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martedì 24 dicembre 2013

CRESTE NATALIZIE


Questo 2013 è stato un anno lungo, pesante e difficile un po' per tutti. Guardandomi intorno non ho visto molti colori e molti sorrisi. C'è una resa incondizionata alla paura e alla solitudine. Sono andate via delle persone care, qualcuno è sparito, qualcun altro è tornato con un gioco di prestigio. Ci sono stati baci, birre condivise e parole affilate come coltelli. Ho zoppicato e ho salito molte scale. Ho sudato e non sempre sono stato capito. Ho pubblicato un libro che cerca di sopravvivere nella giungla dell'editoria. Mi sono sentito solo e mi sono sentito amato. Ho sognato un gatto. Ho fatto da papà alla mia mamma. Ho letto libri bellissimi. Qualcuno mi ha detto con gli occhi che sono speciale. Qualcun altro mi ha detto a denti stretti che sono un pezzo di merda. Tutto relativo. Sono entrato in carcere e mi ci sono trovato bene. Ho provato ad ascoltare il mio cuore e solo il mio cuore e non sempre il segnale era limpido e chiaro. 

Ho scelto di non fare l'albero di Natale. Ho scelto di non farmi incantare dalle lucine. E forse ho fatto male. Perché la magia dell'infanzia la ricordo ancora, quando non dormivo in attesa dei passi di un Babbo Natale che mi doveva portare i doni elencati nella letterina spedita un mese prima verso un luogo lontanissimo e con molta, molta neve. Vorrei avere ancora quella luce negli occhi, quella fervida speranza... e invece, mi sento stanco e appesantito e questa sensazione non mi piace, non mi piace per niente. 

L'altro giorno sono andato allo spettacolo della fratellanza dove si esibiva la mia nipotina Lady Bubba (una popstar in famiglia ci vuole!) e guardando la spontaneità e la gioia dei bambini mi sono incantato e innamorato. Vedere i bimbi senegalesi con i loro sorrisi immensi, i loro occhi di un nero profondissimo, i loro vestiti colorati e le acconciature afro della bambine, mi ha smosso il cuore. E così vedere mia nipote cantare la canzone di Natale, emozionata e composta, con i suoi amici del coro vicini per dare forza ai ritornelli. Ecco, non lo so, mi sono sentito avvolto da una bella sensazione. La vecchiaia fa brutti scherzi, vero?

E così ieri, ultima lezione in carcere del 2013, mi sono emozionato quando Carmelo è arrivato in classe con i cannoli preparati da lui e con una grande bottiglia d'acqua perché lì non si possono bere alcolici. Ho mangiato quel cannolo con una bellissima sensazione d'amicizia e condivisione. Tutti presi dai dolci, tra chiacchiere e risate, mentre le telecamere ci riprendevano per amplificare mille volte quell'immagine di fratellanza. Alla fine della lezione ci siamo salutati e ci siamo scambiati gli auguri. Raffaele mi ha raccontato che stanotte potranno organizzare la cena di Natale con gruppi di persone che non devono superare le 9 unità. Quindi, i detenuti di tre celle, si uniranno in una cella e festeggeranno la vigilia insieme. Mi ha detto di avere nel frigorifero comune anche il salmone dentro la borsa con il numero della cella. 
"E nessuno prende mai niente?" ho chiesto.
"Certo, capita che qualcuno prenda qualcosa che non è suo. Ma qui le cose vanno in un certo modo e non puoi fissarti sui particolari. Devi solo pensare che qualcuno aveva voglia di salmone e che va bene così. Siamo tutti nella stessa situazione. Ma in generale... c'è rispetto delle cose degli altri."
"Sono certo che sarà una cena buonissima!"
"Fatti arrestare così ceni con noi... una rapina senza spargimento di sangue... solo per entrare qui. Se siete in 4 si parla di organizzazione criminale, anche se siete 4 sfigati, e arrivi dritto dritto qui..."
Io ho riso.
"Facciamo così... quando uscirai tra qualche anno mi chiami e ti porto a cenare fuori. Meglio, no?"
"Davvero?"
"Promesso."
Raffaele mi ha sorriso e mi ha stretto la mano con due lucciconi negli occhi chiari.

Ecco, io, il mio Natale l'ho già avuto e questa sera penserò a quel salmone buonissimo che avrei voluto assaggiare.

Buon Natale anche a voi. 
Mettete a riposo le creste, le borchie e i ringhi cattivi e incazzosi e arrendetevi alla normalità. Fare i buoni, ogni tanto, non guasta. In fondo, per fare gli alternativi, se ci pensate bene, vi restano altri 364 giorni.

P.S. - dite che è troppo tardi per fare l'albero? :-)

lunedì 16 dicembre 2013

COSE INUTILI NECESSARIE


Ieri sera, tornando a casa dopo un giro dentro la brodaglia del centro cittadino, ho ascoltato un programma radiofonico dove lo speaker invitava le persone sintonizzate a inviare un sms per raccontare le cose assurde che gli è capitato di comprare in un negozio. Quelle cose che non ti servono e non sai neppure dove mettere, ma che acquisti solo perché sono così belle, folli, colorate, particolari che sembra quasi che non ne possa più fare a meno. Le risposte sono state spiritose, e in alcuni casi esilaranti; vedi un cagliaritano che ha comprato dei doposci anche se non è mai andato a sciare, o un tipo di Milano che ha comprato una bellissima cuccia di cane anche se non ha un cane. Per non parlare del tizio che ha comprato una borsa da trasporto per chihuahua, nonostante il suo cane sia un alano. Penso sia capitato a tutti di comprare cose che poi non hanno mai utilizzato. Io mi perdo anche negli acquisti più normali. Non conto più le camicie e i maglioni che ho comprato e non ho mai indossato. Quando sono in negozio davanti allo specchio mi sembra tutto fighissimo, quando poi torno a casa e misuro i capi in camera da letto, mi sembrano orribili e inadatti al mio fisico. La mia battaglia con le camicie slim si perde nella notte dei tempi... magri andati! Mi vedo come un salamino dentro un preservativo troppo stretto. Ho comprato anche oggetti inutili. Ciotole per la casa così grandi che non so dove mettere e come usare, lampade che non illuminano, scarpe scomodissime, un macchina per fare il formaggio neanche fossi la Parmalat, un set per pic-nic... e io non ho mai fatto un pic-nic in vita mia perché con la bella stagione lavoro in ristorante, manubri per allenare le braccia che prendono polvere sotto il letto... insomma... tutti tentativi falliti di cambiare la mia vita. 

Ieri, comunque, mi sono mosso per compare un regalino alla mia mamma.
Individuato il negozio, sono entrato e ho chiesto subito l'oggetto più inutile presente nel negozio. E sì, perché a mia madre non puoi regalare cose utili, non se ne fa proprio niente; ti guarda male e ti chiede: ma per chi mi hai preso? Mia madre è attratta dalle cose che luccicano come le gazze ladre. Più una cosa luccica e più lei è felice. Forse farebbe carte false per avere un faro tutto suo da guardare dagli spuntoni di una scogliera, e se avesse vent'anni oggi, sono sicuro che farebbe la cubista in qualche discoteca della zona. Vuoi mettere tutti quei fari colorati che ti accendono le stelline dorate che ti sei incollata sulla pelle?
Speriamo che la mia scelta inutile soddisfi il suo bisogno di vacuità.

P.S. - io, per non creare equivoci e situazioni spiacevoli - vedi sorrisi falsi e di circostanza dopo aver aperto un pacco - , ho chiesto a Babbo Natale un Minipimer. Poco romantico, lo so... ma mi sono rotto di spremere le verdure con la forchetta. 

lunedì 24 dicembre 2012

UN RACCONTO - QUASI - DI NATALE

 
Ok, ci siamo...è arrivato il Natale.
Non so voi...ma io sono tutto meno che natalizio...la mia letterina per Babbo Natale ha solo tre voci: un lavoro...(serio possibilmente),..un po' di serenità per le persone che amo...(anche più di un po'...che quella non basta mai)... e infine un po' di salute (per me...e per chi ha bisogno di una buona stella).
 
Tutto qui.
 
Ho pensato di salutarvi con un racconto che inizialmente avevo pensato per il contest di Farnesi Editore sui giocattoli...ma poi mi sono reso conto che la lunghezza superava di due volte quella richiesta, e allora...vabbè, questo è il mio regalo per tutti voi.
 
Buona lettura!
 

ACQUA…FUOCHINO…FUOCO!
 
Sentivano i passi degli scarponi sulle scale.
Quei passi esplodevano come spari dentro la piccola soffitta dove, rannicchiati come tarantole all’ombra, aspettavano in silenzio che il pericolo passasse.
Il cielo era un quadrato di nuvole grigie incorniciato dalla finestrella affacciata sui tetti bagnati dalla pioggia. Le gocce, violente come schegge, colpivano le tegole con una forza che toglieva il sonno, e lasciava i bambini nascosti nella bassa soffitta con gli occhi spalancati nel buio della notte. Attenti alle sirene, al rumore degli aerei, allo scalpiccio degli scarponi, al battere della pioggia sui tetti.
Ascoltare, registrare, decodificare i rumori era l’unica cosa che restava da fare.
Davide accarezzava i capelli biondi di sua sorella Sara.
Josef e Gionata giocavano a tris, aiutandosi con un quaderno trovato nella soffitta, e una matita mezzo mangiata dai topi.
Miriam contava le perline di un bracciale che teneva tra le mani, ripartendo dall’inizio ogni volta che arrivava all’ultima perlina.
«Io ho otto anni» disse Davide in un sussurro, «Mia sorella ne deve fare cinque.»
Josef alzò la testa dal quaderno macchiato dall’umidità e rispose: «Io ne faccio nove a luglio, e mio cugino ne fa otto a marzo» aggiunse indicando Gionata con un movimento della testa.
Miriam non disse nulla. Continuò a contare le perline del bracciale, indifferente allo scambio d’informazioni che avveniva a pochi passi dal punto dove se ne stava rannicchiata.
«E tu?» chiese Davide. «Tu quanti anni hai?»
Miriam sollevò la testa e senza guardare nessuno in particolare disse: «Nove.»
«Quanto resteremo chiusi qui dentro?» chiese Gionata.
«Fino a quando la signora Ada non ci dirà che è tutto finito» rispose Josef.
«Io non voglio restare in questo brutto posto…ho freddo» si lamentò Sara, stringendosi al fratello con ancora più forza.
«Voi come ci siete arrivati?» chiese Josef, chiudendo il tris per la settima volta consecutiva.
«Ma vinci sempre tu!» protestò il cugino, sbattendo le mani sulle assi del pavimento in un motto di stizza.
«Sssh! Fai piano…si sente tutto. Vuoi mettere nei guai la signora Ada?» chiese Josef.
«Scusa» rispose Gionata, disegnando un altro quadrato diviso da nove caselline nella pagina del quaderno.
«Qui ci ha portati mio padre. Eravamo seduti a tavola per cenare. Ha bussato alla porta un amico dei miei genitori e ha detto che dovevamo fuggire per nasconderci…» disse Davide.
«Ho fame…» piagnucolò Sara.
«Tranquilla, tra un po’ torniamo a casa e finiamo di mangiare la minestra di verdure che abbiamo lasciato nel piatto» la confortò il fratello, accarezzandole la testa.
«Io ero a casa di mio cugino. Mio zio ci ha preso per il colletto della camicia e ci ha spinto fuori urlando correte, correte, non c’è tempo da perdere…» raccontò Josef, «Mia madre ha la febbre. Spero che non si ammali ancora di più con la pioggia che ha fatto oggi.»
«Dove si sono nascosti?» chiese Davide.
«Non lo so» rispose Josef, alzando le spalle.
Un fulmine illuminò la soffitta seguito dal boato assordante di un tuono.
Alla luce bianca del fulmine le facce dei bambini si scolorirono per la paura.
Miriam si contorse le dita della mani tirando il tessuto della gonna e pensò a sua nonna: era piccola di altezza e magra come un chiodo conficcato nel legno. Camminava veloce e faceva di conto con una rapidità che stupiva sempre i clienti. Il negozio era stato saccheggiato solo due giorni prima. I vandali si erano portati via tutto quello che potevano trasportare con un carretto e distrutto quel poco che restava. Miriam era scesa con lei, la mattina seguente, lungo la via che portava al negozio, mano nella mano, raccontando un sogno di una rana e un cavallo che si sfidavano in una gara di salti. La nonna ascoltava, ridendo delle svolte sconclusionate della storia: rise finché non vide la vetrina in frantumi e i dolci sparsi ovunque, tra i drappeggi e le alzatine di cristallo.
Si bloccò in mezzo alla strada e sussurrò a denti stretti: «Andiamo a casa.»
Miriam ricordava la luce triste nei suoi occhi mentre la salutava sparendo dietro la porta: non sapeva se era ritornata subito in pasticceria per verificare i danni o se aveva chiesto aiuto e protezione a qualcuno. Era stato il garzone della pasticceria a bussare alla porta di casa e a trascinarla giù per le scale senza darle spiegazioni. Miriam aveva cercato in tutti i modi di opporre resistenza, ma era stato tutto inutile. I piedi del ragazzo sfioravano appena il selciato mentre correva con un ciaf-ciaf delle suole delle scarpe, tra le pozzanghere e i rivoli d’acqua sporca ai bordi delle strade.
Miriam contava ossessivamente le perline del bracciale e cercava di non ascoltare le voci degli altri bambini. Era un sogno come quello della rana e del cavallo. Lei dormiva nel suo letto. Sua nonna preparava le torte nel laboratorio nel retro del negozio, e i suoi genitori parlavano in camera da letto con la luce spenta. Tutto qui. Nient’altro che un sogno.
 
«Ci sono le formiche» disse Sara, indicando una fila ordinata di piccole formiche nere che saliva lungo una trave del soffitto.
«Chissà dove vanno» disse Josef, avvicinandosi a gattoni nel punto dove si erano accucciati i due fratelli, per guardare meglio la trave sopra la testa del ragazzo.
«Ma sono tantissime…da dove arrivano?»
Josef seguì con lo sguardo la fila di formiche e scoprì un buco nel muro vicino alla finestra: un soffio d’aria gelida passava attraverso il piccolo foro, mettendo in comunicazione la soffitta con l’esterno.
«Arrivano da fuori, attraverso questo buco nel muro» disse trionfante, felice di aver svelato l’origine di quella processione d’insetti.
«Dobbiamo trasformarci in formiche per scappare da quella fessura nel muro» disse Gionata, guardandosi intorno alla ricerca di una via di fuga inesistente.
L’unico modo per entrare e uscire dalla soffitta era la botola sul pavimento. Ci erano arrivati salendo per una stretta scala di legno che scendeva dal soffitto, dopo essere passati attraverso uno specchio a parete che nascondeva la porticina che immetteva in una piccola dispensa: lì si trovava la scala mobile e il coperchio della botola.
Gionata aveva visto dei pomodori secchi allineati su uno scaffale dentro a dei barattoli di vetro e due forme di formaggio. Lo stomaco si era contratto per la fame, ma si era limitato a seguire il sedere del cugino lungo la scala, per entrare nella bassa soffitta dove tre paia di occhi li guardarono con sospetto e trepidazione.
Senza fiatare si sedettero nell’angolo più basso e facendosi coraggio a vicenda si spazzolarono la polvere dai vestiti.
Nessuno parlò per diversi minuti, finché Josef non ruppe il silenzio con uno starnuto, provocando l’ilarità dei bambini seduti intorno a loro.
Gionata gli passò un fazzoletto che aveva nella tasca dei pantaloni, e Josef si soffiò il naso con tutta la forza che riuscì a buttare fuori dalle narici arrossate.
«Dobbiamo soltanto aspettare» disse Davide.
«Io ho paura per la mamma» piagnucolò Sara.
«La mamma è con il papà. Non devi temere. Torneremo a casa prima che sorga il sole. La torta di mele ci aspetta!» la rincuorò Davide.
«E se la trovano i soldati cattivi?»
«I soldati cercano altro» la rassicurò Davide, accarezzandole i capelli
«Mia nonna fa le torte» disse Miriam, senza distogliere lo sguardo dalle mani grassottelle che contavano le perline.
Davide la guardò stupito di sentire la sua voce e chiese: «Sono buone?»
«Buonissime!» rispose Miriam, massaggiandosi la pancia che premeva contro il tessuto del vestitino.
Dalla strada salì il rumore di un motore che rombava con fatica.
Voci confuse rimbalzarono tra le facciate dei palazzi: non si riusciva a capire se in quelle voci vibrasse allarme o allegria.
Josef allungò la mano e disse: «Acqua che non ci trovano.»
Gionata si voltò verso il cugino e ridendo nervoso aggiunse: «Fuochino che sono vicino.»
Davide guardò i due ragazzini seduti uno accanto all’altro che si stringevano la mano per sancire la terribile scommessa, e si augurò che non si arrivasse a dire “Fuoco!” per nessuna ragione al mondo.
 
Era passata la mezzanotte da dieci minuti quando Sara si addormentò tra le braccia del fratello, abbandonando la testa ciondoloni oltre l’incavo del gomito. Davide la cullò ancora qualche minuto prima di adagiarla su una vecchia coperta sotto la finestra e dire a voce bassa: «Speriamo non faccia brutti sogni.»
«Io ho sognato la rana che sfidava il cavallo e non mi ricordo chi ha vinto» disse Miriam, con lo sguardo perso nel vuoto.
«Rane? Cavalli? Ma di cosa parli?» si lamentò Gionata, incredulo davanti alle frasi strampalate di quella bambina con la faccia rotonda e le dita delle mani che sembravano dei salamini da mordere.
«Le rane saltano. I cavalli pure. Mio padre mi legge sempre le storie sui cavalli» rispose Miriam.
«Mio padre mai» aggiunse Gionata, ridendo della stranezza di quella bambina grassa, con le guance rosse come mele mature.
La pioggia continuava a cadere sulle tegole tamburellando la sua melodia: era un ritmo monotono e ripetitivo che induceva al sonno.
Josef vinse per l’ennesima volta la sfida a Tris con il cugino e per non sentire le fitte della fame si distese sulle assi di legno.
Il freddo passò attraverso il tessuto dei vestiti e un brivido salì lungo la spina dorsale come una carezza contropelo sulla pelliccia di un cane.
Era stanco di nascondersi come una bestia braccata. Da giorni si erano perse le tracce dell’intera famiglia di un compagno di scuola. Erano spariti nel nulla. Portati chissà dove. Josef aveva paura delle voci taglienti dei soldati, della lingua irta di punte dolorose, delle divise e degli elmetti. Quando li vedeva passare per le strade assolate si nascondeva nei portoni aperti e li spiava non visto, chiedendosi come potessero essere così alti, pallidi e biondi. Angeli sterminatori con pistole al posto delle folgori.
Pregava tutti i giorni. Pregava di nascosto senza chiedere nulla di più della fine di un odio che non capiva.
Josef rabbrividì per il freddo e per i pensieri che saltavano come le rane della bambina grassa dentro la sua testa. Quel freddo lo faceva sentire vivo e per quel fremito vitale si sentì fortunato.
Gionata si mangiava le unghie mordendo fino al sangue la pelle morbida delle dita.
Josef e il cugino stavano sempre insieme. I loro padri erano fratelli e vivevano a poche centinaia di metri uno dall’altro. Josef passava molto tempo a casa del cugino. C’era una grande terrazza dove potevano giocare e invitare gli amici del quartiere per il campionato degli indovinelli. Se Josef era imbattibile con il Tris, Gionata era invincibile con gli indovinelli. Riusciva sempre a sbrogliarli e a trovare la soluzione che a tutti gli altri restava sulla punta della lingua.
Josef voleva diventare un capitano della Marina militare e guidare la nave più grande della flotta. Gionata diceva sempre che voleva arrivare sulla Luna con un aereo gigante. Josef rideva e lo prendeva in giro colpendolo con piccoli schiaffi sulla nuca.
«Ma cosa dici? La luna? E quando ci arriveremo mai sulla Luna?»
«Ti dico che ci vanno, prima o poi…ci vuole tempo per inventare un aereo che voli così in alto senza bruciare» lo rassicurava Gionata, sicuro delle sue teorie sull’espansione dell’uomo nello spazio.
«Quando lo vedo ci credo» rispose Josef, molto scettico sulla fattibilità di un progetto così ambizioso.
Gionata aveva fatto finta di niente, continuando a seguire la palla che rimbalzava sul muro della casa: con Josef era meglio lasciare perdere, intanto alla fine aveva sempre ragione lui.
Anche quella sera giocavano insieme quando era arrivato suo zio obbligandoli a uscire di casa in pochi minuti. Non era riusciti a prendere neppure le giacche pesanti e la pila dal cassetto del comodino.
Restare al buio, illuminati solo dalla flebile luce della luna non era davvero il massimo che si potesse desiderare.
La bambina grassa continuava a contare le perline con la testa china sul grembo, prestando poca attenzione a tutto quello che succedeva al di fuori di quella conta senza fine.
“Ha paura” pensò Gionata, “e cerca di vincerla pensando alle sue stupide perline”.
 
Davide era più tranquillo ora che Sara dormiva serena. Aveva temuto per lei mentre correvano per le strada bagnate, salendo le scale di quella palazzina con il portone nero senza voltarsi mai indietro. La signora Ada aveva aperto la porta e senza dire una parola li aveva spinti verso lo specchio, aveva tirato una corda dal soffitto della dispensa e una scala di legno era scesa come per magia sotto i loro occhi.
«Salite e state zitti» aveva ordinato, guardandosi dietro le spalle come se temesse l’arrivo di qualcuno.
Erano saliti con il cuore che batteva all’impazzata nel petto e si erano ritrovati soli nello spazio angusto di una bassa soffitta senza mobili.
Solo una coperta buttata in un angolo, un baule e tre moccoli di candela.
Dopo un tempo che sembrava lunghissimo la botola sul pavimento si era risollevata un’altra volta ed era entrata a fatica una bambina grassa, con i capelli scuri raccolti in due lunghe trecce e un vestitino blu che tirava sui fianchi ad ogni movimento impacciato del corpo.
Si era subito seduta nell’angolo opposto al loro e senza dire una parola aveva tirato fuori un bracciale di perline dalla tasca della gonna e aveva preso a contarle, quasi a volersi sincerare che non ne mancasse nessuna.
Sara aveva guardato suo fratello dubbiosa, come per chiedere: «Possiamo parlare?»
E Davide aveva risposto con un buffo sul naso, tranquillizzandola con l’aiuto di un sorriso.
Quando la botola si riaprì per la terza volta non si aspettava più nulla: per lui, da quella porta misteriosa, poteva passare al diavolo in persona.
Era stato Josef ad aprire il baule per primo e a trovare il quaderno e la matita rosicchiata dai topi. Oltre a quegli oggetti il baule conteneva solo una serie di vecchi libri e un capello di stoffa con veletta.
Josef lo infilò sulle testa di Gionata e rise del sorriso idiota del cugino quando si voltò verso di lui nell’imitazione perfetta di zia Anastasia, la sorella maggiore dei loro padri.
La sfida a Tris cominciò subito dopo la perlustrazione del baule.
 
 
Passarono due ore senza che accadesse niente di allarmante.
Gionata dormiva vicino a Josef, rannicchiato tra il baule e il muro, russando piano. Miriam stringeva le perline nella mano e teneva gli occhi chiusi. Davide cercava di non pensare avvolto in quella cantilena di respiri. La pioggia aveva smesso di cadere. Si era alzato il vento e quello che arrivava alle sue orecchie erano soltanto gli scricchiolii delle tegole e delle assi.
Davide pensò ai suoi genitori. Sua madre con le mani lunghe e affusolate. Suo padre, con la mascella nervosa e il naso adunco sul viso tagliato da un accetta affilata. Davide adorava le mani di sua madre.
Pianse in silenzio senza farsi vedere da nessuno.
Solo Miriam trasalì e sussurrò nel sonno: «Le rane…le rane…»
 
Passò un’altra ora di vento e sonni agitati quando Davide fu svegliato dal rumore di una frenata brusca sul selciato umido della strada sottostante. Si alzò a sedere e si guardò intorno. Dormivano tutti. Compresa la bambina grassa che contava le perline. Aspettò con l’orecchio teso, e solo quando sentì il suono metallico delle portiere che si aprivano, e il tonfo dei corpi che si lanciavano dall’alto con i botti sordi degli stivali sulla pietra bagnata, il respiro gli morì in gola in un rantolo soffocato.
Si avvicinò a quattro zampe al punto dove dormiva supino Josef e lo svegliò scuotendolo per un braccio.
«Svegliati…» sussurrò vicino all’orecchio del ragazzo.
Josef aprì gli occhi e guardò Davide con sospetto.
Ci mise un attimo a focalizzare chi fosse e dove si trovasse.
«Che c’è?» chiese.
«Una camionetta si è fermata sotto il palazzo» rispose Davide a bassa voce.
«Come fai a dirlo?» chiese Josef, alzandosi sui gomiti. «Io non sento niente.»
«Ho sentito la frenata. Le portiere che si aprivano. Il rumore degli stivali…sono qui fuori» rispose Davide, indicando in direzione della finestra.
«Cosa facciamo?»
«Non possiamo fare nulla…solo aspettare.»
«Aspettare?» chiese una voce alle loro spalle. «Aspettare cosa?»
Davide si voltò nella direzione della voce e vide Miriam con la faccia assonnata sbadigliare vistosamente.
Ritornò a fissare Josef e cercò un aiuto nel suo sguardo.
«Hai fatto brutti sogni?» chiese Josef.
«Sempre le rane che saltano» rispose Miriam. «È ora di andare a casa?»
«Adesso dobbiamo stare zitti e fermi» disse Davide.
Miriam spalancò gli occhi e cercò di dire qualcosa.
«Stai tranquilla…siamo nascosti bene» la tranquillizzò Davide.
«E poi la signora Ada sa come bisogna fare» puntualizzò Josef.
La notte fu spezzata all’improvviso da un urlo di donna.
Josef e Davide si fissarono e cercarono di capire da dove arrivasse.
Il botto di una porta fracassata, voci concitate, rumore di passi in fuga.
Erano ancora ai primi piani e salivano lungo le scale, correndo con i loro pesanti stivali di cuoio.
Sara si svegliò e cominciò a lacrimare in silenzio come si rese conto della paura abbarbicata sul volto del fratello.
Gionata fu svegliato da Josef con una scrollata decisa.
«Ehi, che c’è?» chiese agitato.
«Fuochino» rispose il cugino, guardandolo con occhi decisi.
Gionata saltò sulle gambe come una cavalletta e si mise in ascolto.
«Sono qui?»
Le porte continuavano a sbattere, le voci ad accavallarsi, i passi ad avvicinarsi, il vento a soffiare fuori dalla finestrella, gli occhi di Sara a lacrimare, le mani di Miriam a scorrere frenetiche sulle perline del bracciale, i muscoli di Davide a fremere sotto i vestiti, le dita di Gionata a stringersi intorno alla matita rosicchiata dai topi, la lingua di Josef a ripetere sottovoce: «Acqua, acqua, acqua…», finché non suonò il campanello nell’appartamento sotto di loro.
Uno squillo lungo, tagliente, lancinante nel silenzio colloso della soffitta.
Non potevano vedere quello che succedeva, ma le voci rabbiose dei soldati e le suppliche della signora Ada non erano un buon segnale. Passò un minuto interminabile, poi ne iniziò un secondo ancora più lento e doloroso del precedente, e si andò avanti così per dieci lunghissimi minuti, fino a quando non sentirono distintamente il fruscio dello specchio che scorreva sul binario e la dispensa che si riempiva di voci.
Gionata era quello più vicino alla botola. Davide abbracciava forte Sara per calmarla e tranquillizzarla. Miriam era immobile come una statua e Josef pensava a sua madre con la febbre. Il rumore della scala che scendeva fu il segnale che tutto era perduto.
Restarono zitti e fermi, nella vana illusione che il predatore potesse passare oltre e non scorgere le prede impaurite, ma fu tutto inutile.
I passi del soldato lungo i gradini di legno risuonarono come una campana a morto. La botola si aprì dopo qualche secondo di esitazione, e sbucò fuori l’elmetto di un soldato. Il buio era totale, e l’uomo si accorse troppo tardi della sagoma acquattata nell’ombra. Gionata si gettò in avanti con tutta l’energia che la gola riuscì a liberare e gridò: «Fuoco!»
La matita rosicchiata sprofondò nell’occhio del soldato con un suono gelatinoso. Il sangue schizzò abbondante sulle assi del pavimento e il soldato ferito, urlando per il dolore, si portò una mano al volto, prima di perdere l’equilibrio e venire inghiottito dal foro della botola. Una voce rabbiosa impartì un ordine e una raffica di mitra tagliò l’aria attraversando la soffitta. Gionata fu sconquassato da un brivido di piombo e cadde a terra senza salutare nessuno. Una luce verde si accese intorno al suo corpo inerte, brillando nel buio, prima di spegnersi del tutto.
Josef gridò il nome del cugino e in un lampo di lucidità spinse il baule sopra il buco della botola per impedire ai soldati di inerpicarsi lungo la scala. Salì sul coperchio per aumentare il peso che gravava sulla botola e urlò: «La finestra. Fuggiamo dalla finestra…»
Davide reagì subito accanendosi contro i battenti della finestra per cercare di aprirla. La maniglia oppose una leggera resistenza prima di cedere, sconfitta dalla determinazione furiosa del ragazzo.
Il vento entrò con forza nella soffitta, scacciando l’odore di polvere.
«Vai tu per prima» disse Davide alla sorella.
«Ho paura» piagnucolò Sara, guardando il buio delle nubi sopra i tetti.
«Devi farlo Sara…devi farlo per mamma e papà.»
La bambina si lasciò sollevare sui fianchi dal fratello e con le piccole mani afferrò lo stipite di legno della finestra e si issò sul tetto.
I capelli biondi, agitati dal vento, cominciarono a danzare intorno al viso mentre tentava i primi passi sulle tegole bagnate.
«Stai attenta a non scivolare, resta attaccata al muro.»
«Sì, va bene…ma vieni anche tu?»
«Ora arrivo» rispose Davide, poi, girandosi verso Miriam, aggiunse: «Ora tocca a te.»
«Sbrigatevi!» urlò di nuovo Josef, sdraiato a braccia aperte sul baule.
Miriam cercò di salire puntellando i piedi contro il muro, ma il suo peso le impediva di arrivare alla finestra o di issarsi con la forza delle sole braccia.
«Sali sulla mia schiena» gridò Davide, mettendosi a quattro zampe.
«Sono pesante…»
«Prova, non possiamo perdere tempo.»
Un’altra raffica di mitra squarciò la notte.
Davide sentì soltanto un grugnito di rabbia mentre Miriam saliva sulla sua schiena e con fatica si arrampicava oltre il davanzale della finestra. Con la coda dell’occhio scorse un bagliore verde accendersi e spegnersi alle sue spalle, e appena il peso della bambina smise di premere sui polmoni, si voltò verso Josef  per aiutarlo a salire.
Il ragazzo, immobile sul coperchio del baule, sembrava un bambolotto di pezza senza vita. Le braccia inerti ai lati della cassa e la testa reclinata verso di lui in un sorriso di sfida: l’ultimo.
Senza fermarsi a riflettere si inerpicò attraverso il varco della finestra raggiungendo Sara e Miriam sui tetti e cominciò a pregare.
 
Il vento era tutto quello che rombava nelle orecchie. Davide si guardò intorno e cercò di capire da che parte fuggire. Vide una passerella di metallo che collegava il tetto della soffitta con il tetto di un palazzo vicino. Le sagome di due grandi gabbie nascondevano alla vista la porta che li avrebbe portati giù per le rampe di scale fino all’androne del palazzo, alla strada e, sperava, alla salvezza.
«Andiamo da quella parte» disse, indicando la passerella.
Miriam lo guardò con trepidazione, con il vestitino aderente e le trecce che sventolavano come banderuole impazzite.
Mise un piede davanti a sé, proprio nel momento esatto in cui una faccia pallida con un elmetto sbucò fuori dalla piccola finestra e sbraitò un ordine incomprensibile. Miriam trasalì per lo spavento e la sorpresa.
Si voltò verso la finestra e il piede, che stava per finire il suo movimento in avanti in cerca di appoggio sicuro, mancò la presa e scivolò sulla tegola bagnata.
Davide vide Miriam cadere di schiena e scivolare giù verso il bordo del tetto agitando le braccia nel tentativo di frenare la caduta.
Sara urlò: «Nooo…»
Miriam si sentì risucchiare dal vuoto con migliaia di rane che correvano verso di lei senza raggiungerla. Era un sogno: lei dormiva nel suo letto, sua nonna infornava i dolci nel retrobottega, i genitori parlavano con la luce spenta nella camera da letto, e lei sognava migliaia di rane che saltavano su un tetto bagnato di pioggia.
 
«Giulio…Nanni…la volete smettere con quella Playstation?» gridò la madre dalla cucina. «Accidenti a me e a quando vi ho comprato quella diavoleria!»
«Arriviamo ma’…stiamo finendo una partita» rispose Giulio sbuffando infastidito.
«Sbrigatevi a scendere o vi ritiro tutto e non la vedete più per un mese. E giuro che non sto scherzando, capito?» minacciò la madre, alzando il tono della voce.
«Due minuti…»
«Ma perché hai fatto cadere Miriam?» chiese Nanni.
«Non sono riuscito a farla saltare sulla tegola giusta e ha perso l’equilibrio.»
«Ma cosa sono quelle rane? Non potevi inventarti un incubo migliore?»
«Quando ho compilato la scheda mi sembrava una bella idea.»
«Per me è un gran stronzata. Le rane sul tetto, puah! Ma chi ci crede?»
«Sto ancora aspettando» insistette la madre, sporgendosi dalla porta della cucina per farsi sentire meglio. «O chiudete…o chiudete! Questo non è un ultimatum…è arrivata anche la zia.»
«Metti in pausa» propose Nanni.
«Aspetta un attimo…non posso lasciarli mica così.»
 
Davide vide sparire Miriam oltre il bordo del tetto con una velocità che lo colse impreparato. Un attimo prima era vicino a lui e l’attimo dopo veniva risucchiata dal vuoto senza un lamento. Il bagliore verde esplose subito dopo il colpo sordo del corpo che si sfracellava al suolo.
Davide si voltò a guardare la passerella di metallo davanti a loro con la gola chiusa dalla paura.
Prese Sara tra le braccia e si affrettò a raggiungerla.
La gabbie sul tetto erano piene di piccioni che dormivano con la testa sotto l’ala. Sara piangeva. Davide non pensava a niente.
Aprì la porta dietro le gabbie ed entrò con il fiatone in una stanza buia, piena di giornali impilati e casse di legno. Si guardò intorno e vide le scale davanti a sé, scendere nell’oscurità, verso un destino sconosciuto.
Sentì le urla dei soldati farsi sempre più vicine e capì che non c’era più un attimo da perdere. Baciò Sara sulla fronte e imboccò le scale il più velocemente possibile, stringendola forte al petto. A metà della seconda rampa sentì le gambe irrigidirsi e i pensieri spegnersi. Ebbe giusto il tempo di guardare gli occhi terrorizzati di Sara, prima di non vedere più niente.
 
Giulio mise il gioco “Lagerland” in pausa e si affrettò a scendere in cucina con la speranza che la tortura del pranzo domenicale finisse il prima possibile per tornare subito a giocare. Voleva proprio vedere se Davide e Sara sarebbero riusciti a fuggire dall’inseguimento dei soldati conquistando il livello superiore.
Si sedette a tavola dopo aver salutato e baciato la zia sulle guance e attese impaziente le lasagne al forno. L’idea delle rane non era male, ma nella prossima partita doveva inventarsi un incubo ancora più terribile per spaventare quella grassona piagnucolosa di Miriam.
E perché non fare in modo che Davide zoppicasse a una gamba?
Sai le risate sul tetto bagnato di pioggia!
«A scuola come vanno i miei tesori?» chiese la zia, una vecchia insegnante in pensione.
«Bene…tutto bene» rispose Giulio, con il sorriso da “bravo ragazzo” che gli riusciva così bene.
«Alla grande!» confermò Nanni, giocando con le posate.
«Bravi, sono fiera di voi…la cultura prima di tutto. In questo Paese c’è sempre meno memoria e attenzione per il passato, i suoi grandi maestri e gli incredibili avvenimenti che hanno sconvolto le vite dei nostri antenati.»
«I professori hanno elogiato il loro rendimento e l’attenzione che mettono in tutto quello che fanno» aggiunse orgogliosa la madre, per fare bella figura con la zia maestra.
La sigla di “Buona Domenica” irruppe nella stanza e le teste di Giulio e Nanni, come azionate da fili invisibili, si girarono verso lo schermo della TV, per vedere chi erano gli ospiti della puntata.
«Le lasagne sono pronte» annunciò la madre, con la teglia calda in mano.
«Ho una fame da lupi!» disse la zia.
«Anche io» disse Giulio.
La madre riempì tutti i piatti con una porzione abbondante e Giulio, spinto dalla fretta, si infilò una forchettata di lasagne bollenti in bocca, inghiottendo senza quasi masticare. Il boccone di pasta sbagliò strada e andò di traverso giù per la gola. Giulio si piegò in due sulla sedia, cominciando a colpire il petto con la mano, mentre cercava disperatamente di ingoiare aria, annaspando cianotico.
Un colpo di tosse più forte degli altri lo trapassò come una lama, esplodendo con un boato impressionante. Il grumo di sugo, saliva e lasagne incastrato in gola, schizzò fuori dalla bocca, colpendo la zia in piena fronte.
«Giuliooo!» gridò la madre.
Ma Giulio non pensava più a niente. Piegato sulla sedia sputava saliva e succhi gastrici, e con il cuore in subbuglio cercava di respirare.
Sentì la mano calda di sua madre appoggiarsi sulla fronte e la voce di Nanni che diceva: «Accidenti che mira!» un attimo prima che l’applauso del pubblico scoppiasse fragoroso dallo schermo del televisore.
Giulio alzò la testa e guardò tutti con un sorriso imbarazzato sulle labbra. La zia lo rincuorò mentre si ripuliva con una salvietta la faccia e le mani.
Il padre lo incoraggiò con una pacca sulla spalla.
«Stai bene?» chiese la madre, allarmata.
«Sì» rispose con un filo di voce. «Ma non ho più voglia di mangiare. Mi fa male la gola.»
«Ti preparo una camomilla?»
«No grazie, mamma. Posso andare a sdraiarmi in camera qualche minuto? Mi gira la testa…» si lamentò Giulio.
«Sì, vai pure…ti metto in caldo le lasagne e il pollo» disse la madre, accarezzandogli il viso.
Giulio si alzò da tavola, si scusò con la zia e tornò in camera con la testa china, evitando accuratamente di incrociare lo sguardo sospettoso del fratello.
Quando il silenzio lo rassicurò che non c’era nessun pericolo in agguato fuori dalla porta, sfilò dal cesto dei giochi la custodia di “Lagerland”, la nascose sotto il cuscino e accese la TV.
Davide e Sara gli apparvero nel punto esatto dove li aveva lasciati, stretti in un abbraccio disperato. Controllando quanto tempo mancava per superare il primo livello, schiacciò “play” e si rituffò impaziente nel gioco.   
 
 
AUGURI A TUTTI!!!

giovedì 6 dicembre 2012

FARNESI EDITORE: PICCOLI EDITORI CRESCONO

 
Ho sempre pensato che uno dei modi più intelligenti per spendere i soldini di Natale è quello di regalare alle persone che amiamo un bel libro. In linea di massima è una scelta anche economica: se non si cercano libroni fotografici in confezione extra-lusso, con 15 euro (di media) si possono regalare degli ottimi libri con una cifra che in altri ambiti commerciali ci consetirebbe ben poco.
La cosa più bella è andare a cercare le piccole realtà editoriali che propongono libri curati nei minimi particolari: libri fatti con amore, costruiti pezzo per pezzo, scegliendo belle copertine (quante cover orribili si vedono in giro anche pubblicate da marchi prestigiosi?) storie interessanti e autori esordienti.
Oggi voglio parlarvi di una Casa Editrice che non ha ancora un anno di vita: la FARNESI EDITORE. Si tratta di una piccola realtà che per le feste di Natale ha deciso di uscire con due nuovi titoli che stuzzicano la fantasia dei bambini, affiancandoli al loro primo successo editoriale, ovvero: MELODIA E ALTRE STORIE di ARMANDO MASCHINI (euro 12).
 
Andiamo con ordine,
 
Il libro di Maschini è una raccolta di fiabe e favole dedicata ai bambini e agli adulti amanti del genere fantastico,  e a tutti coloro che vogliano ritrovare un momento di tenerezza e riflessione con i loro figli. L’autore è un papà molto presente, il suo linguaggio incanta.  I disegni tutti da colorare permettono al bambino di esprimere le sensazioni provate durante la lettura. Le tavole sono di Valentina D'Urbano, una bravissima illustratrice e recentemente anche un apprezzata scrittrice.
 
Il secondo romanzo, fresco di stampa è LA SORELLA DI BABBO NATALE (euro 12).
 
 
 
La sorella di Babbo Natale, è una fiaba natalizia che ci fa conoscere una figura nuova della famiglia di Babbo Natale, la sorella Giovanna. Il testo e i disegni sono il frutto della collaborazione di due amiche, una scrittrice Anna Genni Miliotti, e una illustratrice Susanna Fierli, entrambe apprezzate e conosciute nell’ambito della letteratura per ragazzi. Il risultato è un prezioso piccolo libro  che riporta grandi e piccini in un mondo fantastico, immutato eppure moderno. La storia,  pur facendoci riflettere sull’importanza di chi lavora nell’ombra per il bene di tutti, e la validità della collaborazione, ci  regala  una piacevole, magica e divertente lettura.
 
Il terzo libro è il progetto più articolato e complesso. Si intitola NON VOGLIO VEDERE VERDE (15 euro).
 
Non voglio vedere Verde è un libro di ricette e favole pensato per le mamme di  bambini che non amano le verdure. La sua composizione è multipla, come i suoi scopi. Alleggerire l’ansia delle mamme di bimbi che odiano il colore Verde nel piatto, suggerendo loro ricette sane e complete di ortaggi, divertire i bambini attraverso disegni e fiabe ricche di buffe Verdure, e aiutare e far conoscere la ONLUS ANTICITO, che si prodiga per il sostegno a mamme e bambini colpiti da "Citomegalovirus" in gravidanza. Raccoglie infatti ricettine divertenti per bambini difficili a tavola, inventate o rielaborate da una mamma speciale, Giada Briziarelli, che non si è mai arresa né al Citomegalovirus, né al rifiuto del colore Verde nel piatto da parte dei suoi bambini.
Fiabe di scrittori noti e meno noti,  personaggi che fanno tutt’altro lavoro nel mondo dello spettacolo, o dell’informazione, e semplici amici, che si sono uniti a lei in un gesto di generosità e hanno regalato una storia per comporre questo testo il cui ricavato andrà in buona parte devoluto all’Anticito, Onlus fondata  e seguita da Giada Briziarelli e suo marito Andrea Benetton.
Il volume è corredato da disegni abbinati alle fiabe,  offerti da un artista, musicista e maestro molto amato dai suoi alunni, Francesco Perrotta.
Alla creazione del libro hanno partecipato: Christina Bachman, Caterina Balivo, Giada Briziarelli, Ilaria Calvani, Sara Castellani e Alice Pucci, Francesca Ciardi, Benedetta Contini Bonacossi, Dorotea De Spirito, Elsa Di Gati, Beppe Fiorello, Federica Fontana, Alessandra Gaggioli, Enzo Ghinazzi, Monica Leofreddi, Marco Liorni, Annalisa Manduca, Rita Marcotulli e Francesco Giardinazzo, Armando Maschini,Simona Mazzei, Federico Moccia, Ilaria Moscato, Giorgio Pasotti, Antonella ed Elisabetta Quaranta, Maria Rodighiero, Maddalena Sadocchi, Toni Scervino, Enrico Vanzina, Stefano Ziantoni.
IMPORTANTE: Il 21 dicembre la FARNESI EDITORE sarà a Treviso con l’associazione "Rugby for life", in una serata organizzata in piazza dei Signori, e il 23 di dicembre con la nazionale italiana rugby a Serravalle (Treviso) al locale Da Lauro. In ambedue gli appuntamenti sarà venduto il libro “Non voglio vedere verde” e la nazionale italiana rugby firmerà le copie dei libri in vendita.
Ecco tre piccoli esempi di regalo perfetti per il Natale. Ho parlato di questo e di altro con Federica Gnomo, curatrice della C.E.; il frutto della nostra conversazione si può condensare in 10 domande e 10 risposte.
1-     Ciao Federica, ci vuoi presentare la casa editrice per cui lavori e dirci com’è nata e con quali intenti?
Ciao e grazie per darmi la possibilità di presentare Farnesi Editore di Prato. La casa editrice è giovanissima, nasce nel gennaio 2012, dopo una mia esperienza di 5 anni dietro le quinte di un noto editore e il contatto con molti bravi autori italiani sconosciuti. Volevo offrire ai lettori prodotti che io stessa non trovavo, e dare possibilità ad autori sconosciuti di pubblicare gratuitamente e in veste accurata le loro opere secondo me vincenti,  opere che vengono scartate dai grandi editori solo perché non arrivano dai canali giusti, o perché troppo fuori schema.
2-     Avete pubblicato tre libri che si rivolgono a un pubblico giovanissimo. Bambini e adulti mai cresciuti. È un caso o una linea ben precisa della Farnesi?
Questo sinceramente è stato un caso, ero intenzionata a pubblicare fiabe fatte in un certo modo, per adulti e ragazzi, e ho avuto la fortuna di incontrare Armando Maschini. Prima ancora di fondare la casa editrice già sapevo che lo volevo pubblicare. Il resto è venuto parlando e progettando, come spesso accade. Ma in catalogo il prossimo anno avremo altro. Intanto pubblicheremo il vincitore del nostro primo concorso “Il tuo libro in libreria”
3 – Cosa spinge dei matti ad aprire una casa editrice seria (non a pagamento) in un momento così delicato per l’editoria?
La passione, la voglia di mettersi in gioco. Oggi non è difficile aprire una casa editrice e stampare libri, soprattutto se hai dei finanziatori. È come si produce e con che valori  che determina la differenza, a me, come editore, alcuni tipografi hanno offerto possibilità di risparmiare molto e uscire con allestimenti incollati, ho rifiutato. Gli autori Farnesi devono sapere che con noi avranno un prodotto bellissimo e non scadente, illustrazioni, merchandising, e saranno orgogliosi di questo.
4 -     Tu ami anche scrivere. Questo ti aiuta nella ricerca degli autori o ti limita?
Io mi diletto a scrivere, ho affrontato e affronto il calvario dello scrittore, conosco i due fronti, i limiti e i sogni. Questo mi ha molto avvantaggiato.
5 -     I tuoi generi preferiti?
Come scrittrice sono da sempre rosa ma con sfumature hot, come lettrice non tanto. Leggo qualsiasi cosa catturi la mia attenzione come  linguaggio. Non amo gli scrittori troppo saccenti, né i sensazionalisti, mi piace chi scrive semplice e chiaro, poetico ma non stucchevole, odio le descrizioni sbrodolate. Non amo l’horror e poco il giallo. Preferisco autori gay che trovo sensibili e autori indiani o cinesi quando si deve parlare d’amore e sociale. Li trovo molto diretti. Come editore mi sdoppio e valuto tutto, ci sono molte variabili: originalità, impatto, correttezza, target, distribuzione, costi. Ma se mi innamoro di un autore e ci credo faccio di tutto per valorizzarlo.
6-     Se dovessi dare un consiglio a uno scrittore esordiente…quale sarebbe?
Non arrendersi e non stressarsi, ma soprattutto proporsi bene, pensando di dover fare i conti col mercato che, in ogni caso, comanda sempre. Fare una scheda di presentazione chiara, con sinossi esaustiva e primi tre capitoli al massimo. Una biografia concisa, che punti sulla disponibilità a promuoversi. Ci sono periodi finestra per mandare i manoscritti, di solito gennaio febbraio o settembre.
7– Tre cose da non fare assolutamente quando si presenta un manoscritto a una casa editrice.
Mandare tutto e in modo disordinato; mandare cose che la casa editrice non tratta, e mostrarsi vanagloriosi.
8- Progetti futuri con la Farnesi? Ci puoi svelare qualcosa?
Daremo l’avvio a due collane previste; non posso svelarne i risvolti particolari che devono avere i romanzi.
9 – Uno spot per invogliare i lettori del blog  a comprare un vostro libro per feste di natale?...vai…
Regalate un libro di un autore  italiano e fatto con amore, non rimarrete delusi.
10- E per finire…cosa ti auguri di ricevere da Babbo Natale?
Tanto successo per Farnesi al fine di poter fare felici tanti scrittori esordienti e non.
N.B. - ringrazio Federica per la collaborazione e per la puntualità delle sue risposte.
Sono sicuro che le piccole gemme che sono state pubblicate dalla FARNESI troveranno il loro spazio e il loro raggio di luce in un mercato sempre più in crisi. Spesso le piccole realtà riescono a valorizzare un autore come le grandi realtà fanno sempre meno. Crediamoci e scegliamoli...come autori e come lettori. Un piccolo gesto che può valere più di quanto immaginiamo.