sabato 22 marzo 2014

SINTONIA

Sintonizzarsi sulle frequenze della realtà non è un'impresa semplice.
C'è sempre qualche interferenza, un cono d'ombra, un black-out che ti manda in tilt le sinapsi; da una parte ci sei tu, che vorresti fare, creare, immaginare... e dall'altra si agita il fantasma della consapevolezza che ti ricorda tutti i limiti che ostacoleranno il tuo cammino.

Sei matto?
Scherzi o parli sul serio?
Chi te lo fa fare?
Trovati un hobby meno faticoso e dispendioso.
Vuoi ancora dormire la notte?

Lo so.
So tutto.
Fare, creare, immaginare è complicato.
Le frequenze sono intasate.
E allora?
E allora più avanti, forse, mi dirò... ok, ci ho perso sonno, sogni e speranze... ma almeno c'ho provato.

Work in progress.

lunedì 17 marzo 2014

IL PESO DEL TEMPO


Le lezioni di scrittura in carcere continuano. 
Il romanzo cresce e a volte mi sembra quasi impossibile che tante teste, tante mani, tante sensibilità siano riuscite, in questi lunghi mesi invernali, ad armonizzarsi per convogliare tutte queste belle energie verso uno scopo comune. 
L'appuntamento è diventato immancabile anche per noi che arriviamo dal "mondo di fuori", non soltanto per i ragazzi che si muovono nel "mondo di dentro". 
Quanto arriviamo nella zona delle aule scolastiche, e vediamo attraverso i vetri delle porte diversi detenuti piegati sui libri, intenti a preparare degli esami universitari, ci sentiamo catapultati all'improvviso in una dimensione diversa dove il valore del tempo assume un'importanza vitale. 
Per questi uomini, il tempo, pesa tantissimo e un secondo recuperato è un secondo prezioso da investire per un futuro lontano e incerto. 
C'è voglia di crescere, di capire, d'imparare per diventare altro. 
Il passato pesa. Le colpe pure. Inutile negarlo. 
Famiglie spezzate. Affetti congelati. Figli dispersi. Mogli sognate e mitizzate. 
Quando ci stringono la mano, quando ci abbracciano e ci baciano, chiedendoci "come va?"... questo ci fa capire il senso del nostro stare lì con loro. Si condivide uno spazio, un tempo e un progetto. Guardando le loro facce, i loro gesti, i loro silenzi... mi si aprono mille mondi e mi viene una voglia irrefrenabile di raccontarle una per una quelle storie dimenticate. 

Oggi si sono aggiunti alla classe due nuovi alunni. Uno, seduto su una sedia a rotelle, è arrivato con un sacco nero della mondezza e si è posizionato in fondo all'aula. Ascoltava, interveniva e continuava a prendere dal sacco dei pezzi di cibo che mangiava senza sosta. L'altro, sorreggendosi su una stampella, si limitava ad ascoltare lo scambio di pareri tra i vari partecipanti al corso, seduto in uno dei banchi vicino a Massimiliano 2, un elemento che apprezzo sempre di più per la sua grande capacità narrativa, pari soltanto a quella di Pino, uno dei pochi detenuti di origine sarda. Questo pomeriggio abbiamo ricevuto anche la visita di un film-maker che vorrebbe realizzare un documentario sui tanti progetti educatici che si svolgono nel carcere. Dopo aver ricevuto il permesso da parte di tutti i presenti per girare delle immagini, abbiamo continuato la nostra lezione con un occhio elettronico che ci spiava e registrava le nostre parole e i nostri spunti narrativi.

Tra non molto dovrò abbandonare provvisoriamente il progetto per motivi di lavoro e per sette lunghi mesi non potrò esserci come vorrei. Li seguirò a distanza, ma so già che mi mancheranno i sorrisi di Raffaele e Daniele, le manate sulla spalla di Massimiliano 2, le domande del Principe, le omelie di Enrico, gli occhi furbi di Mario, le polemiche di Carmelo, gli interventi di Ciro e Bastianino, i mezzi silenzi di Pino... 

Vorrei continuare... ma il volontariato non mi permette di pagare le bollette, il mutuo e la rata della macchina... 

Vivere di scrittura è un sogno - per ora - lontanissimo. 

giovedì 13 marzo 2014

SILENZI INVERNALI E SPLENDORI ESTIVI

Questo breve racconto mi è stato commissionato per un librone fotografico sulle città di mare del Nord Sardegna. All'inizio non sapevo davvero cosa inventarmi per parlare di Alghero, poi, ho provato a immaginare cosa succederebbe se partissi lontano - Londra? Parigi? Roma? - e ritornassi dopo anni nella città che mi accoglie tra le sue braccia e i suoi vicoli da ben 13 anni. In un'ora ho scritto queste poche righe che si muovono tra un reportage intimo e un volo sulle mura e i tetti del ricordo, La nostalgia di quello che non c'è più o c'è solo dentro la memoria. Passi, squarci, attimi, sorrisi... un preludio - o un epilogo - di un qualcosa che si muove da tempo dentro di me.
Buona lettura.

SILENZI INVERNALI E SPLENDORI ESTIVI

Ritornare ad Alghero è un po’ come rinascere per chi ci ha vissuto tanti anni. Camminare per le strade del centro storico, con le placche di ceramica che mi ricordano i nomi catalani delle vie, mi aiuta a tracciare una mappa della memoria che si arricchisce a ogni passo di odori e sensazioni. Tutto è rimasto sepolto dentro di me e ora, naufrago senza bussola, osservo risalire pezzi di vita che credevo perduti per sempre.
Annuso l’odore delle mura sfarinate dalle carezze del tempo e cerco di non farmi intimorire dalla pressione dei ciottoli contro la suola delle scarpe. Le case, assiepate le une alle altre come comari pettegole, mi accompagnano nel mio pellegrinare e mi inducono, con un sussurro di persiane, a fermarmi davanti alla chiesa di San Francesco. Ricordo il chiostro con i suoi archi e le sue sedie in fila, e ricordo gli attori e la musica che ho ascoltato con la testa leggera, una mano sulla spalla di un amico, catturati da un sogno che profumava d’estate e di belle parole. E io mi ci perdo ancora nell’evocazione di quei fantasmi e quasi mi inchino davanti al saio di un frate che mi passa accanto e mi sorride. Il suo volto è sconosciuto e nella linea del suo naso riconosco la bellezza mediterranea di un pescatore che ho incontrato in Marocco.
Strani collegamenti. Una serie infinita di connessioni che mi portano altrove per ricondurmi sempre qui.
Inseguo per un po’ il frate e dopo qualche svolta lo lascio andare per la sua strada: un nuovo quadro si è aperto davanti ai miei occhi incantati. La torre di Sulis, il mare in tempesta, il richiamo dei gabbiani. C’è vento e quel maestrale possente mi agita le pupille e le labbra. Ho voglia di parlare con qualcuno, di fermare uno dei tanti turisti soltanto per chiedergli da dove viene e offrirgli con quella scusa un caffè. Osservo dei ragazzi che suonano la chitarra a ridosso di un muro e dei vecchietti che parlano in circolo di qualcosa che mi sfugge. Mi incammino lungo le mura antiche, i Bastioni, e mi lascio graffiare dalla sabbia africana. I tramonti, qui, sono qualcosa di molto diverso da tutto quello che ho visto altrove. Il promontorio di Capo Caccia, acquattato sull’orizzonte come una bestia a caccia di prede, e le nuvole basse, che versano il rosso sangue della sera sul telo limpido del cielo, sono la rappresentazione fragile e violenta della bellezza di questa città. Una città di alghe e tramonti. Una città di pesca e corallo. Una città di silenzi invernali e di splendori estivi. Una città che puoi toccare con la punta delle dita e se ti distendi nudo su di lei la puoi abbracciare e quasi sentire il peso della sua storia contro il petto. Mi fermo davanti all’insegna di un ristorante e leggo: “Oggi spaghetti con bogamarì”. Quante volte ho gustato questa prelibatezza? E quante volte ho mangiato l’aragosta alla catalana? E il manjar blanc? E il pesce pescato dalle reti dei pescherecci che partono dal porto e rientrano alle prime ore del mattino? E quante volte ho aspettato l’alba nelle spiagge di Maria Pia, del Lazzaretto, delle Bombarde? Un cameriere mi osserva da dietro un vetro e mi sorride. Alghero, a novembre, rallenta il suo ritmo dopo la frenesia estiva e chi vuole godersi la bellezza di questi posti, con l’arrivo del freddo, trova pace e silenzio. C’è una stagione giusta per tutti. Per i giovani, per gli sposini, per le coppie in pensione, per le famiglie… chi visita Alghero viene stregato dal labirinto delle sue vie e un pezzo di cuore rimane imprigionato tra le sabbie e i coralli. Quanti stranieri hanno comprato casa qui? Con Ryanair le distanze si sono accorciate e i costi ridimensionati. Si parte da Londra per un week-end e si arriva in un attimo. Tutto è più semplice e il mondo si può infilare in una tasca. Ma questo non basta, e no… l’ho imparato sulla mia pelle che non è sufficiente pagare un biglietto pochi euro per capire un luogo dove non siamo mai stati. Quando si sbarca dall’aereo dobbiamo dimenticarci da dove arriviamo e chi siamo. Dobbiamo dimenticarci il nostro nome e le nostre abitudini; prendere un bel respiro, aprire gli occhi e lasciarci invadere dal nuovo “pianeta”.
Saluto il cameriere e procedo con la mia immersione nei fondali smeraldini del ricordo. Arrivo al porto e vedo un’insegna che dice “Pescheria di San Telmo”. Un altro collegamento si accende nella mia testa: Buenos Aires e il quartiere degli artisti. Ho dormito in Calle Bolivar e ho mangiato in Calle Defensa. Ho guardato i tangheri danzare in Plaza Dorrego. Ho bevuto la cerveza ghiacciata a Natale e ho mangiato la carne argentina da una griglia immensa. Altri sorrisi, altri mondi che trovo anche qui, per le strade di questa città affacciata sul mare, con lo sguardo verso Gibilterra, verso l’oceano. Proseguo lungo la nuova passeggiata Barcellona che ha permesso alla città di allungarsi sul mare e di ampliare gli spazi per i turisti e gli algheresi. Ci sono le barche, i chioschi che vendono gelati e souvenir, ci sono i turisti che si spostano in bicicletta sulla pista ciclabile e i runners che corrono controvento.  E io mi lascio trasportate dai ricordi.
Perché sono andato via? Ho inseguito un sogno impossibile? Ho cercato altrove un angolo che mi accogliesse con la stessa generosità?
Mi siedo su una panchina di legno e con le braccia e gli occhi aperti attendo il tramonto: un bagno di sangue e poesia che si stempera nel silenzio rotto solo dal ronfare delle macchine e dal richiamo dei gabbiani che attendono voraci il ritorno dei pescherecci in cerchi sempre più stretti.
Un turista tedesco si ferma con i pattini a rotelle vicino alla panchina dove mi sono seduto per ammirare lo spettacolo del cielo, e con un grande sorriso mi chiede: «Lei da dove viene?»
Lo guardo, sorrido anche io, e prima di rispondere ripeto la stessa domanda dentro la mia testa.
“Io da dove vengo?”
«Da qui!» rispondo, ancora prima di capire davvero cosa è giusto rispondere.
Il turista tedesco mi si siede accanto sulla panchina di legno e stringendomi la mano mi dice il suo nome e la sua città d’origine.
“Da qui”, penso ancora, confuso e sorpreso dalla semplicità di quella risposta, mentre lui si slaccia il casco e libera i lunghi capelli biondi nella luce dorata del tramonto.
Da qui.


Un grazie speciale a Giovanni Gelsomino... un uomo generoso.

domenica 9 marzo 2014

VIAKAL


Si può partire con una storia da un titolo?
Uno sparo nella testa che ti rincula immagini e un sapore amaro di piombo...?
Si può?


La tv trasmette il nuovo inno nazionale e io, con la croce muta, ascolto il lamento di un cantante senza molta gloria
Mi curo e mi purifico
Parole... il coraggio delle parole
parole nude

Ho la bocca sporca di rosso... ho morso l'odio e la paura
E quel titolo galleggia su onde di viakal

giovedì 27 febbraio 2014

LA MIA MALEDIZIONE di ALESSANDRO DE ROMA


Questo sera mi sono recato in una libreria di Alghero per la presentazione dell'ultimo romanzo di Alessandro De Roma e ho scoperto che ero in anticipo solo di un mese esatto sulla data effettiva. Se volevo una prova sul mio esaurimento ora l'ho avuta!
Benissimo: quindi la mia corsa per finire il libro entro le 18 non è servita a niente. O forse no, forse è servita lo stesso a qualcosa; mi sono tuffato tra le pagine e mi sono arrampicato tra i rami degli alberi, nonostante il peso degli anni, la stanchezza, le disillusioni. 
Novello Tarzan ho rivissuto la mia giovinezza, i suoi ardori e i suoi silenzi, e ho cercato nei ricordi molti fantasmi del mio passato. 
Finito il libro, chiusa la pagina, ho provato una pena indicibile, una sottile angoscia che mi ha lasciato inquieto e pensieroso sul bordo delle cose che non ho mai avuto il coraggio di fare davvero mie.
Sì, perché la storia di De Roma parla di solitudine, di crudeltà, di vendetta e di redenzione. Racconta un'amicizia impossibile e la tagliuzza con precisione, svelandoci tutto il nero che può corrompere le nostre stupide azioni. 
Una telefonata mai fatta. Una mano mai davvero accolta. Un corpo rifiutato per noia e supponenza. Quante volte carnefici e quante volte vittime?
Leggendo "LA MIA MALEDIZIONE" ho pensato più di una volta a un altro romanzo che ho amato molto in gioventù: "I turbamenti del giovane Torless" di Robert Musil, e in Pasquale Cosseddu, chiamato da tutti "La fogna", ho riconosciuto la dolce sottomissione di Basini, umiliato e abusato nel ventre della stanza rossa. 
De Roma racconta la storia monocromatica di Emilio Corona, un personaggio negativo che non fa nulla per farsi amare e, nonostante questo, riesce a farci sentire parte del suo gioco al massacro. 
Quanto di noi c'è in lui? 
Quanti di noi sono capaci di scendere così in basso senza provare particolari rimorsi? 
In questo romanzo c'è una Sardegna diversa da quella che ti aspetti... c'è una luce, uno sguardo, una mano capace di accarezzare e distruggere. E tutto questo lo fa con tocco lieve e preciso. Un bisturi che taglia e seziona. Viscere esposte. Puzza e indifferenza. 
So bene di non raccontare nulla di tutto quello che c'è dentro le 160 pagine di questo romanzo meraviglioso: ma se cercate una trama particolareggiata, un motivo per comprarlo e farlo vostro, allora entrate nella rete e troverete sicuramente la vostra fonte feconda.

"Ed era davvero un peccato che noi uomini non fossimo in tutto e per tutto come gli alberi, nudi e chiari fin nelle radici..."

mercoledì 26 febbraio 2014

COSA FARÒ DA GRANDE?


In questo ultimo anno, esattamente da quando è stato pubblicato il mio primo romanzo, mi sono sentito chiedere diverse volte, da amici, conoscenti o lettori, se nella mia vita è cambiato qualcosa. 

Questa domanda nasconde diverse sotto-domande del tipo: ora ti senti uno scrittore?; ora guadagni molto?; quando pubblicherai il prossimo libro?
E io ho sempre risposto: no; per nulla; non si sa.
E davanti all'incertezza e ai dubbi restano sempre un po' delusi, quasi traditi dalla tua prudenza eccessiva.

Scrivo da anni, lo faccio per passione, per nevrosi, per fare qualcosa di bello, per coccolarmi, perché mi piace viaggiare con la mente, perché un solo amico invisibile non mi è mai bastato, per solitudine, per rabbia, per scommessa, perché è sempre meglio che drogarsi con pasticche e polverine, perché la bottiglia non mi aiutava più, perché sono stato un bravo bambino e un pessimo studente, perché mio padre diceva che scrivere non porta bene e fa perdere tempo, perché il sesso dura molto meno, perché mi hanno rovinato i Duran Duran e Candy Candy, perché scrive anche Iva Zanicchi ma si può aspirare a Philip Roth, perché la maestra ha creduto in me e mi ha invogliato a continuare, perché la prima ragazzina mi ha spezzato il cuore e io non ho più accettato cerotti e bende da nessuno per ricomporlo, perché amo sudare, perché adoro il profumo della carta, perché i NO mi fanno bene, perché la mia linea del destino è lunga e tormentata...

Scrivo per tutte questo cose e molte altre... vere e false, uniche e opposte... e soprattutto scrivo per tenermi compagnia.
Le storie sono un'ottima balia: non rompono, non russano, non chiedono giorni di permesso, ti svuotano il vasino senza protestare e ti lasciano in pace quando hai le palle che girano così veloci da fare vento ai pensieri più neri.
Ecco perché la pubblicazione è un caso fortuito, un incidente di percorso, un incontro di sensi che potrebbe non ripetersi mai più.
No; per nulla; non si sa.
L'equazione è semplice.

Le sirene sono tante... le bugie e i sorrisi falsi pure... prendi la tua piccola dose di veleno e impara a renderti immune.
Si scrive perché non si può fare altrimenti.
Tutto il resto è un inciampo occasionale.

venerdì 21 febbraio 2014

UN GIORNO QUALUNQUE SU QUESTA TERRA


Oggi, attraversando il piccolo parco al centro della mia città, ho visto due donne piangere.
Se ne stavano sedute in una panchina: capelli biondi - corti sulla nuca e cotonati nella parte alta -, jeans, maglione, giubbotto impermeabile e una busta di plastica vicino alle gambe. 
Parlavano al cellulare con qualcuno in una lingua che ho sentito tante volte passando lungo questi viottoli. 

Oggi, giovedì, è il loro giorno di riposo. 
Si riuniscono sempre qui. Parlano, ridono, si raccontano mille cose e mangiano insieme in allegria e complicità. 
Sedute sulle panchine o sul prato con un telo aperto sull'erba. 
Sempre, ogni settimana, di giovedì. 
Gli altri giorni le vedo ancora qui; portano a spasso vecchietti, malati o spingono delle carrozzine. Pazienti, silenziose, materne. 
Mi colpiscono con i loro volti tondi e rubicondi.
Con i loro occhi chiari che mi fanno pensare a cieli lontanissimi. 
Con le loro mani ruvide e screpolate.

Oggi, giovedì, due di loro piangevano come bambine spaventate pensando alle loro case, ai loro affetti, alla loro terra.
Oggi. 
Un giovedì qualunque sputato su questa Terra.

lunedì 17 febbraio 2014

LA STELLA DI PIETRA di MARCO BUTICCHI


Il mio incontro con lo scrittore Marco Buticchi è stato intenso e particolare.
Quando ho ricevuto la telefonata di Elia e, con voce sorniona, mi ha chiesto se mi andava di presentare l'ultimo libro di Buticchi, sono stato vittima di un attimo di sano terrore. 
Conoscevo l'autore ovviamente, ma della sua opera non avevo letto una sola riga. 
Elia mi dice, passa a prendere il libro, lo leggi e poi decidi. E così ho fatto: ho preso il libro, sono tornato a casa, mi sono seduto e ho iniziato a leggere. Già a pagina 30 la trappola era scattata e io, come un bel topolino grassoccio che ambisce al pezzo di formaggio, potevo solo arrendermi alla magia della storia. 
Richiamo Elia e accetto la sfida. Perché per me è stata subito una sfida: fare la prima presentazione da "presentatore" (mi sento molto Baudo e la Clerici in questo momento!) con un autore che non conosco e con un genere che non è tra i miei preferiti, beh... caspita, se non è una sfida questa, forse lo può essere solo una lotta a mani nude contro tre Samurai armati fino ai denti!
Ho letto il romanzo e ho preso appunti, ho fatto ricerche su internet per scoprire ancora più cose su tanti argomenti che venivano toccati nella storia e, così facendo, l'immersione nel mondo di Michelangelo Buonarroti è stata ancora più ricca e profonda; così come è stata avvolgente e angosciante la lettura della parte ambientata nella seconda metà degli anni '80. E quindi le Brigate Rosse, il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro, l'omicidio del professore Ezio Tarantelli a La Sapienza di Roma, il lodo Moro, i dubbi, i misteri, le connivenze con i servizi segreti, deviati o meno... quante cose ancora non conosciamo di quella brutta storia? Quante zone d'ombra continuano a nascondere la luce e la verità? 

Marco Buticchi racconta e immagina una storia, lo fa basandosi su documenti reali, storici (che inserisce alla fine del volume) ma come ogni bravo romanziere - o scrittore di romanzi d'avventura - imbastisce una sua idea, una sua teoria che parte dalle statue e i dipinti di Michelangelo, per arrivare al cuore nero di un Italia ferita, dolorante e in stato d'assedio. 
Non vi racconto nulla della trama. Rivelerei cose che si devono scoprire solo leggendo il libro. Posso solo dire che ho amato in modo particolare la parte dedicata al Rinascimento e alle gesta di un genio eccelso come Michelangelo. La parte "moderna", invece, ha risvegliato in me ricordi e sensazioni che avevo rimosso. Quando Moro fu rapito avevo 10 anni, e quella mattina appendevo il mio cappotto negli attaccapanni lungo il corridoio della mia scuola elementare di San Giuseppe. 
Mi ricordo la maestra che arrivò con le lacrime agli occhi e parlando con una collega disse: "Hanno rapito Moro, mio Dio!". Io sapevo chi era Moro, sapevo che era un uomo importante e che governava l'Italia. Lo vedevo alla TV, a volte, durante la cena, mentre i miei guardavano il tg. Quel giorno mi sembrò quasi, guardando la paura e il dolore negli occhi della mia maestra - sempre composta, elegante e sorridente - che dei diavoli rossi avessero osato rapire Padre Pio: un'ipotesi impossibile da immaginare o da pensare. Un'ipotesi assurda.

L'incontro in libreria è andato bene. Non mi sono bloccato davanti alla gente e sono riuscito a portare avanti la presentazione senza problemi, anche grazie a un autore con una grande capacità di raccontare storie e aneddoti. 
Il pubblico ascoltava con interesse e non ho mai avuto la sensazione che quell'attenzione calasse o si perdesse.
L'indomani, sempre con lo staff della libreria Cyrano, abbiamo incontrato i detenuti del carcere di Alghero.
Anche questa esperienza è stata molto forte e ricca di belle sfumature. Marco Buticchi, particolarmente sensibile e vicino alle problematiche del carcere, ha parlato di scrittura, di fantasia e di storia... e i detenuti hanno ascoltato, hanno fatto domande, tutti curiosi e vogliosi di capire qualcosa di più. In una biblioteca con 6 mila volumi, un palco e uno schermo per proiettare i film... e loro, i loro volti, i loro sorrisi, la loro voglia di entrare in contatto con il mondo di fuori. Tutto molto forte e intenso. Alla fine dell'incontro, tutti, nessuno escluso, si sono avvicinati e ci hanno stretto la mano sorridendo. Molti giovani... mi ricordo due volti in particolare. Un ragazzo rumeno che si sta per laureare in Economia e ha posto diverse domande allo scrittore - ci è scappata quasi una promessa di assunzione nello stabilimento balneare di Buticchi - , e un ragazzo con dei profondi occhi scuri che ha taciuto per tutta la presentazione, ma si è avvicinato alla fine dell'incontro per salutarci e dirci: "Grazie di essere venuti!" 
Ci siamo sfiorati soltanto per un'ora con tutte quelle facce e quelle storie... ma per il sottoscritto - e non solo -  è stata un'ora unica, speciale.

Grazie a Elia che mi ha voluto sfidare.
Grazie a Marco Buticchi che mi ha regalato il piacere e la gioia di conoscerlo e presentarlo.
Grazie a chi è venuto ad ascoltarci.
Grazie ai ragazzi del carcere di Alghero e la direttrice.
Grazie al sole che ci ha baciato in fronte.

domenica 9 febbraio 2014

ARRESO


E tu
sei lontano
dietro la curva 
quella che nasconde il mare
La mano aperta
per guardare in controluce il sangue che scorre
le vene sottili
questi viottoli misteriosi
intasati di ricordi e riflessi
Sei qui
nel gioco pericoloso
dei saggi bilanciamenti
Un passo avanti
e un passo indietro
Traguardi
lavoro
salute
amore
sesso
delusioni
progetti
sudore
ansia
colore
E tu
che ritorni quando meno ti aspetto
Un sorriso
due gambe veloci
odore di bruciato
vino bianco 
dimenticato
madre fotocopia
condensa di pensieri
 una Panda scassata
antifurto
pietre lucenti di un'isola incantata
Mi hai chiesto
di esserti fratello
e io 
io mi sono arreso
al richiamo delle stelle
Tutte unite
lassù
per cantare te

lunedì 3 febbraio 2014

DOVE SONO?


Dai racconti di mia zia Graziella, ho scoperto che quando ero piccolo, immagino intorno ai 3-4 anni, e andavo a trovare mia nonna Vittoria, avevo la curiosa abitudine di nascondermi dentro l'armadio nella grande camera da letto dove dormiva la nonna. Lasciavo l'anta aperta e chiedevo a tutti di cercarmi. 
Ovviamente tutti sapevano dove mi infilavo per sparire agli occhi del mondo, ma, tutte le volte, trattenendo le risate, fingevano di cercarmi ovunque, per trovarmi, poi, solo alla fine di una estenuante ricerca; ed io, immancabilmente, gridavo per la gioia, mai sazio di quel gioco senza limiti di tempo, sempre capace di sorprendermi e riportarmi sul luogo del misfatto ancora una volta. 

I bambini piccoli sono così. Chiudono gli occhi e sono sicuri di sparire. 
Nascondono la testa e, patapum, anche il corpo diventa invisibile.
Queste foto raccontano la fantasia, l'ingenuità e la meravigliosa follia dei bambini.

E voi, da piccoli, quale oggetto, angolo o nascondiglio avete trasformato nella vostra personale macchina del tempo?