due mondi, in bilico tra maschere grottesche... perciò nulla di veramente memorabile, nulla da festeggiare con uno stupido amarcord in pizzeria. 
Quando incontro per caso un compagno delle superiori (quelli delle medie e delle elementari sono fantasmi lontanissimi... sbiaditi nella memoria) mi stupisco sempre nello scoprire che quelle entità fisiche esistono ancora nella realtà... e semmai esistono con mogli/mariti e figli a carico. Sorridono e mi presentano il/la consorte e tutti i figli (nomi, età, doti e aspirazioni) e poi mi dicono: "Non sei cambiato... ti trovo sempre uguale!"
Io sorrido imbarazzato. Loro sono cambiati - e anche parecchio - e anche io non sono da meno, nonostante le loro parole di circostanza. Quello che non appare fuori, scava buchi profondissimi dentro. 

Dopo anni di uso giornaliero del mezzo - alla fine mi lasciai corrompere dalla curiosità - posso dire che non ho ritrovato molti compagni di scuola (in realtà uno solo) ma, con mia grande sorpresa, ho ritrovato... quasi casualmente... degli amici persi nel vortice del tempo.
È difficile dire perché qualcuno sparisca dalla tua vita da un momento all'altro quando, fino a poche ore prima, ne impregnava ogni angolo con il suo odore e la sua presenza.
Sono deviazioni, lutti, perdite che capitano... a volte terribili, altre volte naturali... distacchi che ti rendono orfano o ti fortificano come mai avresti creduto possibile.

Poi, il tempo, lenisce le ferite. Pulisce, purifica e smussa gli angoli. Quello che ti appariva in un modo ti appare in un altro e scopri che non senti rabbia, rancore, odio o amarezza. Solo calma. Una calma quasi innaturale. Sei contento di parlarci ancora e ascolti con vero piacere le novità di una vita che un tempo ti apparteneva come l'aria che respiravi. 

Una volta di più ho imparato che il mezzo è sempre neutro... siamo noi a decidere il suo pH usandolo in modo saggio o in modo maldestro.

Bentrovati amici.

martedì 16 aprile 2013

I'M ANDREW


Oggi ho seguito la prima lezione d'inglese con tutto lo staff del ristorante. 
Io, Wilma, Salvatore e Monica (Carmelo non si è svegliato e ha saltato il primo appuntamento con le basi della grammatica!). Il nostro teacher si chiama Andrew, ha 30 anni e arriva da New York. Monica sostiene che è un gran figo. Anche Wilma lo pensa. E anche io, a dire il vero, penso che abbiamo un professore davvero cool. Alto, biondo e con un fisico da modello. Metteteci dentro anche la simpatia, la disponibilità e una bella capacità di comunicare e trasmettere le informazioni... e capirete che siamo tutti felici di questa esperienza.
Certo, lo confesso, oggi mi sono sentito molto stupido... ma lui ci ha spiegato che è normale quando si comincia a masticare una nuova lingua. Dobbiamo parlare un po' come un senegalese che arriva in Italia e approccia la lingua con le sue poche nozioni e l'urgenza di farsi capire dalla gente del posto. 
Tu volere comprare calze?
Un esempio estremo, ovvio... ma che ci ha permesso di sperimentare e di non temere l'errore. 
Io sono Carlo. Il cucchiaio è sul tavolo. Io non sono spagnolo. 
I'm Carlo. The spoon is on the table. I'm not spanish.
L'intento è puntare sulla comunicazione base tutta al presente, per gestire i clienti, gli ordini e le situazioni più frequenti che possono verificarsi nella sala di un ristorante.
Dieci lezioni mirate, e poi, se ci andrà, continueremo il corso per affrontare il tempo passato e quello futuro e rendere il percorso più ricco, complesso e stimolante. 
Posso già dire che la cosa mi gusta parecchio. 
Ci giravo intorno da un po' e finalmente il caso, come capita spesso, ha fatto in modo che tutto si incastrasse alla perfezione. 
Niente capita per caso.
Is True!