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giovedì 13 marzo 2014

SILENZI INVERNALI E SPLENDORI ESTIVI

Questo breve racconto mi è stato commissionato per un librone fotografico sulle città di mare del Nord Sardegna. All'inizio non sapevo davvero cosa inventarmi per parlare di Alghero, poi, ho provato a immaginare cosa succederebbe se partissi lontano - Londra? Parigi? Roma? - e ritornassi dopo anni nella città che mi accoglie tra le sue braccia e i suoi vicoli da ben 13 anni. In un'ora ho scritto queste poche righe che si muovono tra un reportage intimo e un volo sulle mura e i tetti del ricordo, La nostalgia di quello che non c'è più o c'è solo dentro la memoria. Passi, squarci, attimi, sorrisi... un preludio - o un epilogo - di un qualcosa che si muove da tempo dentro di me.
Buona lettura.

SILENZI INVERNALI E SPLENDORI ESTIVI

Ritornare ad Alghero è un po’ come rinascere per chi ci ha vissuto tanti anni. Camminare per le strade del centro storico, con le placche di ceramica che mi ricordano i nomi catalani delle vie, mi aiuta a tracciare una mappa della memoria che si arricchisce a ogni passo di odori e sensazioni. Tutto è rimasto sepolto dentro di me e ora, naufrago senza bussola, osservo risalire pezzi di vita che credevo perduti per sempre.
Annuso l’odore delle mura sfarinate dalle carezze del tempo e cerco di non farmi intimorire dalla pressione dei ciottoli contro la suola delle scarpe. Le case, assiepate le une alle altre come comari pettegole, mi accompagnano nel mio pellegrinare e mi inducono, con un sussurro di persiane, a fermarmi davanti alla chiesa di San Francesco. Ricordo il chiostro con i suoi archi e le sue sedie in fila, e ricordo gli attori e la musica che ho ascoltato con la testa leggera, una mano sulla spalla di un amico, catturati da un sogno che profumava d’estate e di belle parole. E io mi ci perdo ancora nell’evocazione di quei fantasmi e quasi mi inchino davanti al saio di un frate che mi passa accanto e mi sorride. Il suo volto è sconosciuto e nella linea del suo naso riconosco la bellezza mediterranea di un pescatore che ho incontrato in Marocco.
Strani collegamenti. Una serie infinita di connessioni che mi portano altrove per ricondurmi sempre qui.
Inseguo per un po’ il frate e dopo qualche svolta lo lascio andare per la sua strada: un nuovo quadro si è aperto davanti ai miei occhi incantati. La torre di Sulis, il mare in tempesta, il richiamo dei gabbiani. C’è vento e quel maestrale possente mi agita le pupille e le labbra. Ho voglia di parlare con qualcuno, di fermare uno dei tanti turisti soltanto per chiedergli da dove viene e offrirgli con quella scusa un caffè. Osservo dei ragazzi che suonano la chitarra a ridosso di un muro e dei vecchietti che parlano in circolo di qualcosa che mi sfugge. Mi incammino lungo le mura antiche, i Bastioni, e mi lascio graffiare dalla sabbia africana. I tramonti, qui, sono qualcosa di molto diverso da tutto quello che ho visto altrove. Il promontorio di Capo Caccia, acquattato sull’orizzonte come una bestia a caccia di prede, e le nuvole basse, che versano il rosso sangue della sera sul telo limpido del cielo, sono la rappresentazione fragile e violenta della bellezza di questa città. Una città di alghe e tramonti. Una città di pesca e corallo. Una città di silenzi invernali e di splendori estivi. Una città che puoi toccare con la punta delle dita e se ti distendi nudo su di lei la puoi abbracciare e quasi sentire il peso della sua storia contro il petto. Mi fermo davanti all’insegna di un ristorante e leggo: “Oggi spaghetti con bogamarì”. Quante volte ho gustato questa prelibatezza? E quante volte ho mangiato l’aragosta alla catalana? E il manjar blanc? E il pesce pescato dalle reti dei pescherecci che partono dal porto e rientrano alle prime ore del mattino? E quante volte ho aspettato l’alba nelle spiagge di Maria Pia, del Lazzaretto, delle Bombarde? Un cameriere mi osserva da dietro un vetro e mi sorride. Alghero, a novembre, rallenta il suo ritmo dopo la frenesia estiva e chi vuole godersi la bellezza di questi posti, con l’arrivo del freddo, trova pace e silenzio. C’è una stagione giusta per tutti. Per i giovani, per gli sposini, per le coppie in pensione, per le famiglie… chi visita Alghero viene stregato dal labirinto delle sue vie e un pezzo di cuore rimane imprigionato tra le sabbie e i coralli. Quanti stranieri hanno comprato casa qui? Con Ryanair le distanze si sono accorciate e i costi ridimensionati. Si parte da Londra per un week-end e si arriva in un attimo. Tutto è più semplice e il mondo si può infilare in una tasca. Ma questo non basta, e no… l’ho imparato sulla mia pelle che non è sufficiente pagare un biglietto pochi euro per capire un luogo dove non siamo mai stati. Quando si sbarca dall’aereo dobbiamo dimenticarci da dove arriviamo e chi siamo. Dobbiamo dimenticarci il nostro nome e le nostre abitudini; prendere un bel respiro, aprire gli occhi e lasciarci invadere dal nuovo “pianeta”.
Saluto il cameriere e procedo con la mia immersione nei fondali smeraldini del ricordo. Arrivo al porto e vedo un’insegna che dice “Pescheria di San Telmo”. Un altro collegamento si accende nella mia testa: Buenos Aires e il quartiere degli artisti. Ho dormito in Calle Bolivar e ho mangiato in Calle Defensa. Ho guardato i tangheri danzare in Plaza Dorrego. Ho bevuto la cerveza ghiacciata a Natale e ho mangiato la carne argentina da una griglia immensa. Altri sorrisi, altri mondi che trovo anche qui, per le strade di questa città affacciata sul mare, con lo sguardo verso Gibilterra, verso l’oceano. Proseguo lungo la nuova passeggiata Barcellona che ha permesso alla città di allungarsi sul mare e di ampliare gli spazi per i turisti e gli algheresi. Ci sono le barche, i chioschi che vendono gelati e souvenir, ci sono i turisti che si spostano in bicicletta sulla pista ciclabile e i runners che corrono controvento.  E io mi lascio trasportate dai ricordi.
Perché sono andato via? Ho inseguito un sogno impossibile? Ho cercato altrove un angolo che mi accogliesse con la stessa generosità?
Mi siedo su una panchina di legno e con le braccia e gli occhi aperti attendo il tramonto: un bagno di sangue e poesia che si stempera nel silenzio rotto solo dal ronfare delle macchine e dal richiamo dei gabbiani che attendono voraci il ritorno dei pescherecci in cerchi sempre più stretti.
Un turista tedesco si ferma con i pattini a rotelle vicino alla panchina dove mi sono seduto per ammirare lo spettacolo del cielo, e con un grande sorriso mi chiede: «Lei da dove viene?»
Lo guardo, sorrido anche io, e prima di rispondere ripeto la stessa domanda dentro la mia testa.
“Io da dove vengo?”
«Da qui!» rispondo, ancora prima di capire davvero cosa è giusto rispondere.
Il turista tedesco mi si siede accanto sulla panchina di legno e stringendomi la mano mi dice il suo nome e la sua città d’origine.
“Da qui”, penso ancora, confuso e sorpreso dalla semplicità di quella risposta, mentre lui si slaccia il casco e libera i lunghi capelli biondi nella luce dorata del tramonto.
Da qui.


Un grazie speciale a Giovanni Gelsomino... un uomo generoso.

martedì 3 dicembre 2013

CRONACA DI UNO SBARCO SULLA LUNA


In questa storia non ci sono astronavi, tute spaziali o navicelle sonda.
Non ci sono neanche Shuttle, esercizi in assenza di gravità, pillole supervitaminiche e proteiche, tastiere con miliardi di bottoni e luci spia. Mancano del tutto propulsori, alette, visori, satelliti… insomma, non c’è nulla di tutto quello che ti aspetteresti di trovare in una storia che racconta uno sbarco sulla luna.
Forse, a voler trovare qualcosa di “fantascientifico” tra le sue righe, c’è qualche traccia residua di un vecchio telefilm che guardavo da ragazzo.  
C’è la luna, c’è la Base con i suoi corridoi infiniti, ci sono le sbarre, i cancelli, le serrature invisibili… ma soprattutto ci sono loro, gli alieni.
Mancano la dottoressa Russel, il capitano Koenig, il pilota Alan e la mutaforma Maya, capace di assumere le sembianze di qualsiasi organismo vivente, o almeno così ho pensato quel primo pomeriggio di novembre in cui, per la prima volta, ho messo piede dentro il carcere di massima sicurezza di Nuchis.
Sono entrato in quel mondo parallelo soltanto con il mio corpo e ho lasciato fuori tutto il resto: borsa, cellulare, ombrello, fazzoletti, agenda. Ho superato il primo cancello con una busta di plastica piena di libri nella mano destra e ho seguito il mio Virgilio con la testa piena di pensieri e paure. Giovanni Gelsomino, insegnante di scrittura creativa e giornalista, mi indica il basso edificio grigio, sotto un cielo plumbeo che non promette nulla di buono, e mi dice a mezza voce; “Guardati in giro… non perdere un solo particolare di quello che vedrai”, e me lo suggerisce mentre aspettiamo pazienti che la guardia di turno si accorga delle nostre figure infagottate vicino al cancello. Un segnale, uno scatto, una vibrazione e finalmente la serratura elettronica si apre e ci permette di entrare nel vasto cortile. Cammino in quello spazio di cemento con una strana sensazione che mi blocca il respiro in gola.
Quando Giovanni mi propose di affiancarlo nel corso di scrittura creativa che stava organizzando con i detenuti del carcere, tentennai, indeciso e spaventato dalla portata dell’evento.
«Ma perché io? Pensi che sia all’altezza? Non lo so… davvero… cosa devo fare?»
Tutte domande che cercavano di creare un cordone di sicurezza tra me e quel progetto che mi atterriva e affascinava nello stesso identico istante.
«Documenti prego» ci chiede la guardia che ci ha aperto il grande cancello. «Voi siete?»
«Scrittura creativa» risponde Giovanni.
«Scrittura creativa? Bene… avete con voi chiavi, cellulare, portafoglio?»
«No, niente. Solo i libri per la biblioteca.»
Io, nell’attesa che la guardia verifichi le nostre autorizzazioni, guardo le file di monitor che inquadrano angoli e corridoi segreti del carcere, e seguo i movimenti delle piccole figure che si muovono dentro quegli acquari bluastri con una strana sensazione di estraneità. Giovanni mi sorride per darmi coraggio e io continuo a chiedermi: ma cosa ci faccio qui dentro?

Quando passiamo attraverso la porta girevole – una porta identica a quelle che vedo sempre all’ingresso della mia banca… una di quelle che inizia a suonare se hai del metallo addosso – lo sbarco sulla luna è, di fatto, già avvenuto. Quella porta girevole è come un varco dimensionale che ti trasloca altrove; in un mondo altro dove le regole sono tutte da riscrivere e da rimparare.
Attraversiamo un lungo corridoio e poi un’altra porta blindata. Un cortile con la pavimentazione di cemento… un’altra porta blindata. Un altro campanello da suonare… un’altra guardia che deve sbloccare il meccanismo per farci entrare. Passiamo oltre. Ripetiamo i nostri nomi.
«Volontari?»
«Sì… corso di scrittura creativa.»
«I vostri nomi, per favore…»
«Deffenu, Gelsomino.»
«Ok, potete andare… a dopo.»
Altra porta, altro scatto, altro corridoio. Ci vuole pazienza. Bisogna frenare il passo e attendere. Questa è la prima cosa che imparo subito dopo lo sbarco. In un certo senso è come muoversi in assenza di gravità. Ogni gesto deve essere calcolato e previsto. Nulla si può dare per scontato come facciamo nel mondo di fuori. Qui un passo è un passo diverso. Più pesante, pensato, valutato.
Seguo Giovanni prendendo confidenza con lo spazio e cerco di farmi coraggio tra quelle pareti anonime dove spicca il grigio e un verde acqua vagamente acido.
Andrà tutto bene. Stai sereno… stai sereno.
Attraversiamo altre due porte e finalmente, una guardia, ci porta verso l’aula dove si svolgerà la nostra lezione. Entro nella stanza e mi guardo intorno per calcolare lo spazio disponibile. Una lavagna, una scrivania, una decina di banchi. Finestre con sbarre che si affacciano su un cortile interno. Fuori vedo solo dei caseggiati bassi – ali dello stesso carcere – e delle basse colline sovrastate da nuvole grigie.
Apro il primo cassetto della scrivania e ci trovo una copia di Metropolis di Flavio Soriga e un romanzo di Fois di cui non ricordo il titolo.
Ci raggiunge un’educatrice vestita in modo casual e comincia a spiegarci che i detenuti sono contenti del corso.
«La risposta sembra più che positiva, almeno da quello che ci dicono. Ora arrivano… li stiamo avvertendo che siete qui e non tarderanno molto.»
Passano pochi minuti e i detenuti cominciano a entrare nell’aula.
Tutti, nessuno escluso, mi salutano stringendomi la mano. Sorridono e il loro atteggiamento è educato e cordiale. Dopo le presentazioni si accomodano nei vari banchi e la lezione può iniziare.
Giovanni rompe il ghiaccio dicendo che sono un giovane scrittore che ha appena pubblicato un libro (giovane... vabbé... diciamo giovane). Prende una delle due copie  che ho portato con me e dopo un breve preambolo incita i detenuti a interagire con il sottoscritto che, fino a quel momento, è rimasto zitto come una statua o come uno stoccafisso. Fate voi.
«Potete chiedere tutto quello che volete e Carlo risponderà senza problemi a tutte le vostre curiosità.»
Le domande sono state tante e tutte precise e circostanziate. Alcune molto tecniche, altre più leggere. A volte le voci si accavallano per la voglia di aggiungere un pensiero o un’opinione, ed era difficile rispondere a tutti senza perdere il filo del ragionamento.
Raffaele, un ragazzo di 26 anni con una bella faccia sveglia, mi chiede: «Ma lei si sente uno scrittore?»
Della serie… come puntare una pistola, sparare, e fare centro al primo colpo.
Ho sorriso e ho cercato di rispondere con la massima sincerità. Io poi, che ancora faccio fatica a definirmi scrittore senza sentirmi profondamente in colpa per il mio ardire.
Un altro detenuto mi ha chiesto: «Ma ci dice di cosa parla questo libro? L’importante è che non parli di mafia e camorra… altrimenti non lo leggo.»
«No, non parla di mafia e camorra… tranquillo.»
«Perché basta con tutti questi scrittori che parlano di mafia e camorra, non ne posso più. Come Saviano… lei cosa pensa di Saviano? Per lei Saviano è un essere umano?»
Io guardavo il detenuto che con veemenza mi poneva le sue domande su Saviano e cercavo dentro di me una risposta giusta per quel momento e quel contesto.
«Be’, fino a prova contraria Saviano è un essere umano… »
«Ma a lei piace? Lo considera uno scrittore?»
«Saviano, ormai, è qualcosa di più di un semplice scrittore. È un caso editoriale, un giornalista, un fenomeno mediatico… »
Il detenuto mugugna poco convinto e io vengo salvato dalla domanda di un altro detenuto.
«Perché ha ambientato il romanzo nella sua città?»
«Perché per ambientarlo a Napoli… o a Chicago… dovevo, o trasferirmi lì per qualche mese – cosa che gli scrittori seri fanno spesso – o scrivere un romanzo di fantascienza per reinventarmi la città a modo mio. Ho scelto la via più comoda e meno dispendiosa.»

Finita la presentazione del libro, siamo passati al primo esercizio di scrittura.
Il nostro intento, un po’ folle, me ne rendo conto, è quello di provare a scrivere un romanzo corale.
Dobbiamo partire da un personaggio. Sappiamo che c’è un uomo che si alza una mattina e…
Per venti minuti i detenuti-alunni si impegnano a scrivere un incipit di 10 righe. Poi si leggono tutti gli incipit e si cerca di limare e lavorare quello più riuscito.
Vince, per così dire, l’attacco di Pino.
Poi c’è Enrico, un siciliano di mezza età, con barba brizzolata e occhialetti, che parla forbito – ho saputo che sta studiando filosofia – e cita autori che neanche io ho mai letto.  Non so quanti ergastoli ha collezionato, ma se penso che ha una strage sulla fedina penale – e la coscienza – mi fa strano abbinare quell’immagine tranquilla con quella di uno spietato assassino. Mi ricorda un caro amico cagliaritano e lo straniamento, per me, è ancora più forte.
C’è Mario, un signore con gli occhi chiari, che ha un modo di fare distinto e signorile… lo vedo perfetto per un film di Ettore Scola. Un bel personaggio. Un personaggio che metterei senza problemi dentro un mio romanzo. E non è detto che non ci finisca prima o poi.
C’è Massimiliano, Il Principe, un romano di bella presenza che sembra più un attore teatrale che un detenuto con qualche debito con la società e lo stato. Veste con eleganza e ha un modo di parlare e di muoversi che ti affascina. Ho saputo dalla direttrice del carcere che viene citato da Saviano nel suo libro Gomorra. Insomma, ho in classe un divo e non lo sapevo. Si intuisce subito che non è il tipo che si vanta delle citazioni letterarie prestigiose che lo contemplano. Gli piace molto scrivere, e nelle lezioni successive mi confida che con il progetto del romanzo va avanti per conto suo perché non riesce ad assecondare il ritmo degli altri. Sono certo che ha molte cose da raccontare e leggerò con vero piacere le sue storie.
C’è Carmelo che si lamenta sempre perché lui in cella vuole stare da solo per leggere, scrivere e studiare e non sopporta che i posti letto ora passeranno da due a tre. Scrive sempre e non manca una sola lezione. Ha vinto da poco un concorso letterario con un racconto e si capisce che è fiero di questa crescita personale. Il carcere può fare anche questo… dare un senso allo spazio.  
C’è il bibliotecario che scrive pagine e pagine in modo quasi compulsivo. Ama la poesia e la sua pena senza fine mai lo porterà a scrivere ancora di più. Perché se c’è una cosa che non manca, in carcere, è il tempo.
C’è Daniele, fissato con i cruciverba, che si applica molto poco e ci sono altri detenuti che passano per curiosare e a volte non tornano. Perché la sfida non è cosa da poco. Affrontare le parole. Dominarle. Darle un peso e un valore… mica è un gioco da ragazzi. Ci vogliono palle e tenacia. Più facile trovare una definizione in un cruciverba che mettersi in gioco sfidando i propri limiti.

Mi hanno colpito molte cose in quella prima lezione.
Mi hanno colpito l’educazione e la gentilezza. Mi ha colpito il loro modo di osservare le persone. I detenuti ti guardano dritto negli occhi e ti scavano dentro senza lasciarti scampo. Non siamo più abituati a questi scambi… a queste invasioni… a queste indagini. Ti senti analizzato, spogliato, ma senza giudizio e senza sarcasmo. C’è rispetto e voglia di empatia.
Non si parla del perché si è dentro. A volte, loro, ti raccontano delle cose. Si aprono e ti lasciano scorgere un pezzo della loro disperazione. E tu ascolti, assorbi come una spugna e impari.
Raffaele, durante quella prima lezione, ci ha chiesto con tono polemico: «Ma come posso io lavorare con la fantasia per inventare una storia se sto chiuso dentro quattro mura? Come posso farlo se qui il deserto avanza?»
Io e Giovanni non siamo riusciti a rispondere alla sua domanda.
Ci hanno pensato gli altri detenuti e lo hanno fatto con veemenza e passione.
Il carcere è una dimensione mentale. Sei tu che puoi decidere quanto il carcere ti può prendere e quanto tu, con ostinazione, puoi decidere di non mollare.
Disegnare una finestra in un muro di mattoni, disegnarla con un pezzo di gesso, e immaginare un mondo oltre quei vetri che puoi solo spalancare con la forza dell’immaginazione.
La scrittura è anche questo: inventarsi un mondo e camminarci sopra con la piena consapevolezza che tutto è possibile.

Quando ho salutato i detenuti prima di andare via, ho stretto mani e incontrato occhi e sorrisi che mi hanno fatto sentire a casa.
Ho scritto due dediche nelle copie del libro che ho portato per la biblioteca del carcere e alla domanda… tornerai?... ho risposto… tornerò.
Perché è proprio vero che a volte ci si sente alieni solo fino a quando il nuovo mondo non inizi a respirarlo senza timori e pregiudizi.
Il principe mi ha detto proprio ieri: «Chissà quanto resisterete... sarà dura starci dietro... forse venite per i soldi... forse per i soldi non si molla facilmente la presa.»
«No, Massimiliano, noi non prendiamo soldi e neanche un rimborso spese. Abbiamo scelto di rinunciare ai soldi e di venire da voi solo per la voglia di condividere in modo creativo un pezzo di strada. Tutto qui» ho risposto io, mettendo in chiaro le cose.
«Allora questa scelta vi fa ancora più onore... farei un triplo salto mortale all'indietro se non rischiassi di finire in infermeria» ha ribattuto lui sorridendo.

Un altro passo conquistato. Uno dei tanti in questo mondo-dimensione-universo con le sue regole e le sue leggi. E mentre attraversi il cancello di metallo che ti permetterà di tornare nella tua realtà, sai già che quello sbarco sulla luna ti ha mutato… e anche se non sei Maya, la mutaforma di Spazio 1999… qualcosa, dentro di te, si è trasformato… ha cambiato pelle.
Siamo saliti in macchina, siamo partiti con la nostra navicella spaziale, e ci siamo diretti verso l’uragano Cleopatra. Ancora non lo sapevamo… ma quel lunedì, la nostra isola, sarebbe stata travolta dal fango e dalla disperazione.  

Houston… abbiamo un problema…