venerdì 17 gennaio 2014

E NEANCHE LA SFIGA CI HA FERMATO!


A poco più di due ore dall'inizio della presentazione del mio libro nella libreria Cyrano di Alghero, cerco di non pensare troppo a come andrà l'incontro con il pubblico e il confronto con Lalla Careddu e Giuseppe Mussi. 
L'ultima presentazione l'ho fatta a Pozzomaggiore nel mese di novembre e quasi mi sembra strano presentarlo nella città dove vivo da 13 anni dopo così tanti mesi dalla sua uscita nelle librerie. 
Per logica, Alghero, sarebbe dovuta essere la scelta ottimale per inaugurare il mini-tour nelle librerie sarde e invece, per diverse situazioni e convergenze sfavorevoli, tutto questo non è stato possibile. 
Molto è dipeso dal mio lavoro: nei lunghi mesi estivi gestire il tempo diventa un'impresa davvero complicata e tutte le cose che ami fare si trasformano in mete impossibili da raggiungere. 
Lo so. Ci ho fatto il callo e non mi lamento. Prendo semplicemente atto che non si campa d'aria e, ahimè, neanche di parole e storie. 
La scrittura è una perversione, una mania, un hobby, un tic nervoso... chiamatelo come volete... ma a parte qualche piccola soddisfazione personale e molti rodimenti di fegato, concede ben poco al tuo anemico conto in banca.

In questi giorni ho riletto il libro per tornare dentro quelle atmosfere e mettere a fuoco le sensazioni che lo hanno fatto nascere. 
E quando capita trovo sempre un libro leggermente diverso dalla volta precedente, come se il testo si fosse modificato misteriosamente e avesse deciso da solo di mettere in risalto certe parti rispetto a delle altre. La comprensione delle cose avviene grazie alla sedimentazioni di tante osservazioni che ti arrivano dall'esterno. Anche per questo le presentazioni sono importanti, perché ti aiutano a definire meglio il senso di quello che hai creato nel silenzio della tua testa.

Ogni volta temo che la sala resti vuota e non ci sia nessuno a parte me, i librai e chi mi presenta. 
Ogni volta ho la paura folle di dire cose ovvie o di ripetere concetti già espressi in altre occasioni.
Ogni volta ho paura di non riuscire a guardare in faccia il pubblico o di sentirmi a disagio sulla sedia, dentro i miei pantaloni, nella stanza dove mi mettono... ecco perché, spesso, entro in un bar e mi faccio un Montenegro... mi facilita la parlantina e penso meno a quello che succederà. 
Per calmarmi ho messo su Purple Rain di Prince e ho iniziato a ballare e a cantare in cucina. I miei canarini mi guardavano, sconcertati dalle mie piroette, e Camillo, alla fine, si è unito ai coretti.
Mi sono vestito con la felpa nuova comprata per l'occasione, ho cercato di abbinare pantaloni e camicia e sono uscito di casa con la sensazione netta di aver dimenticato qualcosa. 

Arrivato in libreria alle 18:35... mi sono spaventato. C'era pochissima gente. Ho salutato e ho cercato di prendere contatto con la realtà. Lalla Careddu si è seduta e abbiamo iniziato a parlare e ad allentare la tensione (la mia) parlando di Patty Pravo e bellezza. Piano piano la sala si è animata e le sedie, all'improvviso, non erano più vuote. Wow... che figata!

Lalla comincia a parlare e io mi incanto... dice delle cose bellissime, delle cose che per quanto sono belle, precise, puntuali... mi illuminano i pensieri e mi fanno dire: "Azz... figo!"
La presentazione è stata, alla fine, una piacevole chiacchierata per raccontare non solo il libro, ma anche me, l'autore, e io, nel mio piccolo, ho cercato di rispondere in modo sincero e diretto alle domande che mi venivano rivolte con arguzia e intelligenza. Ho parlato della mia adolescenza, di mia madre e della mia famiglia stramba. Il pubblico ascoltava e in alcune occasioni ha persino interagito rendendo più viva e allegra la presentazione. 
Ho conosciuto dei lettori nuovi, ho scritto delle dediche e ho visto negli occhi di una ragazza dei lucciconi che non mi aspettavo.
"Cosa succede?", ho chiesto.
"Nulla... mi sono emozionata!", mi ha risposto.
"MI dispiace... non volevo..."
"No, va tutto bene. Stasera non inizio il libro perché sono troppo sconvolta... lo inizierò domani."
Ho sorriso, ho scritto la dedica e l'ho ringraziata per la presenza e la gentilezza.

Forse non ho detto solo stronzate... mi sono risposto mentre la guardavo andare via... forse qualcosa è arrivato. 
Poi un altro lettore mi ha chiesto la dedica e la serata è andata avanti.

Io non lo so quanto durerà. Forse questo sarà il primo e ultimo libro della mia vita... però, queste piccole emozioni, resteranno impresse nella mia memoria... e anche nel mio cuore, più malleabile di quanto non vada raccontando in giro.



Grazie alla libreria Cyrano.
Grazie alla stupenda Lalla Careddu.
Grazie a Giuseppe Mussi (la maledizione del giorno 17 ha colpito ancora!).
Grazie a Giovanni Gelsomino, Simone, Grace, Jeff, Gianmichele e Antonello (uno stalker davvero piacevole!).
Grazie a tutte le persone che sono venute alla presentazione e hanno reso il tutto più bello di quanto sia riuscito a immaginare mentre ballavo Prince in mutande.

Grazieeeeeeeeeeeee...

domenica 12 gennaio 2014

INCONTRO RAVVICINATO CON FRANCESCO ABATE


Ieri ho realizzato un piccolo sogno: ho conosciuto e ascoltato Francesco Abate durante la presentazione del suo ultimo romanzo UN POSTO ANCHE PER ME
Le coincidenze erano tutte favorevoli: il luogo, Alghero, la città dove vivo da 13 anni, e il giorno, sono potuto entrare al lavoro un'ora più tardi per una dimenticanza della mia Capa che si era dimenticata di avvisarmi che ieri si lavorava. 
Tutto contento mi sono preparato per raggiungere la libreria Cyrano in tempo per la presentazione e sono arrivato trafelato alle 18 in punto. Entro e trovo solo i due librai e una coppia di clienti che curiosa tra gli scaffali. 
Mi guardo intorno stupito e dico: "Ma insomma, arrivo sempre primo?"
Elia mi guarda e mi fa: "Primo per cosa?"
"Per la presentazione, no? Anche l'altra volta, a quella di Capitta, sono arrivato tra i primi..."
"Ma guarda che la presentazione di Abate non è mica qui" mi avvisa Elia.
"Come non è qui? E dov'è?"
"Alla biblioteca comunale in via Mazzini... si sono appena mossi... se ti sbrighi non ti perdi nulla..."
"Accidenti, sono passato qui prima di entrare al lavoro e invece, fuso come sono, ho sbagliato posto!"
Si vede che "un posto anche per me" non c'è mai... sono sempre, irrimediabilmente sfalsato rispetto alla realtà. 
Saluto gli amici librai e corro verso la biblioteca. Arrivo dopo 10 minuti e litigo con la porta d'ingresso. Una signora mi dice: "Bisogna tirare." 
Vero, c'è il cartello che dice proprio quello... tirare la porta. Però io mi bisticcio sempre con le cose e tiro sempre quando devo spingere e viceversa. Entro insieme alla signora e chiacchierando sulle scale scopro che si tratta di una volontaria della biblioteca. Grazie a lei raggiungo la sala dove si tiene la presentazione senza perdermi nell'edificio. Ovviamente la sala è già piena, io sono accaldato e non so dove mettermi. Poi, miracolo dei miracoli, tra tante teste vedo Lalla Careddu, Luisa Pala e Gianfranco Jeff Pisoni (autore delle bellissime foto che arricchiscono questo post) seduti in prima fila e mi fiondo da quella parte per occupare una delle due ultime sedie rimaste libere. Si sa che la prima fila è sempre una terra di nessuno dove i culetti non amano proprio stare. Neanche ci scappasse il rischio di una domanda da parte del tanto odiato professore di matematica! Allora sì che le prime file erano davvero trincee pericolose per le medie del quadrimestre. Saluto e abbraccio i miei amici e Luisa mi fa un gesto per dirmi... girati! Mi volto e Francesco Abate - cioè... non so se mi spiego - si è alzato e proteso verso di me per stringermi la mano. Imbarazzato gli porgo la mia mano e lui - imprevedibile e folle - accenna un baciamano e un piccolo inchino. Non vi dico come stavo... il fegato stava al posto del cuore che, a sua volta, si era spostato in zona milza che, ovviamente, mi era salita in gola... un rimescolamento totale insomma! 
Saluto anche Alessandro De Roma (un altro autore che seguo da tanti anni) e mi siedo buono buono in attesa che inizi la presentazione. 
Io il libro l'ho già letto in agosto (nel pieno del casino estivo... quando il lavoro diventa delirio e mi appaiono tutti i Santi in ordine strettamente alfabetico) e l'ho anche recensito in questo blog avariato. Premi QUI per leggere l'articolo. Ma nonostante conoscessi la storia e sapessi di cosa parlasse il romanzo, ascoltare le parole dell'autore mi ha fatto scoprire un altro libro ancora. O per meglio dire, mi ha aperto porte nuove, spiragli inattesi che mi spingono a tornare urgentemente tra quelle pagine per cogliere davvero tutto quello che durante la prima lettura mi era sfuggito. 
Il romanzo narra una storia vera, così vera che a volte può apparire inverosimile, al punto tale da spingere l'editor, e di conseguenza l'autore, a sacrificare una scena per evitare di calcare troppo la mano su un sentimentalismo eccessivo che avrebbe potuto indispettire il lettore. Ci pensate? Quell'episodio è veramente accaduto, eppure, non si può scrivere perché apparirebbe poco credibile. 
E poi dicono che la realtà non supera la fantasia... 
Ascoltare Abate mi ha fatto capire come si fa una presentazione: con leggerezza e gioia... perché, come dice lui, il momento più bello della vita di uno scrittore arriva quando incontri i lettori e il libro vive negli occhi e nelle domande della gente. Alessandro De Roma si è prestato al gioco delle parti  e ha saputo assecondare l'autore con arguzia e simpatia. Anche perché, a dirla tutta, Abate mica lo fermi così... :-)






Ieri sera si è parlato di tante cose, alcune più leggere, altre più dense e importanti.
Si è parlato del libro corale che uscirà a fine gennaio per la Einaudi. Un libro pensato e voluto da Marcello Fois per raccogliere fondi preziosi per aiutare la popolazione di Bitti colpita dall'alluvione. Sei autori sardi che con le loro parole tentano di creare qualcosa di concreto e tangibile per le persone sfortunate che lo Stato dimentica troppo facilmente. Marcello Fois, Francesco Abate, Alessandro De Roma, Paola Soriga, Michela Murgia e Salvatore Mannuzzu. Costa solo 6 euro e tutti i soldi andranno in beneficenza. Anche gli editor e le altre figure professionali della casa editrice hanno lavorato gratis, donando le loro ore di lavoro al progetto messo in moto da Marcello Fois. Dobbiamo comprare questo libro non solo per leggere 6 bellissimi racconti, ma anche per essere coinvolti attivamente in questo movimento d'azione letteraria. Perché il libro SEI PER LA SARDEGNA ti vuole dire proprio questo: SEI coinvolto anche tu!

Ci tengo a pubblicizzare anche un'altra iniziativa pensata da Francesco Abate per aiutare la famiglia del poliziotto che ha perso la vita mentre scortava con i colleghi un'ambulanza verso l'ospedale. Il ponte crollò proprio in quel fatidico momento e Luca Tanzi perse la vita, lasciando una giovane moglie e due figli. Domenica 19 gennaio, al Teatro Eliseo di Nuoro, alle ore 18:30, Abate presenterà una sua opera teatrale intitolata È COLPA TUA. Lo scopo è creare delle borse di studio per aiutare i figli di Luca a proseguire nel loro cammino di formazione. Potete prenotare i biglietti online sul sito di POINT TICKET e nel caso siate troppo lontani per andare allo spettacolo, ma volete donare lo stesso il prezzo del biglietto, fate così, comprate il biglietto online e poi scrivere un messaggio su Facebook a Francesco Abate, comunicandogli che avete preso il biglietto ma che, non potendoci andare, quel biglietto può essere rimesso in vendita. Diamoci una mossa e facciamo sentire il nostro calore ad Annalisa Tanzi, la moglie di Luca.

Finita la presentazione, mi sono fatto firmare la mia copia e dopo aver salutato tutti sono corso al lavoro. Ancora il cervello e il cuore saturi di emozioni e voglia di fare... perché non c'è niente di meglio che mescolarsi con gli umori del mondo per capire davvero chi siamo. E così sono entrato in servizio, ho indossato la mia divisa e ho iniziato ad accogliere i clienti. E mentre preparavo le bibite per un tavolo chi entra in ristorante? Indovinate? 
Francesco Abate, Alessandro Roma e gli amici della libreria Cyrano.
E sì... ieri ho avuto anche l'onore di servire la pizza al Grande Frisco. 

Triplo salto di gioia!!!

Ora devo solo rileggere il libro.
Perché non è mai troppo tardi per trovare un posto anche per me.
Piccolo, tutto mio, e dove le porte si aprono senza litigare con maniglie e pomelli.


mercoledì 8 gennaio 2014

L'UOMO SOTTO LA DIVISA A RIGHE


Ieri siamo tornati nel carcere di Nuchis dopo la pausa natalizia. Confesso di averci pensato spesso "ai miei ragazzi" durante le vacanze. 
Ho provato a immaginare il loro cenone di Natale e il loro Capodanno e, come promesso, ho brindato alla loro salute durante il pranzo del 25 con la mia famiglia e la sera del 31 con i miei colleghi. 
Siamo tornati con quattro bustoni di libri da donare alla biblioteca del carcere e con un rotolo di letterine scritte dagli alunni della scuola elementare dove insegnava Giovanni, il mio compagno d'avventura. Lettere semplici, colorate, ingenue nella loro spontaneità. Un bambino augurava ai detenuti un natale freddo, una cosa che può apparire crudele e fuori luogo se detta a un carcerato, ma con la sua frase ingenua intendeva semplicemente augurare delle feste "classiche"... con neve, abeti decorati e camini accesi. In carcere non ci sono camini e non ci sono molti abeti decorati (o almeno io non ne ho visto), ma ci sono molti presepi realizzati dai detenuti con una maestria davvero impressionante. Presepi che vengono poi donati a chiese e strutture di vario tipo. 
Siamo arrivati in aula passando attraverso le solite porte e i soliti posti di guardia: ripetendo i nostri nominativi a guardie che non ci conoscono nonostante il numero di volte che ci hanno visto passare lungo quei corridoi tutti uguali (ma quanti agenti lavorano in questo carcere?) e portandoci dietro le buste con i libri. 
Questa volta gli alunni tardano ad arrivare: forse la direzione si è dimentica del nostro arrivo il giorno dopo l'Epifania e cercano di recuperare tutti i detenuti nelle varie sezioni. E infatti i ragazzi ci confermano che non sapevano nulla della lezione e sono stati colti di sorpresa. Raffaele mangiava un panino con salame e maionese e io, che morivo di fame, gli ho detto: "E già potevi portarne uno anche a me!"
Massimiliano entra in aula e mi regala una Moleskine. Resto senza parole. Ringrazio e gli rivelò che me ne serviva proprio una per scrivere gli appunti del nuovo romanzo. 
Inizia la lezione. Massimiliano legge per primo quello che ha scritto durante le vacanze (nostre... non sue). Ascoltiamo il lungo capitolo - il secondo - che fa entrare in scena un nuovo personaggio. Pagine e pagine scritte con passione e una capacità superiore alla media. Raffaele, seduto vicino a me, mi sussurra all'orecchio: "Ma ha già scritto tutta la storia?"
Finito di leggere tutti i presenti dicono la loro sul pezzo e si commenta insieme. Si procede così con Carmelo, Raffaele, Mario e tutti gli alunni che hanno elaborato qualcosa di nuovo. Si discute, si affrontano snodi e punti cruciali della scena, si analizza il modo più efficace per rendere credibile un dialogo e un personaggio. 
Ci sono delle resistenze naturali, fisiologiche... c'è la tendenza a raccontare troppo senza andare davvero in profondità. I dialoghi sono complessi per loro, amano invece moltissimo le descrizioni. Con le descrizioni si sentono a casa e si esprimono con molta generosità. Troppa. Se possono metterci una parola in più ce la mettono invece di toglierla. Sono convinti che scrivere tante parole voglia dire scrivere figo. E invece bisogna scrivere le parole giuste, quelle utili, essenziali, tutto il resto si elimina, si sacrifica per dare un ritmo e un senso alla storia. 
Raffaele è forse il meno dotato tecnicamente, ma ha un istinto che gli fa quasi sempre centrare il punto: poche parole maledettamente efficaci. Unire questi talenti, queste urgenze, queste pulsioni creative è lo scopo del nostro essere qui. Esserci per dare un valore a quella bolla sottovuoto che è troppo spesso il carcere. 
A Nuchis sono fortunati. C'è una direttrice illuminata che sta portando avanti un lavoro incredibile per "aprire" il carcere e fare entrare il mondo di fuori nell'universo incredibile nascosto dietro le sbarre. 
C'è bisogno di condivisione, scambio, incontro di idee e sentimenti. 
"Ma perché tu non sei cambiato da quando sei entrato qui dentro?" mi ha chiesto Carmelo.
E certo che sono cambiato. Io lo so e lo sa qualsiasi persona-volontario-operatore che viva questa esperienza con il cuore e la mente aperti all'incontro.
Ho ascoltato le loro parole - sono espertissimi di leggi e procedure - e mi sono sentito un ignorante davanti alla mole di informazioni che mi sono piovute addosso. Massimiliano mi rivela di essere stato citato da Saviano sul libro "Zero zero zero" e di essere stato citato da altri 6 o 7 libri. 
"Lo so. Tu sei il Principe."
"Ah, sai tutto allora?" mi chiede.
"No, so solo questo. Non ho mai cercato niente su internet."
Mi confida di non aver letto il libro di Saviano e di non avere neppure nessuna curiosità di farlo. 
"La verità la conosco solo io e un giorno, chissà, mi piacerebbe scrivere un romanzo che non parli di me... ma del mondo che conosco. Semmai lo scriveremo insieme."
Scriverlo insieme? Ci penso un attimo e sorrido. Mi sembra un progetto più grande della mia capacità di proiezione.

Tornato a casa ho cercato per la prima volta qualche notizia sul Principe: trovare delle pagine di giornale che parlano di lui, vedere la sua foto segnaletica e leggere diversi passaggi della sua vita criminale mi lascia basito. Non riesco a sovrapporre l'immagine del Massimiliano che mi ha regalato la Moleskine, con il più grande trafficante di droga. E così mi capita con Carmelo: trovo persino una registrazione audio originale del processo su Radio Radicale e riesco ad ascoltare la sua voce inconfondibile. La voce di colui che mi ha deliziato con i suoi cannoli il 23 dicembre. Trovo anche qualcosa su Raffaele e scopro che fa parte di una famiglia criminale molto conosciuta a Quarto Oggiaro. Leggo di morti violente e lotte tra bande, e anche questa volta penso al viso del ragazzo che mi ha chiesto di correggere la favola che ha scritto per la figlia. Chiudo tutto e cerco di pensare ad altro. 
Mi è impossibile raccontare tutte le sfumature di quello che sento, vivo, penso in carcere. Mi rendo conto di avere davanti degli uomini che cercano di evolversi e di crescere. Uomini che temono il futuro e bruciano di desiderio e di paura. Perché la libertà è bella... ma pericolosa e scivolosa. Pensi di averla tra le mani e poi ti scorre via tra le dita... troppo rapida e tagliente per non ferirti. 
Mi sono affezionato a questi uomini e non riesco a essere obiettivo. Dovrei pensare al male che hanno fatto, alle vittime, al dolore... e invece penso soltanto alla lezione e al progetto da portare avanti. E credo che questo sia il segreto per andare avanti: non giudicare il passato e crescere insieme senza barriere e pregiudizi verso il futuro che si avvicina. 
Oggi ho ripreso a scrivere il mio nuovo romanzo con una voglia e una determinazione maggiore di ieri. 
Ho una Moleskine nuova da inaugurare e tante idee da concretizzare... la sfida continua.

mercoledì 1 gennaio 2014

QUELLO CHE NON SI DICE


Non si può dire tutto quello che ti passa per la testa; non si può fare perché rischieresti di aprire delle porte che è sempre meglio lasciare chiuse. Le mie porte non sono aperte o chiuse, le mie porte sono semplicemente socchiuse. Dalla fessura passa una lama di luce che si allunga come un sentiero luminoso su un pavimento scuro, pieno di briciole. Io cerco di raccoglierle, di mettere ordine, ma le briciole si moltiplicano davanti ai miei occhi e io non posso fare altro che arrendermi. 
Inutile cercare un pezzo di pane per riempire il vuoto delle tre del mattino. Inutile ignorare i botti nel cielo e gli schiamazzi della gente che passa sotto la finestra. 
Io sono contorto, sfuggevole, fondamentalmente un infelice cronico: ho perso il sentiero della gioia da molto tempo e arranco in una vita che non mi piace più. 
Questa è la verità. Forse una verità condivisa da molte persone.
La mia maschera allegra perde pezzi e sempre più spesso il nero viene fuori, sbircia il mondo da dietro un sorriso tirato. Mi spaventano molte cose e guardandomi intorno ho l'impressione di non farcela... di non avere le forze e l'inventiva per salvarmi la pelle.
Ho sperato nella scrittura. Ho pubblicato un libro... eppure mi sento vuoto lo stesso. Anzi, peggio... mi vivo come uno scrittore mediocre e mi perdo tra le pagine bianche senza osare nuove storie. 
Ho fatto un altro buco nell'acqua. 
Ho pensato che potesse essere la mia salvezza... la mia porta spalancata sul mondo e invece... ho solo chiuso qualche battente e permesso al buio di invadere le mie stanze.
C'è una storia scritta nei geni e spesso mi chiedo quale condanna penda sulla mia povera stirpe. 

Ieri notte ho pianto come un idiota.
Duro da dire... da scrivere. Me ne pentirò sicuramente... già lo so.
Ma sono stanco di facciate malmesse. 
Stanco di fingere.
Il mio inizio anno è stato questo... crudo ed essenziale... una stanza piena di briciole e nessun passerotto sul filo del bucato che sentisse la voglia vera di un po' di musica.

Le note taciono e il cuscino ascolta i miei sogni turbolenti.

Buon anno... gente.

martedì 24 dicembre 2013

CRESTE NATALIZIE


Questo 2013 è stato un anno lungo, pesante e difficile un po' per tutti. Guardandomi intorno non ho visto molti colori e molti sorrisi. C'è una resa incondizionata alla paura e alla solitudine. Sono andate via delle persone care, qualcuno è sparito, qualcun altro è tornato con un gioco di prestigio. Ci sono stati baci, birre condivise e parole affilate come coltelli. Ho zoppicato e ho salito molte scale. Ho sudato e non sempre sono stato capito. Ho pubblicato un libro che cerca di sopravvivere nella giungla dell'editoria. Mi sono sentito solo e mi sono sentito amato. Ho sognato un gatto. Ho fatto da papà alla mia mamma. Ho letto libri bellissimi. Qualcuno mi ha detto con gli occhi che sono speciale. Qualcun altro mi ha detto a denti stretti che sono un pezzo di merda. Tutto relativo. Sono entrato in carcere e mi ci sono trovato bene. Ho provato ad ascoltare il mio cuore e solo il mio cuore e non sempre il segnale era limpido e chiaro. 

Ho scelto di non fare l'albero di Natale. Ho scelto di non farmi incantare dalle lucine. E forse ho fatto male. Perché la magia dell'infanzia la ricordo ancora, quando non dormivo in attesa dei passi di un Babbo Natale che mi doveva portare i doni elencati nella letterina spedita un mese prima verso un luogo lontanissimo e con molta, molta neve. Vorrei avere ancora quella luce negli occhi, quella fervida speranza... e invece, mi sento stanco e appesantito e questa sensazione non mi piace, non mi piace per niente. 

L'altro giorno sono andato allo spettacolo della fratellanza dove si esibiva la mia nipotina Lady Bubba (una popstar in famiglia ci vuole!) e guardando la spontaneità e la gioia dei bambini mi sono incantato e innamorato. Vedere i bimbi senegalesi con i loro sorrisi immensi, i loro occhi di un nero profondissimo, i loro vestiti colorati e le acconciature afro della bambine, mi ha smosso il cuore. E così vedere mia nipote cantare la canzone di Natale, emozionata e composta, con i suoi amici del coro vicini per dare forza ai ritornelli. Ecco, non lo so, mi sono sentito avvolto da una bella sensazione. La vecchiaia fa brutti scherzi, vero?

E così ieri, ultima lezione in carcere del 2013, mi sono emozionato quando Carmelo è arrivato in classe con i cannoli preparati da lui e con una grande bottiglia d'acqua perché lì non si possono bere alcolici. Ho mangiato quel cannolo con una bellissima sensazione d'amicizia e condivisione. Tutti presi dai dolci, tra chiacchiere e risate, mentre le telecamere ci riprendevano per amplificare mille volte quell'immagine di fratellanza. Alla fine della lezione ci siamo salutati e ci siamo scambiati gli auguri. Raffaele mi ha raccontato che stanotte potranno organizzare la cena di Natale con gruppi di persone che non devono superare le 9 unità. Quindi, i detenuti di tre celle, si uniranno in una cella e festeggeranno la vigilia insieme. Mi ha detto di avere nel frigorifero comune anche il salmone dentro la borsa con il numero della cella. 
"E nessuno prende mai niente?" ho chiesto.
"Certo, capita che qualcuno prenda qualcosa che non è suo. Ma qui le cose vanno in un certo modo e non puoi fissarti sui particolari. Devi solo pensare che qualcuno aveva voglia di salmone e che va bene così. Siamo tutti nella stessa situazione. Ma in generale... c'è rispetto delle cose degli altri."
"Sono certo che sarà una cena buonissima!"
"Fatti arrestare così ceni con noi... una rapina senza spargimento di sangue... solo per entrare qui. Se siete in 4 si parla di organizzazione criminale, anche se siete 4 sfigati, e arrivi dritto dritto qui..."
Io ho riso.
"Facciamo così... quando uscirai tra qualche anno mi chiami e ti porto a cenare fuori. Meglio, no?"
"Davvero?"
"Promesso."
Raffaele mi ha sorriso e mi ha stretto la mano con due lucciconi negli occhi chiari.

Ecco, io, il mio Natale l'ho già avuto e questa sera penserò a quel salmone buonissimo che avrei voluto assaggiare.

Buon Natale anche a voi. 
Mettete a riposo le creste, le borchie e i ringhi cattivi e incazzosi e arrendetevi alla normalità. Fare i buoni, ogni tanto, non guasta. In fondo, per fare gli alternativi, se ci pensate bene, vi restano altri 364 giorni.

P.S. - dite che è troppo tardi per fare l'albero? :-)

giovedì 19 dicembre 2013

A VISO COPERTO di RICCARDO GAZZANIGA


Dire che ho letto questo libro non è esatto.
Io, questo libro, l'ho divorato. 
E l'ho fatto come mi capita con i libri di Stephen King e di Niccolò Ammaniti; con una foga e un'urgenza che mi era impossibile controllare e che mi impediva di andare a letto perché dovevo sapere assolutamente come andava a finire. Poi, esausto, mi rassegnavo - parliamo di 530 pagine - chiudevo il libro e spegnevo la luce. 
Il romanzo, sulla carta, non mi incuriosiva molto: l'idea di uno scrittore-poliziotto che racconta dalla trincea gli scontri tra ultras e celerini, mi eccitava quanto un porno trasmesso alla radio. E invece ci sono entrato eccome dentro quella trincea e ho ascoltato le voci dei tanti personaggi, ho assorbito le motivazioni più intime e profonde - spesso folli, estreme e autolesioniste - e mi sono trovato in mezzo alla guerriglia, alle botte, alle bandiere, ai sussurri e alle grida. 
Ma non c'è solo questo nel romanzo di Gazzaniga, ci sono anche le storie private, le svolte del destino, i dolori, le gioie, le delusioni di uomini e donne, di padri e madri, di figli e figlie. Si ascoltano le aspirazioni di chi spera di cambiare vita, le tribolazioni di chi deve gestire un amore spento, un figlio fragile, una prima volta, un senso di colpa ingombrante, un desiderio di dominio e distruzione, il sogno di un libro che parla esattamente di quelle cose che racconta il romanzo che stai leggendo. 
Gazzaniga è bravissimo nel tratteggio psicologico dei tanti personaggi che si muovono in uno scenario cittadino livido e spettrale, e non giudica mai le scelte, le azioni, le motivazioni dei suoi eroi senza gloria. Si limita a narrare le evoluzioni della tragedia con grande controllo stilistico. 
Memorabili le scene di massa che descrivono gli scontri. Gestire tanti personaggi, tanti fili narrativi non è un'impresa facile e l'autore ci riesce con mano felice. 
Io ho amato in modo particolare le parti dove si raccontano gli interni dei personaggi, interni fisici e psicologici , interni che colorano di solitudine, amarezza, rabbia, speranza e amore i gesti quotidiani di ultras e celerini. 
Un affresco lucido, tenero e spietato della società di oggi. Ci sono anche molti riferimenti alla cronaca recente. Si affronta il ricordo ingombrante del G8 di Genova e lo si fa con passo lieve e rispettoso. 


Il romanzo arriva dal Premio Calvino. Ha vinto l'edizione del 2012 e merita di essere letto per capire riti, ruoli e meccanismi assolutamente oscuri per chi, come me, non è mai andato allo stadio per vedere una partita di calcio con una spranga sotto il giubbotto. 
Ci sono anche delle curiosità che mi hanno fatto sorridere: vedi un poliziotto sassarese che si chiama Gavino Tau e ha una parlata molto marcata. Quando l'ho incontrato nel romanzo ho pensato subito a quello che mi aveva rivelato l'autore durante una presentazione, ovvero, che era fidanzato con una ragazza di Sassari e conosceva bene la mia città e la cadenza inconfondibile dei suoi abitanti. 
Mica capita tutti i giorni di trovare un personaggio sassarese in un romanzo così importante!
Un altra cosa che mi ha colpito è l'uso continuo dell'esortazione "dài" da parte di tutti i personaggi. In una pagina ne ho contato ben quattro. Qui ci sono alcuni esempi che ho estrapolato a caso da una decina di pagine:
"Dài, vai all'accettazione, " disse il funzionario.
"Dài, Nico, calma. Vedrai che ti risponderà."
"Dài, resisti, dài!"
"Dài, andiamo! Entriamo!"
"Dài, porcoddio! Carichiamoli!"

Ora mi viene un dubbio: forse a Genova si usa moltissimo e quindi non è strano spalmarlo nella parlata di tanti personaggi o, forse, è un vezzo puro dell'autore che l'editor non ha pensato di correggere o limitare. 

Detto questo, e tralasciando la mia caccia personale ai tantissimi "dài" - a volte non si sa proprio come passare il tempo quando non si gioca a Candy Crush Saga - il romanzo è una delle cose più interessanti e avvincenti che ho letto nel 2013. 

lunedì 16 dicembre 2013

COSE INUTILI NECESSARIE


Ieri sera, tornando a casa dopo un giro dentro la brodaglia del centro cittadino, ho ascoltato un programma radiofonico dove lo speaker invitava le persone sintonizzate a inviare un sms per raccontare le cose assurde che gli è capitato di comprare in un negozio. Quelle cose che non ti servono e non sai neppure dove mettere, ma che acquisti solo perché sono così belle, folli, colorate, particolari che sembra quasi che non ne possa più fare a meno. Le risposte sono state spiritose, e in alcuni casi esilaranti; vedi un cagliaritano che ha comprato dei doposci anche se non è mai andato a sciare, o un tipo di Milano che ha comprato una bellissima cuccia di cane anche se non ha un cane. Per non parlare del tizio che ha comprato una borsa da trasporto per chihuahua, nonostante il suo cane sia un alano. Penso sia capitato a tutti di comprare cose che poi non hanno mai utilizzato. Io mi perdo anche negli acquisti più normali. Non conto più le camicie e i maglioni che ho comprato e non ho mai indossato. Quando sono in negozio davanti allo specchio mi sembra tutto fighissimo, quando poi torno a casa e misuro i capi in camera da letto, mi sembrano orribili e inadatti al mio fisico. La mia battaglia con le camicie slim si perde nella notte dei tempi... magri andati! Mi vedo come un salamino dentro un preservativo troppo stretto. Ho comprato anche oggetti inutili. Ciotole per la casa così grandi che non so dove mettere e come usare, lampade che non illuminano, scarpe scomodissime, un macchina per fare il formaggio neanche fossi la Parmalat, un set per pic-nic... e io non ho mai fatto un pic-nic in vita mia perché con la bella stagione lavoro in ristorante, manubri per allenare le braccia che prendono polvere sotto il letto... insomma... tutti tentativi falliti di cambiare la mia vita. 

Ieri, comunque, mi sono mosso per compare un regalino alla mia mamma.
Individuato il negozio, sono entrato e ho chiesto subito l'oggetto più inutile presente nel negozio. E sì, perché a mia madre non puoi regalare cose utili, non se ne fa proprio niente; ti guarda male e ti chiede: ma per chi mi hai preso? Mia madre è attratta dalle cose che luccicano come le gazze ladre. Più una cosa luccica e più lei è felice. Forse farebbe carte false per avere un faro tutto suo da guardare dagli spuntoni di una scogliera, e se avesse vent'anni oggi, sono sicuro che farebbe la cubista in qualche discoteca della zona. Vuoi mettere tutti quei fari colorati che ti accendono le stelline dorate che ti sei incollata sulla pelle?
Speriamo che la mia scelta inutile soddisfi il suo bisogno di vacuità.

P.S. - io, per non creare equivoci e situazioni spiacevoli - vedi sorrisi falsi e di circostanza dopo aver aperto un pacco - , ho chiesto a Babbo Natale un Minipimer. Poco romantico, lo so... ma mi sono rotto di spremere le verdure con la forchetta. 

domenica 8 dicembre 2013

IL MATTINO HA L'ORO IN BOCCA


In questi giorno il mio libro DOMANI SARÀ UN GIORNO PERFETTO è presente alla Fiera della media e della piccola editoria, ovvero, Più libri, più liberi, che si tiene a Roma, nel palazzo dei congressi all'Eur. 
Siamo arrivati alla seconda edizione e nei prossimi mesi, con la Farnesi Editore, speriamo di camminare ancora un bel po' con questo libro che per me rappresenta un salto verso l'ignoto. C'è dentro tanto di me... c'è passione, dolore e anche speranza. C'è quello che volevo raccontare. E soprattutto c'è il seme di quello che spero continui a crescere nel mio giardino di sogni e fantasie. 
Ho fatto diverse presentazioni, ho incontrato tanti lettori, ho collaborato con delle persone stupende che non ringrazierò mai abbastanza, ho conosciuto librai, giornalisti, scrittori, bibliotecari, appassionati, malati di parole... e ho cercato di tenere botta nonostante la mia timidezza e la mia eterna inadeguatezza. 
La mia storia, piccola e intima, ha deluso sicuramente molti addetti ai lavori. E a tutti i silenzi che interpreto come delle delicate omissioni per non ferirmi, posso solo rispondere con le belle parole che mi sono arrivate in mille modi dai lettori che mi hanno dato fiducia. Perché non sai mai dove può arrivare una storia. Ti illudi di controllarla, ma lei, alla fine, fa quello che vuole.
Leggo sempre tantissimo. Sono curioso e insaziabile. Mi piace scoprire cosa scrivono scrittori lontanissimi e a volte vicinissimi alla mia sensibilità. E alla mia naturale insicurezza, dico... molla la presa... dammi aria e fammi godere queste piccole gioie. 

Da qualche giorno ho ripreso un progetto abbozzato nel mese di giugno. Non sarà facile questa nuova sfida. So già che dovrò sudare parecchio per portare a casa la storia. Ci vuole pazienza. Ci vuole tempo per ascoltare la voce dei personaggi. Ci vuole orecchio e naso per riconoscere l'odore del tuo nuovo mondo. Uno scrittore lavora anche quando vive. Se non vive non c'è linfa e non c'è fuoco per far camminare le storie future. Oggi mi ci sono bagnato le mani e i piedi in questa storia. Mi sono incazzato davanti alla pagina bianca per quel silenzio ostinato che non mollava la presa, e alla fine, non so come, qualcosa è arrivato. Un ricordo... una sensazione... e le parole sono scivolare fuori come onde. 
Molti lettori mi chiedono: quando uscirà il prossimo libro?
E io rispondo: non c'è nessuna fretta. Ancora non mi sono fatto il fiato per arrivare al traguardo con le braccia alzate al cielo. 

In questo momento non sono solo nel silenzio di questa sala immensa. 
Loro, i personaggi, mi guardano come tanti fantasmi e mi sorridono. Qualcuno suona una musica malinconica e una mano sottile mi chiama per danzare... solo stelle e parole... vedi? Solo stelle e parole... 

Prego maestro...

martedì 3 dicembre 2013

CRONACA DI UNO SBARCO SULLA LUNA


In questa storia non ci sono astronavi, tute spaziali o navicelle sonda.
Non ci sono neanche Shuttle, esercizi in assenza di gravità, pillole supervitaminiche e proteiche, tastiere con miliardi di bottoni e luci spia. Mancano del tutto propulsori, alette, visori, satelliti… insomma, non c’è nulla di tutto quello che ti aspetteresti di trovare in una storia che racconta uno sbarco sulla luna.
Forse, a voler trovare qualcosa di “fantascientifico” tra le sue righe, c’è qualche traccia residua di un vecchio telefilm che guardavo da ragazzo.  
C’è la luna, c’è la Base con i suoi corridoi infiniti, ci sono le sbarre, i cancelli, le serrature invisibili… ma soprattutto ci sono loro, gli alieni.
Mancano la dottoressa Russel, il capitano Koenig, il pilota Alan e la mutaforma Maya, capace di assumere le sembianze di qualsiasi organismo vivente, o almeno così ho pensato quel primo pomeriggio di novembre in cui, per la prima volta, ho messo piede dentro il carcere di massima sicurezza di Nuchis.
Sono entrato in quel mondo parallelo soltanto con il mio corpo e ho lasciato fuori tutto il resto: borsa, cellulare, ombrello, fazzoletti, agenda. Ho superato il primo cancello con una busta di plastica piena di libri nella mano destra e ho seguito il mio Virgilio con la testa piena di pensieri e paure. Giovanni Gelsomino, insegnante di scrittura creativa e giornalista, mi indica il basso edificio grigio, sotto un cielo plumbeo che non promette nulla di buono, e mi dice a mezza voce; “Guardati in giro… non perdere un solo particolare di quello che vedrai”, e me lo suggerisce mentre aspettiamo pazienti che la guardia di turno si accorga delle nostre figure infagottate vicino al cancello. Un segnale, uno scatto, una vibrazione e finalmente la serratura elettronica si apre e ci permette di entrare nel vasto cortile. Cammino in quello spazio di cemento con una strana sensazione che mi blocca il respiro in gola.
Quando Giovanni mi propose di affiancarlo nel corso di scrittura creativa che stava organizzando con i detenuti del carcere, tentennai, indeciso e spaventato dalla portata dell’evento.
«Ma perché io? Pensi che sia all’altezza? Non lo so… davvero… cosa devo fare?»
Tutte domande che cercavano di creare un cordone di sicurezza tra me e quel progetto che mi atterriva e affascinava nello stesso identico istante.
«Documenti prego» ci chiede la guardia che ci ha aperto il grande cancello. «Voi siete?»
«Scrittura creativa» risponde Giovanni.
«Scrittura creativa? Bene… avete con voi chiavi, cellulare, portafoglio?»
«No, niente. Solo i libri per la biblioteca.»
Io, nell’attesa che la guardia verifichi le nostre autorizzazioni, guardo le file di monitor che inquadrano angoli e corridoi segreti del carcere, e seguo i movimenti delle piccole figure che si muovono dentro quegli acquari bluastri con una strana sensazione di estraneità. Giovanni mi sorride per darmi coraggio e io continuo a chiedermi: ma cosa ci faccio qui dentro?

Quando passiamo attraverso la porta girevole – una porta identica a quelle che vedo sempre all’ingresso della mia banca… una di quelle che inizia a suonare se hai del metallo addosso – lo sbarco sulla luna è, di fatto, già avvenuto. Quella porta girevole è come un varco dimensionale che ti trasloca altrove; in un mondo altro dove le regole sono tutte da riscrivere e da rimparare.
Attraversiamo un lungo corridoio e poi un’altra porta blindata. Un cortile con la pavimentazione di cemento… un’altra porta blindata. Un altro campanello da suonare… un’altra guardia che deve sbloccare il meccanismo per farci entrare. Passiamo oltre. Ripetiamo i nostri nomi.
«Volontari?»
«Sì… corso di scrittura creativa.»
«I vostri nomi, per favore…»
«Deffenu, Gelsomino.»
«Ok, potete andare… a dopo.»
Altra porta, altro scatto, altro corridoio. Ci vuole pazienza. Bisogna frenare il passo e attendere. Questa è la prima cosa che imparo subito dopo lo sbarco. In un certo senso è come muoversi in assenza di gravità. Ogni gesto deve essere calcolato e previsto. Nulla si può dare per scontato come facciamo nel mondo di fuori. Qui un passo è un passo diverso. Più pesante, pensato, valutato.
Seguo Giovanni prendendo confidenza con lo spazio e cerco di farmi coraggio tra quelle pareti anonime dove spicca il grigio e un verde acqua vagamente acido.
Andrà tutto bene. Stai sereno… stai sereno.
Attraversiamo altre due porte e finalmente, una guardia, ci porta verso l’aula dove si svolgerà la nostra lezione. Entro nella stanza e mi guardo intorno per calcolare lo spazio disponibile. Una lavagna, una scrivania, una decina di banchi. Finestre con sbarre che si affacciano su un cortile interno. Fuori vedo solo dei caseggiati bassi – ali dello stesso carcere – e delle basse colline sovrastate da nuvole grigie.
Apro il primo cassetto della scrivania e ci trovo una copia di Metropolis di Flavio Soriga e un romanzo di Fois di cui non ricordo il titolo.
Ci raggiunge un’educatrice vestita in modo casual e comincia a spiegarci che i detenuti sono contenti del corso.
«La risposta sembra più che positiva, almeno da quello che ci dicono. Ora arrivano… li stiamo avvertendo che siete qui e non tarderanno molto.»
Passano pochi minuti e i detenuti cominciano a entrare nell’aula.
Tutti, nessuno escluso, mi salutano stringendomi la mano. Sorridono e il loro atteggiamento è educato e cordiale. Dopo le presentazioni si accomodano nei vari banchi e la lezione può iniziare.
Giovanni rompe il ghiaccio dicendo che sono un giovane scrittore che ha appena pubblicato un libro (giovane... vabbé... diciamo giovane). Prende una delle due copie  che ho portato con me e dopo un breve preambolo incita i detenuti a interagire con il sottoscritto che, fino a quel momento, è rimasto zitto come una statua o come uno stoccafisso. Fate voi.
«Potete chiedere tutto quello che volete e Carlo risponderà senza problemi a tutte le vostre curiosità.»
Le domande sono state tante e tutte precise e circostanziate. Alcune molto tecniche, altre più leggere. A volte le voci si accavallano per la voglia di aggiungere un pensiero o un’opinione, ed era difficile rispondere a tutti senza perdere il filo del ragionamento.
Raffaele, un ragazzo di 26 anni con una bella faccia sveglia, mi chiede: «Ma lei si sente uno scrittore?»
Della serie… come puntare una pistola, sparare, e fare centro al primo colpo.
Ho sorriso e ho cercato di rispondere con la massima sincerità. Io poi, che ancora faccio fatica a definirmi scrittore senza sentirmi profondamente in colpa per il mio ardire.
Un altro detenuto mi ha chiesto: «Ma ci dice di cosa parla questo libro? L’importante è che non parli di mafia e camorra… altrimenti non lo leggo.»
«No, non parla di mafia e camorra… tranquillo.»
«Perché basta con tutti questi scrittori che parlano di mafia e camorra, non ne posso più. Come Saviano… lei cosa pensa di Saviano? Per lei Saviano è un essere umano?»
Io guardavo il detenuto che con veemenza mi poneva le sue domande su Saviano e cercavo dentro di me una risposta giusta per quel momento e quel contesto.
«Be’, fino a prova contraria Saviano è un essere umano… »
«Ma a lei piace? Lo considera uno scrittore?»
«Saviano, ormai, è qualcosa di più di un semplice scrittore. È un caso editoriale, un giornalista, un fenomeno mediatico… »
Il detenuto mugugna poco convinto e io vengo salvato dalla domanda di un altro detenuto.
«Perché ha ambientato il romanzo nella sua città?»
«Perché per ambientarlo a Napoli… o a Chicago… dovevo, o trasferirmi lì per qualche mese – cosa che gli scrittori seri fanno spesso – o scrivere un romanzo di fantascienza per reinventarmi la città a modo mio. Ho scelto la via più comoda e meno dispendiosa.»

Finita la presentazione del libro, siamo passati al primo esercizio di scrittura.
Il nostro intento, un po’ folle, me ne rendo conto, è quello di provare a scrivere un romanzo corale.
Dobbiamo partire da un personaggio. Sappiamo che c’è un uomo che si alza una mattina e…
Per venti minuti i detenuti-alunni si impegnano a scrivere un incipit di 10 righe. Poi si leggono tutti gli incipit e si cerca di limare e lavorare quello più riuscito.
Vince, per così dire, l’attacco di Pino.
Poi c’è Enrico, un siciliano di mezza età, con barba brizzolata e occhialetti, che parla forbito – ho saputo che sta studiando filosofia – e cita autori che neanche io ho mai letto.  Non so quanti ergastoli ha collezionato, ma se penso che ha una strage sulla fedina penale – e la coscienza – mi fa strano abbinare quell’immagine tranquilla con quella di uno spietato assassino. Mi ricorda un caro amico cagliaritano e lo straniamento, per me, è ancora più forte.
C’è Mario, un signore con gli occhi chiari, che ha un modo di fare distinto e signorile… lo vedo perfetto per un film di Ettore Scola. Un bel personaggio. Un personaggio che metterei senza problemi dentro un mio romanzo. E non è detto che non ci finisca prima o poi.
C’è Massimiliano, Il Principe, un romano di bella presenza che sembra più un attore teatrale che un detenuto con qualche debito con la società e lo stato. Veste con eleganza e ha un modo di parlare e di muoversi che ti affascina. Ho saputo dalla direttrice del carcere che viene citato da Saviano nel suo libro Gomorra. Insomma, ho in classe un divo e non lo sapevo. Si intuisce subito che non è il tipo che si vanta delle citazioni letterarie prestigiose che lo contemplano. Gli piace molto scrivere, e nelle lezioni successive mi confida che con il progetto del romanzo va avanti per conto suo perché non riesce ad assecondare il ritmo degli altri. Sono certo che ha molte cose da raccontare e leggerò con vero piacere le sue storie.
C’è Carmelo che si lamenta sempre perché lui in cella vuole stare da solo per leggere, scrivere e studiare e non sopporta che i posti letto ora passeranno da due a tre. Scrive sempre e non manca una sola lezione. Ha vinto da poco un concorso letterario con un racconto e si capisce che è fiero di questa crescita personale. Il carcere può fare anche questo… dare un senso allo spazio.  
C’è il bibliotecario che scrive pagine e pagine in modo quasi compulsivo. Ama la poesia e la sua pena senza fine mai lo porterà a scrivere ancora di più. Perché se c’è una cosa che non manca, in carcere, è il tempo.
C’è Daniele, fissato con i cruciverba, che si applica molto poco e ci sono altri detenuti che passano per curiosare e a volte non tornano. Perché la sfida non è cosa da poco. Affrontare le parole. Dominarle. Darle un peso e un valore… mica è un gioco da ragazzi. Ci vogliono palle e tenacia. Più facile trovare una definizione in un cruciverba che mettersi in gioco sfidando i propri limiti.

Mi hanno colpito molte cose in quella prima lezione.
Mi hanno colpito l’educazione e la gentilezza. Mi ha colpito il loro modo di osservare le persone. I detenuti ti guardano dritto negli occhi e ti scavano dentro senza lasciarti scampo. Non siamo più abituati a questi scambi… a queste invasioni… a queste indagini. Ti senti analizzato, spogliato, ma senza giudizio e senza sarcasmo. C’è rispetto e voglia di empatia.
Non si parla del perché si è dentro. A volte, loro, ti raccontano delle cose. Si aprono e ti lasciano scorgere un pezzo della loro disperazione. E tu ascolti, assorbi come una spugna e impari.
Raffaele, durante quella prima lezione, ci ha chiesto con tono polemico: «Ma come posso io lavorare con la fantasia per inventare una storia se sto chiuso dentro quattro mura? Come posso farlo se qui il deserto avanza?»
Io e Giovanni non siamo riusciti a rispondere alla sua domanda.
Ci hanno pensato gli altri detenuti e lo hanno fatto con veemenza e passione.
Il carcere è una dimensione mentale. Sei tu che puoi decidere quanto il carcere ti può prendere e quanto tu, con ostinazione, puoi decidere di non mollare.
Disegnare una finestra in un muro di mattoni, disegnarla con un pezzo di gesso, e immaginare un mondo oltre quei vetri che puoi solo spalancare con la forza dell’immaginazione.
La scrittura è anche questo: inventarsi un mondo e camminarci sopra con la piena consapevolezza che tutto è possibile.

Quando ho salutato i detenuti prima di andare via, ho stretto mani e incontrato occhi e sorrisi che mi hanno fatto sentire a casa.
Ho scritto due dediche nelle copie del libro che ho portato per la biblioteca del carcere e alla domanda… tornerai?... ho risposto… tornerò.
Perché è proprio vero che a volte ci si sente alieni solo fino a quando il nuovo mondo non inizi a respirarlo senza timori e pregiudizi.
Il principe mi ha detto proprio ieri: «Chissà quanto resisterete... sarà dura starci dietro... forse venite per i soldi... forse per i soldi non si molla facilmente la presa.»
«No, Massimiliano, noi non prendiamo soldi e neanche un rimborso spese. Abbiamo scelto di rinunciare ai soldi e di venire da voi solo per la voglia di condividere in modo creativo un pezzo di strada. Tutto qui» ho risposto io, mettendo in chiaro le cose.
«Allora questa scelta vi fa ancora più onore... farei un triplo salto mortale all'indietro se non rischiassi di finire in infermeria» ha ribattuto lui sorridendo.

Un altro passo conquistato. Uno dei tanti in questo mondo-dimensione-universo con le sue regole e le sue leggi. E mentre attraversi il cancello di metallo che ti permetterà di tornare nella tua realtà, sai già che quello sbarco sulla luna ti ha mutato… e anche se non sei Maya, la mutaforma di Spazio 1999… qualcosa, dentro di te, si è trasformato… ha cambiato pelle.
Siamo saliti in macchina, siamo partiti con la nostra navicella spaziale, e ci siamo diretti verso l’uragano Cleopatra. Ancora non lo sapevamo… ma quel lunedì, la nostra isola, sarebbe stata travolta dal fango e dalla disperazione.  

Houston… abbiamo un problema…