martedì 15 aprile 2014

A BOCCA CHIUSA di STEFANO BONAZZI


Ho letto questo libro perché mi è stato consigliato da un amico. 
Amo il genere thriller e sapere che si trattava di un giovane autore esordiente ha stimolato ulteriormente la mia curiosità. 
La copertina mi ha fatto pensare subito al caldo afoso dell'estate - il campo di grano o le sterpaglie che si vedono nell'immagine - e la vanga a qualche corpo - o segreto inconfessabile - nascosto sotto un metro di terra arida e secca. 
La promessa è stata mantenuta solo in parte. Il libro non è un thriller nel senso stretto del termine - anzi, la componente thriller è davvero irrilevante - ma il caldo asfissiante c'è e ci sono anche i corpi e i segreti inconfessabili. 
I corpi non sono morti, ma si muovono come automi dentro una scenografia claustrofobica e alienante. 
Il romanzo racconta la storia di un bambino che deve passare le vacanze a casa con il nonno perché la mamma e la nonna lavorano. Un nonno ex-camionista arrabbiato con il mondo e con la gente. La gente è tutta cattiva, inutile, falsa, interessata al denaro che ha messo da parte. La gente può inquinare la mente del nipote e trasformarlo in una nullità. La casa del nonno è silenziosa e buia. Le finestre sono sempre chiuse e la penombra regna ovunque. Il bambino passa il tempo costruendo mondi fantastici con i mattoncini Lego su un tappeto rosso che lo contiene - e lo protegge - come un utero caldo e avvolgente. L'ombra del nonno è una presenza oscura e silenziosa. Un'idea di uomo che non si riesce mai a cogliere del tutto. Le fantasie del bambino, il suo non-tempo in quella casa vuota d'amore, l'estate che scivola sorniona fuori dalle finestre, le voci e i rumori del palazzo... non si possono tradire le aspettative del nonno. 
E quando Luca, un ragazzino che abita nello stesso stabile, "rapisce" il protagonista per portarlo in un mondo di biciclette, terra e polvere, il dramma esploderà con una crudeltà assoluta. Senza dire niente alle donne di casa - che conoscono e taciono la tendenza alla violenza dell'uomo - il vecchio burbero inizierà a lasciare il bambino sotto il sole nel terrazzino della casa, e per tutto il tempo, indifferente al caldo e senza fornire acqua o cibo al bambino, penserà solo a dormire e a ignorare il mondo di fuori. Sarà ancora Luca a portare lontano da quella prigione il bambino-mattoncino e il suo gesto ribelle innescherà un meccanismo subdolo e spietato che modificherà la percezione stessa del reale da parte del piccolo protagonista. 

Il romanzo di Bonazzi è duro, crudele, cattivo e non lascia molto spazio alla speranza. Siamo tutti vittime. Siamo tutti prigionieri di un sogno, di una paura, di un ricordo... tutti ci muoviamo trascinati da fili invisibili che non riusciamo a spezzare mai del tutto. L'infanzia è un luogo di bellezza e perdizione. Una dimensione dove possono nascere le fedeltà e le ossessioni più sublimi e assolute. 
Schiavi di un click che ci imprigiona dentro una foto sovraesposta...



Ho intervistato l'autore e grazie alle sue parole capiremo meglio la natura della sua opera e della sua anima (volo troppo alto?)

Ciao, Stefano… il tuo romanzo è difficile da classificare. Si muove – direi quasi si agita – tra gli angoli oscuri di molti generi e non ne abbraccia del tutto nessuno. Se dovessi raccontare a chi non ti ha ancora letto la natura, intima e profonda, del tuo romanzo, cosa diresti?
Ciao Carlo, grazie per la possibilità di prender parte al tuo blog letterario. Se dovessi spiegare A bocca chiusa in poche frasi lo definirei come un trip allucinogeno e claustrofobico sulla desolazione dell'individuo moderno. Una sorta di “Trainspotting” visto con gli occhi di un bambino.

L’idea del romanzo da dove nasce?
Dalla volontà di raccontare un disagio. Inizialmente non avevo ben chiaro tutto lo svolgimento narrativo. Sono partito piantando un seme nero, poi l'ho annaffiato e coltivato pagina dopo pagina, notte dopo notte, in modo che potesse diventare un immenso e intricato groviglio di rami.
Volevo una storia che potesse prendere a pugni il lettore, che lo lasciasse con un sapore amaro al termine di ogni capitolo.
Mi piacciono i libri che in qualche modo cercano di destabilizzare e mettere alla prova, che non lo assecondano comodamente nella lettura e che una volta raggiunta l'ultima pagina possano lasciare qualcosa, un retrogusto amaro. Spero con A bocca chiusa, di aver lasciato un mio piccolo tributo a questo genere letterario.

Leggendolo viene spontaneo chiedersi quanto ci sia di autobiografico nella storia. Ci hai messo un po’ di te e del tuo mondo o si tratta di pura finzione narrativa?
Preferisco lasciare al lettore il beneficio del dubbio. Autobiografico o no, ai fini della lettura questo aspetto non ha molta importanza. Penso che un libro vada valutato per quello che è, non per l'empatia che può suscitare o meno il suo autore.

La copertina del libro è ingannevole e fa pensare a una storia di tutt’altro genere. Hai fatto i conti con la percezione falsata che si ha del tuo libro?
In effetti questo libro potrebbe trarre in inganno o deludere chi lo compra pensando di trovarsi di fronte ad un thriller tradizionale. So che potrei perdere una parte di potenziali lettori affermando questo, ma la realtà dei fatti è che A bocca chiusa nasce e si conclude come un dramma, la componente thriller è davvero minima.

Nel romanzo hanno un ruolo importante i mattoncini Lego. Gli omini con la faccia gialla e il sorriso eterno. Le mani a forma di C. Ricordando la mia infanzia, tutta la prima parte della storia, mi ha fatto rivivere emozioni sottili e difficili da decodificare. Anche io vivevo con i nonni e anche io passavo le ore inventandomi un mondo colorato che potevo disfare e ricreare a mio piacimento. Ho sempre pensato che quel gioco innocente sia stato il mio primo tentativo di creare storie. Anche tu sei stato un Lego-dipendente? 
Assolutamente si. Avevo davvero una cesta di mattoncini enorme in cui potermici tuffare e trascorrere le giornate. I Lego erano una manna di salvezza per i bambini dotati di una vena creativa. Non voglio passare per il solito nostalgico brontolone ma le potenzialità di quel gioco erano davvero infinite. Oggi vedo ragazzini di quattro anni controllare un iPad con la stessa abilità con cui noi costruivamo palazzi, città, automobili... beh che dire, un po' mi spaventa ma in realtà penso si tratti di un processo d'evoluzione normale ed inarrestabile. Mi auguro solo che possano trovare in esso le stesse emozioni che provavamo noi maneggiando quei mattoncini colorati.

Ho avuto l’impressione, arrivato alla fine, che ti sia censurato o frenato per rendere la storia più “buona” e meno “urticante” e “indigeribile”. Potevi andare giù molto più pesante e raccontare i fili della trama con un distaccato cinismo che sarebbe stato perfetto nel climax della storia. È una scelta di stile o, come dire, una smussatura arrivata in seguito per esigenze editoriali?
Nessuna direttiva editoriale. È stata una mia precisa scelta. Ti confesso che la fiaba che il protagonista inizia a raccontare nella seconda parte del romanzo è stata completamente riscritta rispetto alla prima versione, ma per scelta mia non per imposizioni editoriali. Stava diventando davvero difficile gestire tutto quel magma nero, lo ammetto, avevo bisogno di emergere, almeno alla fine, forse, essendo il mio primo romanzo, non mi sentivo ancora del tutto pronto.

Il protagonista è attratto dalla bellezza maschile. Ammira la fisicità prorompente del suo amico Luca e anche da adulto, osserva con compiacimento la bellezza di un ragazzino che spia dalla finestra dell’ufficio. In più passaggi si avverte una tensione gay che non si esplicita mai del tutto… piccoli accenni che lasciano intuire piccole sfumature del personaggio. Una scena – quella cardine intorno alla quale ruota il prima e il dopo – è un esempio perfetto della confusione che può regnare nella mente di un ragazzino tra dedizione e paura. Sono io che sono tremendamente malizioso o c’è anche questa componente nel romanzo?
Certo che c'è. Penso che in generale, in ogni situazione di allontanamento dalla realtà “normale” (sempre che questa parola abbia ancora un senso nel nostro contemporaneo...) ci sia un mescolamento di personalità e pulsioni che porta inevitabilmente a confondere anche le proprie attrazioni sessuali. Il protagonista frequenta prostitute, ma nulla toglie che questo non sia che un ulteriore escamotage per “convincersi” della propria normalità, per cercare di accettarsi, oppure anche un modo per prendere contatto con una figura femminile così assente nella propria infanzia... Le chiavi di lettura possono essere molteplici ed anche in questo caso preferisco sia il lettore, in base alla sua sensibilità, ad ricavarne le proprie conclusioni. Io lancio solo degli stimoli.

Il male si nasconde dentro le mura di casa e chi ha occhi non vede e chi ha voce non parla. Siamo davvero così soli e invisibili?
In certi contesti “borderline” situazioni del genere penso siano all'ordine del giorno. Basta fare due passi per qualche metropoli il 15 di Agosto.

Quanto curi i personaggi di contorno?
In questo caso pochissimo. In verità tutti i personaggi di questo libro non sono molto caratterizzati. Alcuni lettori li hanno definiti grotteschi e questo mi rende felice perché era il mio intento principale. Volevo imbastire una sorta di teatrino dell'estremo e per far ciò mi erano sufficienti dei semplici accenni ai dettagli secondari dei protagonisti. Volevo che un po' tutti i personaggi apparissero come marionette in balia di una realtà che agisce per loro. Non sarà sempre così. Nella storia che sto scrivendo adesso ci sono molte più sfumature a definire i caratteri, ma in questo romanzo mi sembrava necessario tracciare solo degli schizzi: è una storia prettamente visiva  in cui, nonostante un'estrema staticità di fondo, penso siano le pulsioni e le azioni a dominarla rispetto al volere diretto dei personaggi.

Scrivere è?
Terapeutico.

Tre libri letti nel 2013 che consiglieresti a chi ti legge?
Stefan Merrill Block - La tempesta alla porta
Mazzantini Margaret - Splendore
Sébastien Marnier - Mimì

Quali sono i libri che ti hanno cambiato la vita?
La Strada - Cormac Mc Carty
La montagna incantata - Thomas Mann
Vi perdono - Del Fabbro Angela
Io non sono esterno - Giuseppe Merico
Notti bianche - Fëdor Dostoevskij

Un personaggio dei fumetti che vorresti come amico?
Il Joker

Feticismi tecnologici?
Tutto quello che sforna quella dannata mela morsicata.

Un gesto politico importante?
Vorrei un governo con i gatti al potere. Di razza Maine Coon, preferibilmente.

Biografia in una playlist?
Soap&Skin - the sun
Tricky – Ttattoo
Aaron Parks – Afterglow
Marilyn Manson - Sweet Dreams
Agnes Obel -  The Curse
Gavin Friday - Lord I'm Coming
Julia Kent – Fall
Kidneythieves - Taxicab Messiah
Nils Frahm – Hammers
The Fauns – 4am
The Flaming Lips - Try to Explain
Wallis Bird - Dress My Skin And Become What I'm Supposed To
Xiu Xiu - Stupid in the Dark
Puscifer - Momma Sed
bastano?

 La frase scusa preferita?
Il mal di stomaco è un evergreen che funziona sempre.

A 13 anni cosa volevi fare?
L'hacker.

Hai per un giorno il potere assoluto: la prima cosa che fai?
Farei una legge che impedisse ai SUV di circolare in città.

Come spiegheresti a un bambino la parola “felicità”?
Quell'impellente desiderio di risalire su una giostra che fino a pochi minuti prima ti aveva terrorizzato.

La volta che hai riso di più?
Una mostra a Genova, alcuni anni fa. Metà Agosto, un caldo inverosimile in una saletta esposta al sole e senza aria condizionata. Durante la presentazione iniziarono ad esplodere le sedie in plastica su cui erano seduti gli spettatori. Mentre salivo sul palco a ritirare il premio mi voltai e vidi metà del pubblico con le gambe all'aria.

Una cosa che non hai mai capito della gente?
Perché ti chiedono sempre “Come stai?” se poi in realtà non gliene frega un cazzo di come ti senti davvero. (se non si possono dire le parolacce nel tuo blog, censuralo pure).

Icone moderne?
Carmelo Bene, Alessandro Bergonzoni, Marilyn Manson (non necessariamente in questo ordine).

Chi inviteresti alla cena dei tuoi sogni?
Philip Roth, David Lynch e Terry Richardson (non necessariamente in questo ordine).

Sei anche un bravissimo fotografo. Mi viene spontaneo chiederti se quando pensi alle scene di un romanzo, riesci a visualizzarle anche da un punto di vista strettamente fotografico.
Si, funziona sempre così. In molti hanno definito la mia, una scrittura “per immagini”, io stesso cerco ancor prima di buttar giù parole di visualizzarmi il set nella mente. Avere la scenografia ben chiara davanti agli occhi mi aiuta a sviluppare meglio al situazione. Prediligo poche ambientazioni, preferibilmente ristrette e claustrofobiche.

A chi diresti grazie?
A tutti quelli che mi hanno permesso di non restare a bocca chiusa.

Se alzi gli occhi e guardi il cielo…cosa vedi?
Una tela bianca, infinita.

mercoledì 9 aprile 2014

I FRATELLI RICO di GEORGES SIMENON


Io amo Simenon. Ma di Simenon amo in modo particolare i romanzi "seri", ovvero quelli senza il commissario Maigret. E tra tutti questi romanzi, amo in modo ancora più particolare, quelli che Simenon ha ambientato - e scritto - negli Stati Uniti d'America. 
Ricordo "Tre camere a Manhattan" e "Le luci della notte". Due romanzi che, se non li avete ancora letti, DOVETE ASSOLUTAMENTE recuperare e sbranare come ho fatto io!
"I fratelli Rico" appartiene a questa stirpe "americana". 
Fu scritto infatti nel luglio del 1952 - la proverbiale velocità di Simenon che fa invidia a molti scrittori - a Lakeville, nel Connecticut.  
Racconta la storia di tre fratelli: Eddie, Gino e il piccolo di casa, Tony, e della loro vita a Brooklyn fatta di soldi facili, malavita e regole da rispettare. 
Eddie, il più grande, conosciuto da tutti come "il ragioniere" - per la sua grande capacità di prevedere i guadagni e le prospettive economiche di qualsiasi affare - si è trasferito in Florida dove vive con la moglie e le tre figlie. Nel suo regno è un piccolo Boss che può fare e disfare a suo piacimento, senza mai sporcarsi le mani. Ci sa fare Eddie; è l'unico della famiglia che vanti una fedina penale pulita. La sua fede incrollabile per le regole - da seguire sempre e comunque per mettere in primo piano il valore dell'Organizzazione - lo ha portato molto lontano dalle strade e dalla povertà di un quartiere dove ha visto morire il padre, crivellato dalle pallottole destinate alla schiena di un malvivente di nome Sid Kubik - l'uomo verrà salvato dalla stessa madre di Eddie, grazie a una botola nascosta nel loro piccolo negozio di frutta e verdura - e dove ha organizzato i primi traffici e le prime scommesse con le corse di cavalli.
Gino, il figlio di mezzo, è un killer che adora ammazzare la gente e lo fa dannatamente bene. Tony, il più piccolo, si è sempre limitato a guidare le macchine usate dal clan per organizzare rapine e omicidi.
Il delicato equilibro della famiglia Rico s'incrina quando Eddie viene convocato a Miami da Sid Kubik, e scopre che Tony, confidandosi con la sua giovane sposa, ha messo in pericolo l'organizzazione. Lui sa molte cose che la polizia non deve scoprire e le sue rivelazioni potrebbero mettere in ginocchio i boss che fino ad allora sono sempre riusciti a farla franca. 
Sid chiede a Eddie di cercare suo fratello - sparito nel nulla con la moglie - e scoprire se ha davvero intenzioni di vendersi alla polizia per amore di una donna o se, per coprire le spalle all'organizzazione, è disposto a emigrare in Europa - in Sicilia semmai - e far perdere le sue tracce per ricominciare una nuova vita altrove.
Il romanzo racconta il pellegrinaggio di Eddie, tra fantasmi del passato e paure mai sopite, per rintracciare il fratello che non vede ormai da due anni. Si reca dal padre di Nora, la ragazza che ha sposato Tony, e si spinge fino a New York per parlare con l'anziana madre. E di scena in scena, di tappa in tappa, di scoperta in scoperta, riesci a vedere il mondo con gli occhi stralunati e confusi di Eddie. C'è sempre qualcuno che comanda sopra di te... e se anche tu ti credi uno squalo nel tuo piccolo mare, c'è sempre un pesce più grosso di te, pronto a farti la festa appena superi il limite della barriera corallina.
Simenon, con la sua solita maestria, riesce a costruire una storia semplice, basica, avvolgendola su se stessa in un intricato intreccio di fili e connessioni. I personaggi sono definiti con abili colpi di coltello e i dialoghi, mai fuori sincrono, mai stupidi, mai banali, sono come bisturi taglienti che sezionano un cadavere inerte.
Una storia che non conosce redenzione e perdono. 
Una storia nerissima che ti fa fare pace con la buona scrittura.

domenica 6 aprile 2014

MURI INVISIBILI

Questo pomeriggio sono uscito di casa per portare la mia scheda anagrafica aggiornata in ristorante per la prossima assunzione. 
Sole. Moltissimo sole. Gente. Moltissima gente. 
I viali di Alghero sono letteralmente invasi di persone che come tante formichine si muovono su e giù senza una logica apparente.
Io cammino con il mio giubbotto di pelle e la mia cartella di documenti e mi dico: "Ho una meta. Devo uscire da casa, camminare, seguire un percorso preciso - con poche variabili - e consegnare a qualcuno dei fogli stampati con la mia vita lavorativa."
Tutto semplice.
Eppure mi soffermo sulle facce della gente.

Moltissimi occhiali da sole.
Molte biciclette.
Un'infinità di bambini.
Il mondo gira e si riproduce.
Camminare senza un bipede vicino con cui parlare - non ho neanche un cane sfigato per fingere un minimo di socialità - ti apre la mente in modo diverso.
Ti rendi conto che non sprechi fiato in convenevoli inutili e vai... vai per fare quello che dev'essere fatto.
Il giro è lungo e lo assecondi senza opporre resistenza.
Saluti i colleghi che cenano prima del servizio serale.
Carne e verdure al forno.
Tutto bene?
Sei dimagrito.
Il lavoro?
La terrazza?
Le terme come sono andate?
Firmi il CUD, saluti e vai via.
Altre formichine tutte intorno.
Camminano, corrono, ridono, mangiano...
Altra gente.
Un ragazzo mi chiede una sigaretta.
Rispondo che non fumo... mi dispiace.
(Dispiacere per cosa mica l'ho capito... io sono contento di non fumare.)
Lui mi guarda scazziato... come se sulla mia testa avesse appena visto due antenne verdi o uno stronzo fumante... e va oltre.
Sorrido.
E cammino.
Vado al cinema?
Prendo un caffè in un bar?
Mi siedo su una panchina?
Qualcuno mi chiama al cellulare?
No... nessuno.
Ok.
Cammino.

Troppa gente in giro.
Penso ai parassiti.
Troppi parassiti.

Penso ai miei amici detenuti.
Alle celle.
Al cortile dove vanno avanti e indietro con la testa china e le braccia dietro la schiena.
Alle sbarre e alle serrature elettroniche.
Ai muri alti... altissimi...
Penso alla libertà...
Un concetto che più di una volta abbiamo affrontato in classe.

Io, questo pomeriggio, potevo definirmi libero.

A volte, le definizioni, non definiscono un emerito cazzo.

venerdì 4 aprile 2014

DOCTOR SLEEP di STEPHEN KING + UN'INTERVISTA IMPOSSIBILE AL RE DEL TERRORE!

Prima di leggere il nuovo romanzo di Stephen King, ho preferito rileggere, dopo 28 anni, il suo capolavoro indiscusso "Shining, una splendida festa di morte", di cui, "Doctor Sleep" è l'attesissimo seguito, come strilla la copertina del libro pubblicato da Sperling & Kupfer.

Tornare sul luogo del delitto dopo tanti anni e ritrovare Jack, Wendy, Danny e l'Overlook Hotel, con i suoi corridoi, il bar, le sale, l'ascensore, la stanza 217, è stata una lunga immersione nel ricordo che ha risvegliato vecchi fantasmi legati a un'adolescenza tormentata e incerta.
Dopo averlo riletto capisco ancora di più il poco amore di King per il film di Kubrick, che ha tradito il testo inventandosi svolte narrative e un finale completamente diversi dall'originale. 
Lo stesso King nei ringraziamenti alla fine del libro ci tiene a precisare quanto segue. "Poi naturalmente c'era la faccenda del film di Stanley Kubrick, che per motivi a me ignoti molti ricordano come assolutamente terrorizzante. Se lo avete visto senza leggere il romanzo, vi avverto che "Doctor Sleep" è il seguito del secondo, ovvero La Vera Storia della Famiglia Torrance."

Sapere che fine abbia fatto dopo tutti questi anni il bambino di 5 anni che nel romanzo "Shining" non guida nessun triciclo per i corridoi  dell' Overlook Hotel, era una curiosità legittima che accendeva i cuori di tutti i fedeli lettori che da decenni seguono il RE nella sua folle corsa verso l'impossibile. 
Molti  di questi lettori sono rimasti profondamente delusi dalla trama pensata e congegnata da King, definendo la prova opaca e molto sotto le loro grandi - grandissime - aspettative. 
Io, dopo averlo letto il romanzo, non sono rimasto deluso e non mi sono sentito tradito. 
Superare le vette assolute di "Shining" era ovviamente impossibile per chiunque, anche per l'autore che in un periodo di alcolismo cronico si era lasciato affascinare da una storia di fantasmi, onirica e claustrofobica.
Dan è cresciuto. Fa l'infermiere. Sua madre è morta (mi è dispiaciuto parecchio non ritrovarla in questo libro; ho sempre amato il personaggio di Wendy nella carta, quanto l'ho odiato nella pellicola di Kubrick) e anche lui, come il padre, è un fedele seguace della bottiglia. Ha sempre il dono della luccicanza e grazie ai suoi poteri aiuta i vecchi di una casa di riposo a trapassare con l'aiuto di un gatto che prevede il futuro. Tutti lo chiamano Dottor Sonno e lui, dopo aver lottato contro l'alcol grazie agli Alcolisti Anonimi, cerca di ricostruirsi una vita in una piccola città del New Hampshire, dopo aver vagato per molti anni senza una meta precisa. 
Sul suo cammino incontra una bambina di nome Abra Stone che possiede come lui il dono della luccicanza, ma mille volte più potente e abbagliante del suo. 
Sarà lei a risvegliare i demoni mai del tutto sopiti del suo passato e a spingerlo, con pressanti richieste di aiuto, a intraprendere una guerra dagli esiti incerti contro il Vero Nodo, un clan di vampiri che girano per l'America con i loro camper e invece di succhiare sangue si nutrono di "vapore", ovvero dell'essenza impalpabile della luccicanza posseduta da Dan, Abra e altri umani inconsapevoli delle loro doti.
L'idea può sembrare un po' stramba e io stesso ho storto la bocca quando ho letto le prime anticipazioni sulla rete, ma addentrandomi tra le pagine, ho ammirato ancora una volta la grande capacità di King nella costruzione di trame inverosimili che si reggono da sole. 
Ci sono due scene memorabili: il risveglio di Dan in una stanza squallida con una donna strafatta di droga e l'apparizione del suo bambino con il pannolino pieno di merda (un ricordo che tormenterà Dan per molti anni) e l'omicidio del ragazzo del baseball rivisto da Abra semplicemente toccando l'immagine del ragazzo su un cartone di latte dove sono stampate le foto di bambini e adolescenti scomparsi nel nulla.
Il finale mi ha convinto meno del percorso intrapreso per arrivarci (cosa che mi è capitata spesso con KIng). Ho avuto l'impressione che la lotta con il Vero Nodo si risolvesse troppo facilmente e senza pagare un doveroso tributo di sangue. 
Chi pensavo morisse non è morto. 
Quindi, o sono sadico io, o si è addolcito King. 
Non ci sono scuse che tengano.


Ho rintracciato Stephen King nel Maine grazie a un amico in comune che insegna italiano sulle rive di Portland e gli ho fatto 10 domande.

1- Mr King, come risponde a chi crede ancora che Jack Torrance è morto congelato nel parco dell'Overlook Hotel?

Mi limito a girarmi i pollici in attesa di una nuova domanda... possibilmente più intelligente della precedente.

2 - Ha mai tentennato davanti a un'impresa così impegnativa come scrivere il seguito di Shining?

Ho superato prove molto più difficili. Adesso che pranzo e ceno senza problemi e non mi devo spaccare la schiena in una lavanderia industriale... tutto è relativo.

3 - Quale consiglio darebbe a un aspirante scrittore?

Il talento non si alimenta con il whisky. 

4 - Progetti futuri?

Qualche fantasma lo trovo sempre se cerco bene nel baule dei ricordi.

5 - Sua moglie cosa dice di lei?

Si lamenta soltanto quando mi dimentico di mangiare.

6 - Tutti scrivono nella sua famiglia... c'è mai stata rivalità tra di voi?

La stessa che può scattare in una famiglia di meccanici. Chi pulisce meglio il carburatore?

7 - Ha mai pensato di avere un guizzo di Luccicanza?

No, purtroppo. Avrei faticato meno.

8 - Come riesce a scrivere così tanto?

Ho pochi hobby.

9 - La cosa che la spaventa di più? 

I clown e i bassotti.

10 - Ma lei è davvero lei?

Crederlo non costa nulla, no?

lunedì 31 marzo 2014

VACANZA IN AMMOLLO


L'idea di andare alle Terme - a dire il vero di tornare sul luogo del delitto - mi girava da tempo nella testa, poi, grazie a due amici. Stefano e Graziano, che hanno vinto un soggiorno termale con i punti di Nonna Isa - io ho vinto un'insalatiera... GULP! - ho preso la decisione da così tanto tempo rimandata: si prenota e si parte. E così io, Giammy, i due culoni baciati da Nonna Isa e Antonio, siamo partiti verso le terme di Fordongianus una bella mattina di sole - venerdì 28 - con le nostre valigie e i nostri buoni propositi di non fare un'emerita cippa per i 3 giorni successivi. 

Ps: incredibile... ci siamo riusciti benissimo!

Siamo arrivati alle 15 di venerdì. Il tempo di registrarci al ricevimento, di prendere possesso delle nostre camere vista parcheggio (il pacchetto più economico) e ci siamo infilati il costume, abbiamo indossato l'accappatoio lager (che rende tutti uguali eliminando forme, rotondità e muscoli) e siamo scesi ciabattando verso le piscine termali. Aperta la porta il vapore ci ha stasato i pori della pelle e allontanato per sempre i punti neri e l'espressione fiacca di chi ha troppo stress da lavoro da smaltire dalla faccia. Siamo andati alla ricerca di un lettino dove appoggiare le nostre cose; trovato un angolo libero, abbiamo sfilato l'accappatoio e indomiti siamo andati alla conquista della prima vasca, quella interna, per prendere confidenza con la temperatura e l'ambiente. Io, graziato dalla natura, ero l'unico che non dovevo indossare la cuffia - un altro elemento di livellazione estetica che rende tutti simili e annienta le differenze - e potevo immergermi senza problemi (capitava che qualcuno si dimenticasse la cuffia e venisse subito rimproverato dal bagnino o avvisato da un altro bagnante). Che dire? Il primo impatto è sempre sconvolgente: una vasca calda che sbuca all'esterno in un giardino, dove nuotare, galleggiare, parlare, dormire, esercitare i muscoli fiacchi con l'acqua-gym due volte al giorno, è un mondo a parte dove i bambini si scatenano con una goduria particolare. Io ho seguito solo una lezione di ginnastica acquatica. Provate a muovere gambe e braccia a ritmo di musica in ammollo per un'ora buona e poi mi dite se è facile o meno. Il sabato ho preferito fare il percorso della SPA con le saune, le docce emozionali, la sala relax con le tisane, l'idromassaggio... uno di mattina e uno di pomeriggio, con alcuni pro e contro. 
I pro: il piacere della sauna umida per abituarti al calore, la bellezza del bagno turco che sale a 70 gradi e ti fa sentire da Dio, lo shock della caverna termica che arriva a 90 gradi e ti toglie il respiro (ho resistito 5 minuti), la goduria delle docce emozionali che rifaresti mille volte, la sauna finlandese dove può capitare di fare delle piacevoli chiacchierate, l'idromassaggio che hai sempre sognato a casa, la sala relax con delle tisane calde che ti rilassano ulteriormente... per un angolo di pace tutto per te.
I contro: tutto quello che ho raccontato rovinato da delle persone incivili che nelle saune urlano, schiamazzano e non rispettano gli spazi di chi vorrebbe rilassarsi senza chiacchiere stupide da supermercato - mi sono evitato commenti e reazioni o ci sarebbe scappato il morto- e una combriccola di allegre fanciulle che pensavano di aver incollato i propri deretani all'idromassaggio da qui all'eternità. Anche in questo caso mi sono trattenuto dal rispondere quando, fregandosene di chi aspettava la fine del loro ennesimo ciclo, hanno premuto di nuovo il pulsante con la scusa che una delle 4 oche era entrata a ciclo iniziato. A quel punto è partito Giammy che le ha fatto lavaggio, stiratura, permanente in due soli minuti. Piccolo ma determinato quando ci si mette il nostro Giammy! Quando abbiamo finalmente sbloccato la situazione, gli altri ospiti in attesa hanno acceso i ceri alla Madonna della Sauna e la responsabile che seguiva il centro benessere ci ha ringraziato in aramaico antico. 

Però, a parte questi piccoli incidenti, siamo stati bene. Ho dimenticato persino la mia dieta e ho mangiato concedendomi anche la pasta con il sugo di lepre - a pranzo - e con le vongole . a cena - e una fetta di torta a colazione. Mi sono evitato il pane e gli alcolici. Mangiare tutti insieme è sempre divertente e con le storielle assurde di Stefano c'era sempre qualcosa per cui ridere. Be', molto materiale ce lo fornivano anche gli altri ospiti seduti intorno a noi. Da un tipo sui 60 anni che sembrava uscito da una puntata di "Starsky e Hutch" e il suo amante adolescente con i capelli colorati di un improbabile color melanzana, alla coppia depressa che non parlava e fissava soltanto il nostro tavolo, ai due vedovi che cercavano una finlandese nella sauna finlandese (gli è andata male!).

Un altro aspetto interessante è che non sai mai chi puoi trovare alle terme. Io, dopo anni che non lo vedevo, ho incontrato un amico di Cagliari che il venerdì pomeriggio, in ammollo, non avevo notato: quando dico che le cuffie rendono tutti simili non scherzo. Ci siamo riconosciuti all'ora di cena e fare amicizia con il suo gruppo è stato divertente. Il sabato abbiamo fatto lunghe chiacchierate nella piscina esterna parlando di tutto e di più... vecchie conoscenze, libri, cinema, Ikea (incredibile ma vero) locali e aggiornamenti vari sulle nostre vite. 
Una cosa che ho notato è che nell'acqua delle terme le unghie crescono più del normale: una settimana di vacanza e mi sarei trasformato in Wolverine. Un'altra cosa curiosa è la mancanza di uccelli. Questa cosa me l'ha fatta notare Graziano: "Carlo, ma hai notato che non ci sono uccelli? Non ne ho visto neppure uno da quando siamo arrivati... secondo me li ammazzano per impedirgli di volare sulle piscine e scagazzare l'acqua termale!" 
E io - ridendo: "Mi vuoi dire che c'è un cecchino sul tetto che spara a tutti i pennuti che passano nella no-fly-zone?"
E lui: "Mica è normale che non passi nessun uccello in cielo?"
E io: "L'idea del cecchino mi piace molto... ma anche quella di una barriera di energia che li frigge con una scossa elettrica..."
E Antonio interviene dicendo: "Voi pensavate che fosse lepre quella nel ragù dell'altro giorno... e invece..."
Altra risata generale. Ok, il caldo prolungato riduce il cervello in pappa.

Altre curiosità. 
I corridoi molto alla Overlook Hotel... con una spruzzatina di Kubrick.
I bagnanti che scopano in pieno giorno nella vasca esterna e rischiano il linciaggio di un padre di famiglia che deve allontanare i figli per evitargli spiacevoli spettacoli. 
Il cameriere gay segnalato dal Grindr di un amico di Cagliari - un'applicazione del telefonino che individua i gay presenti in zona - che però aveva finito il turno e non poteva fermarmi oltre...
Il personale che ruota di continuo e trovi prima al bar, poi nella sala ristorante, poi di nuovo durante il servizio bar sul bordo piscina... insomma, alla fine li chiamavi per nome e potevi dire di sentirti a casa. 
Gli sguardi e gli ammiccamenti... tutto uno spettacolo di cose inespresse e cose non dette. Molti maritini e fidanzatini apparivano un po' confusi... colpa dei vapori termali.
L'operatore con le sopracciglia ad ala di gabbiano che ha fatto i fanghi a Stefano toccandolo tutto con una perizia invidiabile. 

Mi sono divertito?
Sì... eccome!

Ci vorrebbe più spazio per le pause. 
Voi cosa ne dite?

giovedì 27 marzo 2014

CAREZZE IMPOSSIBILI


Ormai è da un po' di tempo che mi chiedo se questo blog abbia ancora un senso. Rispetto al passato scrivo molto meno - qualcuno urlerà in coro: E MENO MALE! - e cerco di capire dove voglio andare a parare con un progetto che è nato quasi per gioco e lentamente si è trasformato in un blob non meglio identificato. 
In fondo non è uno spazio di critica letteraria - le mie recensioni seguono l'umore di un lettore onnivoro e spesso bulimico - e non è strettamente neanche la pagina di un autore. Con un solo libro pubblicato di cosa vogliamo parlare? 
Finita l'onda delle presentazioni, la sorpresa e l'eccitazione di amici e parenti, le telefonate di librai e organizzazioni culturali, posso solo parlare della delusione del dopo... delle cose che non funzionano... dei tasselli che non s'incastrano come vorresti nella tua mente iperattiva. 
Non è un diario personale nel senso stretto del termine: scrivo di me, ma lo faccio senza scendere mai troppo sul personale, rimanendo sempre mezzo metro dal suolo... rasoterra. Non è neanche un blog di critica sociale, non è una vetrina sulla moda, uno specchio sul mondo della TV, un occhio aperto sul cinema, un quaderno dove infilare racconti e disegni... parlo di tutto e lo faccio senza impostare uno schema prestabilito. 
Per questo e altri mille motivi mi chiedo cosa cerchino qui dentro le anime buone che ci passano o ci inciampano per puro caso, quelle che ci arrivano per collegamenti insondabili.
C'è il lavoro in ristorante... il progetto del carcere... il sogno di venire letto e capito... le bottiglie abbandonate alla generosità della corrente... le risposte che non arrivano... la testardaggine... la rabbia e la voglia di farvi vedere chi sono... c'è tutto e il contrario di tutto.
Mi bruciano le mani... vorrei prendere a pugni il mondo.

Tutti in cerca di carezze impossibili.

sabato 22 marzo 2014

SINTONIA

Sintonizzarsi sulle frequenze della realtà non è un'impresa semplice.
C'è sempre qualche interferenza, un cono d'ombra, un black-out che ti manda in tilt le sinapsi; da una parte ci sei tu, che vorresti fare, creare, immaginare... e dall'altra si agita il fantasma della consapevolezza che ti ricorda tutti i limiti che ostacoleranno il tuo cammino.

Sei matto?
Scherzi o parli sul serio?
Chi te lo fa fare?
Trovati un hobby meno faticoso e dispendioso.
Vuoi ancora dormire la notte?

Lo so.
So tutto.
Fare, creare, immaginare è complicato.
Le frequenze sono intasate.
E allora?
E allora più avanti, forse, mi dirò... ok, ci ho perso sonno, sogni e speranze... ma almeno c'ho provato.

Work in progress.

lunedì 17 marzo 2014

IL PESO DEL TEMPO


Le lezioni di scrittura in carcere continuano. 
Il romanzo cresce e a volte mi sembra quasi impossibile che tante teste, tante mani, tante sensibilità siano riuscite, in questi lunghi mesi invernali, ad armonizzarsi per convogliare tutte queste belle energie verso uno scopo comune. 
L'appuntamento è diventato immancabile anche per noi che arriviamo dal "mondo di fuori", non soltanto per i ragazzi che si muovono nel "mondo di dentro". 
Quanto arriviamo nella zona delle aule scolastiche, e vediamo attraverso i vetri delle porte diversi detenuti piegati sui libri, intenti a preparare degli esami universitari, ci sentiamo catapultati all'improvviso in una dimensione diversa dove il valore del tempo assume un'importanza vitale. 
Per questi uomini, il tempo, pesa tantissimo e un secondo recuperato è un secondo prezioso da investire per un futuro lontano e incerto. 
C'è voglia di crescere, di capire, d'imparare per diventare altro. 
Il passato pesa. Le colpe pure. Inutile negarlo. 
Famiglie spezzate. Affetti congelati. Figli dispersi. Mogli sognate e mitizzate. 
Quando ci stringono la mano, quando ci abbracciano e ci baciano, chiedendoci "come va?"... questo ci fa capire il senso del nostro stare lì con loro. Si condivide uno spazio, un tempo e un progetto. Guardando le loro facce, i loro gesti, i loro silenzi... mi si aprono mille mondi e mi viene una voglia irrefrenabile di raccontarle una per una quelle storie dimenticate. 

Oggi si sono aggiunti alla classe due nuovi alunni. Uno, seduto su una sedia a rotelle, è arrivato con un sacco nero della mondezza e si è posizionato in fondo all'aula. Ascoltava, interveniva e continuava a prendere dal sacco dei pezzi di cibo che mangiava senza sosta. L'altro, sorreggendosi su una stampella, si limitava ad ascoltare lo scambio di pareri tra i vari partecipanti al corso, seduto in uno dei banchi vicino a Massimiliano 2, un elemento che apprezzo sempre di più per la sua grande capacità narrativa, pari soltanto a quella di Pino, uno dei pochi detenuti di origine sarda. Questo pomeriggio abbiamo ricevuto anche la visita di un film-maker che vorrebbe realizzare un documentario sui tanti progetti educatici che si svolgono nel carcere. Dopo aver ricevuto il permesso da parte di tutti i presenti per girare delle immagini, abbiamo continuato la nostra lezione con un occhio elettronico che ci spiava e registrava le nostre parole e i nostri spunti narrativi.

Tra non molto dovrò abbandonare provvisoriamente il progetto per motivi di lavoro e per sette lunghi mesi non potrò esserci come vorrei. Li seguirò a distanza, ma so già che mi mancheranno i sorrisi di Raffaele e Daniele, le manate sulla spalla di Massimiliano 2, le domande del Principe, le omelie di Enrico, gli occhi furbi di Mario, le polemiche di Carmelo, gli interventi di Ciro e Bastianino, i mezzi silenzi di Pino... 

Vorrei continuare... ma il volontariato non mi permette di pagare le bollette, il mutuo e la rata della macchina... 

Vivere di scrittura è un sogno - per ora - lontanissimo. 

giovedì 13 marzo 2014

SILENZI INVERNALI E SPLENDORI ESTIVI

Questo breve racconto mi è stato commissionato per un librone fotografico sulle città di mare del Nord Sardegna. All'inizio non sapevo davvero cosa inventarmi per parlare di Alghero, poi, ho provato a immaginare cosa succederebbe se partissi lontano - Londra? Parigi? Roma? - e ritornassi dopo anni nella città che mi accoglie tra le sue braccia e i suoi vicoli da ben 13 anni. In un'ora ho scritto queste poche righe che si muovono tra un reportage intimo e un volo sulle mura e i tetti del ricordo, La nostalgia di quello che non c'è più o c'è solo dentro la memoria. Passi, squarci, attimi, sorrisi... un preludio - o un epilogo - di un qualcosa che si muove da tempo dentro di me.
Buona lettura.

SILENZI INVERNALI E SPLENDORI ESTIVI

Ritornare ad Alghero è un po’ come rinascere per chi ci ha vissuto tanti anni. Camminare per le strade del centro storico, con le placche di ceramica che mi ricordano i nomi catalani delle vie, mi aiuta a tracciare una mappa della memoria che si arricchisce a ogni passo di odori e sensazioni. Tutto è rimasto sepolto dentro di me e ora, naufrago senza bussola, osservo risalire pezzi di vita che credevo perduti per sempre.
Annuso l’odore delle mura sfarinate dalle carezze del tempo e cerco di non farmi intimorire dalla pressione dei ciottoli contro la suola delle scarpe. Le case, assiepate le une alle altre come comari pettegole, mi accompagnano nel mio pellegrinare e mi inducono, con un sussurro di persiane, a fermarmi davanti alla chiesa di San Francesco. Ricordo il chiostro con i suoi archi e le sue sedie in fila, e ricordo gli attori e la musica che ho ascoltato con la testa leggera, una mano sulla spalla di un amico, catturati da un sogno che profumava d’estate e di belle parole. E io mi ci perdo ancora nell’evocazione di quei fantasmi e quasi mi inchino davanti al saio di un frate che mi passa accanto e mi sorride. Il suo volto è sconosciuto e nella linea del suo naso riconosco la bellezza mediterranea di un pescatore che ho incontrato in Marocco.
Strani collegamenti. Una serie infinita di connessioni che mi portano altrove per ricondurmi sempre qui.
Inseguo per un po’ il frate e dopo qualche svolta lo lascio andare per la sua strada: un nuovo quadro si è aperto davanti ai miei occhi incantati. La torre di Sulis, il mare in tempesta, il richiamo dei gabbiani. C’è vento e quel maestrale possente mi agita le pupille e le labbra. Ho voglia di parlare con qualcuno, di fermare uno dei tanti turisti soltanto per chiedergli da dove viene e offrirgli con quella scusa un caffè. Osservo dei ragazzi che suonano la chitarra a ridosso di un muro e dei vecchietti che parlano in circolo di qualcosa che mi sfugge. Mi incammino lungo le mura antiche, i Bastioni, e mi lascio graffiare dalla sabbia africana. I tramonti, qui, sono qualcosa di molto diverso da tutto quello che ho visto altrove. Il promontorio di Capo Caccia, acquattato sull’orizzonte come una bestia a caccia di prede, e le nuvole basse, che versano il rosso sangue della sera sul telo limpido del cielo, sono la rappresentazione fragile e violenta della bellezza di questa città. Una città di alghe e tramonti. Una città di pesca e corallo. Una città di silenzi invernali e di splendori estivi. Una città che puoi toccare con la punta delle dita e se ti distendi nudo su di lei la puoi abbracciare e quasi sentire il peso della sua storia contro il petto. Mi fermo davanti all’insegna di un ristorante e leggo: “Oggi spaghetti con bogamarì”. Quante volte ho gustato questa prelibatezza? E quante volte ho mangiato l’aragosta alla catalana? E il manjar blanc? E il pesce pescato dalle reti dei pescherecci che partono dal porto e rientrano alle prime ore del mattino? E quante volte ho aspettato l’alba nelle spiagge di Maria Pia, del Lazzaretto, delle Bombarde? Un cameriere mi osserva da dietro un vetro e mi sorride. Alghero, a novembre, rallenta il suo ritmo dopo la frenesia estiva e chi vuole godersi la bellezza di questi posti, con l’arrivo del freddo, trova pace e silenzio. C’è una stagione giusta per tutti. Per i giovani, per gli sposini, per le coppie in pensione, per le famiglie… chi visita Alghero viene stregato dal labirinto delle sue vie e un pezzo di cuore rimane imprigionato tra le sabbie e i coralli. Quanti stranieri hanno comprato casa qui? Con Ryanair le distanze si sono accorciate e i costi ridimensionati. Si parte da Londra per un week-end e si arriva in un attimo. Tutto è più semplice e il mondo si può infilare in una tasca. Ma questo non basta, e no… l’ho imparato sulla mia pelle che non è sufficiente pagare un biglietto pochi euro per capire un luogo dove non siamo mai stati. Quando si sbarca dall’aereo dobbiamo dimenticarci da dove arriviamo e chi siamo. Dobbiamo dimenticarci il nostro nome e le nostre abitudini; prendere un bel respiro, aprire gli occhi e lasciarci invadere dal nuovo “pianeta”.
Saluto il cameriere e procedo con la mia immersione nei fondali smeraldini del ricordo. Arrivo al porto e vedo un’insegna che dice “Pescheria di San Telmo”. Un altro collegamento si accende nella mia testa: Buenos Aires e il quartiere degli artisti. Ho dormito in Calle Bolivar e ho mangiato in Calle Defensa. Ho guardato i tangheri danzare in Plaza Dorrego. Ho bevuto la cerveza ghiacciata a Natale e ho mangiato la carne argentina da una griglia immensa. Altri sorrisi, altri mondi che trovo anche qui, per le strade di questa città affacciata sul mare, con lo sguardo verso Gibilterra, verso l’oceano. Proseguo lungo la nuova passeggiata Barcellona che ha permesso alla città di allungarsi sul mare e di ampliare gli spazi per i turisti e gli algheresi. Ci sono le barche, i chioschi che vendono gelati e souvenir, ci sono i turisti che si spostano in bicicletta sulla pista ciclabile e i runners che corrono controvento.  E io mi lascio trasportate dai ricordi.
Perché sono andato via? Ho inseguito un sogno impossibile? Ho cercato altrove un angolo che mi accogliesse con la stessa generosità?
Mi siedo su una panchina di legno e con le braccia e gli occhi aperti attendo il tramonto: un bagno di sangue e poesia che si stempera nel silenzio rotto solo dal ronfare delle macchine e dal richiamo dei gabbiani che attendono voraci il ritorno dei pescherecci in cerchi sempre più stretti.
Un turista tedesco si ferma con i pattini a rotelle vicino alla panchina dove mi sono seduto per ammirare lo spettacolo del cielo, e con un grande sorriso mi chiede: «Lei da dove viene?»
Lo guardo, sorrido anche io, e prima di rispondere ripeto la stessa domanda dentro la mia testa.
“Io da dove vengo?”
«Da qui!» rispondo, ancora prima di capire davvero cosa è giusto rispondere.
Il turista tedesco mi si siede accanto sulla panchina di legno e stringendomi la mano mi dice il suo nome e la sua città d’origine.
“Da qui”, penso ancora, confuso e sorpreso dalla semplicità di quella risposta, mentre lui si slaccia il casco e libera i lunghi capelli biondi nella luce dorata del tramonto.
Da qui.


Un grazie speciale a Giovanni Gelsomino... un uomo generoso.

domenica 9 marzo 2014

VIAKAL


Si può partire con una storia da un titolo?
Uno sparo nella testa che ti rincula immagini e un sapore amaro di piombo...?
Si può?


La tv trasmette il nuovo inno nazionale e io, con la croce muta, ascolto il lamento di un cantante senza molta gloria
Mi curo e mi purifico
Parole... il coraggio delle parole
parole nude

Ho la bocca sporca di rosso... ho morso l'odio e la paura
E quel titolo galleggia su onde di viakal