martedì 14 maggio 2013

CONSIGLI DA SCRITTORE


Ieri, durante la lezione d'inglese, ho scoperto che Andrew, il mio professore, ama scrivere. La cosa è saltata fuori così, per puro caso, quando gli ho chiesto se per lavoro traduceva anche romanzi e racconti. Mi ha risposto di sì e subito dopo ha aggiunto che un anno fa gli era saltato in testa il pallino di tradurre il romanzo SARDINIA BLUES di Flavio Soriga per puro diletto. Poi, leggendolo, lo ha trovato una brutta copia dello stile di Kerouac e ha lasciato perdere. O per meglio dire: sembrava la copia di una traduzione fatta male del testo di Kerouac. Sono rimasto sorpreso dalla sua dichiarazione perché ho amato molto quel romanzo e lo trovo ancora il più bello scritto da Soriga. 

La sera, durante la battuta in ristorante, mentre sbrigavo le bevande di alcuni tavoli, ho visto la mia "capa" dire a qualcuno che non c'era posto... sbircio oltre il muro e chi ti vedo? Flavio Soriga con una ragazza che chiede un tavolo senza prenotazione e, appunto, riceve una risposta negativa. Lo vedo uscire con il suo look inconfondibile e per una frazione di secondo non ci scambiamo neanche mezzo sguardo. 
Subito dopo la Capa mi fa: "Hai visto Soriga? Ogni volta passa senza prenotare e ogni volta non trova posto... ha un karma molto positivo."

La notte, stanco dalla lunga serata, chi sogno? Su, dài, è facile... ma Soriga, no?
Nel mio sogno mi fa una lezione sul mestiere di scrittore: "Io mi vesto e mi pettino così solo per lavoro. E' una specie di travestimento. Nella vita normale vesto in modo del tutto diverso. Più casual. Jeans e t-shirt. Ma quando faccio lo scrittore, quando esce un libro, quando vado ospite in televisione... be', allora, mi travesto da Soriga Scrittore Sardo!"
Nel sogno ascoltavo inebetito le sue parole e prendevo appunti mentali... non so bene perché... ma se Soriga ti dice qualcosa, che fai, non ascolti?

sabato 11 maggio 2013

STELLE E STRISCE


Ieri sono riuscito a incontrare dopo quasi un anno il mio amico "americano".
Scrivo americano tra virgolette perché in realtà è sardissimo, ma vive in America con suo marito e le loro due figlie. E' venuto in Italia per una breve vacanza e ha cercato di vedere più amici e parenti possibili prima della partenza. Tutte le volte è un tour e io mi sono goduto fino all'ultimo minuto delle due ore che abbiamo passato insieme, passeggiando per Alghero, sotto un sole estivo che ci ha colti di sorpresa. 
Ci siamo seduti in un tavolino di un bar sulle antiche mura della città, e sorseggiando una Coca ghiacciata abbiamo parlato un po' di noi, ammirando il mare e il promontorio di Capo Caccia in lontananza.
Sogni, desideri, progetti, aspirazioni... cosa tutto non è passato sulle nostre lingue in quelle due ore?

Vorrei dire di avere tutto sotto controllo... ma non è così.
Mi manca il tempo da dedicare alla scrittura. 
Se non scrivo sto male.
Se non creo sto male.
Se non invento storie sto male.
Se non assecondo il mio mondo interiore cosa vivo a fare?
Sandro mi ha capito benissimo: anche lui amante della scrittura (ha pubblicato un romanzo con Fazi), con le bambine e il lavoro di insegnante, non riesce più a concentrarsi per portare avanti tutte le idee che gli si agitano come vermi dentro la testa. 

La verità è che il nuovo lavoro (tanto per cambiare) mi prende troppe ore al giorno... per questo voglio capire meglio cosa desidero davvero.
Aspetterò qualche mese e vedrò un po' cosa fare della mia vita.
L'idea di partire per l'America non sarebbe male. 
Portland mi aspetta... ho una camera con un letto matrimoniale e un caminetto acceso. L'Atlantico fuori dalla finestra e le aragoste e i granchi più grandi che possa immaginare. 

Un sogno a stelle e strisce... poche stelle... e molte strisce. 

giovedì 9 maggio 2013

CUORE ROCK


La mia nipotina Bubba ha deciso che da grande fonderà una rock band con la sua amica del cuore.
Mia sorella, assecondando la sua passione per il canto, ha pensato di iscriverla a un corso di canto dove può esprimersi e conoscere altri bambini.
"L'ho iscritta in piscina... ma entra in vasca da sola e alla fine della lezione esce dalla vasca e non fa amicizia con nessuno. Tutti presi a nuotare e a fare esercizi. Vorrei farle fare qualcosa di più interattivo."
"Mi sembra un'ottima idea... ha quasi sei anni e i suoi gusti iniziano a definirsi", ho risposto io.
"Questi bambini stanno troppo da soli... o troppo con gli adulti."
"Già!"
"E allora che aspetti?"
"Sondo il terreno."
"Lei non è convinta?"
"Sì, è convinta... ma dice che ci va solo se le fanno cantare le sue canzoni."

Adesso non so se Lou Reed e i Clash sono inseriti nel programma del corso di canto... ma chiedere al maestro non costa niente, no?

sabato 4 maggio 2013

ADESSO ARRIVA LA RAGAZZA


Dopo tanto tempo torno a postare un mio racconto.
Questa volta ho scelto una storia dai toni forti... pensata nel 2006 e portata alla luce in questo strano 2013. 
L'idea mi esplose in testa visitando una mostra di pittura. 
Cosa c'entra la pittura con il racconto? Niente. Ma le vie percorse dalla mia mente sono davvero imprevedibili. 
Buona lettura.

ADESSO ARRIVA LA RAGAZZA

di Carlo Deffenu

Monica tremava ancora quando lavò le forbici sotto il getto dell’acqua nel lavandino del bagno. Il sangue scorreva lungo le dita diluito in un rosa pallido e spariva in un rapido vortice nel buco dello scarico con uno strano risucchio, simile al suono di una gola catarrosa che cerca di prendere aria.
Le lampadine intorno allo specchio illuminavano una donna in sottoveste, con i capelli incollati alla testa e il volto stravolto dal dolore. Piccole macchie rosse costellavano le braccia e la pelle del viso, germogliando come corolle sulla seta della sottoveste.
Nella grande casa regnava il silenzio. Monica aveva calcolato tutte le mosse nei minimi particolari. Niente era stato lasciato al caso. I domestici godevano di un permesso speciale per partecipare al matrimonio della figlia della cuoca: sarebbero rientrati in servizio solo per la colazione del giorno dopo. Ma a quel punto il lavoro sarebbe stato portato a termine come si conviene a una donna di parola. La sua parola.
Era certa che dopo quel piano progettato con tanta cura la sua vita si sarebbe ribaltata senza darle nemmeno il tempo di dire un semplice bah!
Ma quando la testa batte e non lascia spazio alla ragione, puoi solo assecondare quel ritmo ossessivo, martellante.
Si sfilò la sottoveste macchiata. Aprì l’acqua calda della doccia e sparì sotto il vapore con un senso di sollievo e pace che la riportò indietro nel tempo. Rivide il bagno con le mattonelle azzurre nella casa dei suoi genitori, e risentì la voce di sua madre cantare le canzoni trasmesse dalla radio mentre sfregava con una spugna ruvida le schiene delle sue sorelle. Ricordava i piccoli piedi con le dita grassocce uscire dal pelo schiumoso dell’acqua, la pelle scivolosa, le piante rugose che cercavano i piedi dell’altra per simulare il movimento della bicicletta, l’acqua che passava velocemente dall'azzurro della vasca al colore indistinto di una pozzanghera, con i residui di sapone che si depositavano sui bordi di ceramica in un lento rollio di piccole onde senza futuro.
L’acqua purificava, portava via i sensi di colpa, lo sporco, il dolore.
Monica lo sapeva bene. Era sempre stata l’acqua la sua fonte benedetta. La sua fonte di energia nascosta.
Uscì dalla doccia sempre più decisa a finire quello che aveva iniziato. S’infilò l’accappatoio ed entrò in camera da letto.
Federico Melas, il grande cardio-chirurgo, era legato alla sedia con la bocca spalancata in una voragine di sangue, e la lingua, tagliata di netto, era stata adagiata sopra il suo piccolo verme traditore.
Ora, quella lingua maledetta, non avrebbe più raccontato bugie.
Monica aspettava paziente l’arrivo della ragazza.
Era stata lei a organizzare il finto appuntamento con l’aiuto di internet e fremeva dalla voglia di vedere l’espressione della puttanella davanti allo spettacolo di un uomo che non ha neanche più una lingua per gridare “aiuto”.
Era stata brava a scoprire la password.
Certo, suo marito non aveva brillato per originalità e acutezza: si può usare come codice segreto il nome della tua barca di tredici metri, quando tutti sanno, compresa tua moglie, che ami quella barca più della tua legittima consorte?
Monica era entrata nella casella postale del marito ed era riuscita a leggere in ordine cronologico tutte le e-mail che l’uomo si scambiava da mesi con la piccola zoccola di periferia.
Dove diavolo l’aveva trovata? In una chat erotica? Servendo hamburger e patatine in qualche fast-food? In un locale di lap-dance?
Leggendo quella serie infinita di e-mail che arrivavano a ritroso fino al mese di maggio dell’anno precedente, Monica aveva scoperto ogni cosa: il luogo degli incontri, i giorni esatti concordati per gli appuntamenti clandestini, l’intimità delle parole che cresceva con il passare dei mesi, le confidenze, i progetti, i sogni ostacolati da una moglie troppo invadente.
Quella mattina aveva scritto una e-mail alla ragazza fingendosi Federico. Nel messaggio scriveva semplicemente che quella sera, dopo tanto tempo, si sarebbero incontrati finalmente a casa sua – niente hotel, nascondigli, sotterfugi, macchine nascoste nella boscaglia – , sua moglie era partita per un breve viaggio con le amiche del circolo di giardinaggio e i domestici si erano guadagnati una giornata libera per “buona condotta”.
La ragazza aveva risposto: “Arrivo alle nove”.
Tutto qui. Arrivo alle nove. Nessun fronzolo, nessun sentimentalismo.
“Quello che c’era da dire era stato già detto” pensò Monica, mentre s’infilava la divisa da cameriera, complimentandosi con se stessa per aver perso cinque chili in un solo mese.
Federico mugugnò una parola che non avrebbe più avuto una forma se non nella sua mente. Alzò la testa staccando il mento dal petto e uno schiocco della pelle incollata dal sangue rappreso fece voltare Monica mentre finiva di abbottonare la camicetta bianca.
«Sei sveglio, amore?» chiese Monica, sorridendo come un lupo pronto ad azzannare una preda indifesa. «Sono certa che per te questo sarà un grande giorno, che dici? Non ti sembra un grande giorno? Come mi trovi?» chiese, ruotando su se stessa, «Non pensi che mi cada a pennello?»
Federico la guardò con uno sguardo ancora offuscato dall’incoscienza. Il sonnifero in dose massiccia aveva fatto il suo effetto. Vedeva sua moglie vestita con la divisa della cameriera e non capiva bene cosa stesse succedendo. Sentiva la lingua impastata di saliva dentro la bocca e un sapore di ferro che lo nauseava. Mosse le braccia e si accorse di non riuscire a spostarle più di qualche millimetro. Guardò verso il basso e vide che le braccia ruotavano dietro la schiena e lì finivano per restare bloccate da qualcosa di stretto e duro. Provò con le gambe e anche quelle restarono immobili, inchiodate alla sedia da legacci che non riusciva a vedere. Era nudo. Nudo come un verme. Vide il suo pene rintanato tra le cosce pelose e vicino alla sua palla sinistra un pezzo di carne rossa che macchiava di rosso il pene, la pancia e le gambe.
Cosa diavolo era quella cosa morta e sanguinolenta sulla sua coscia?
Alzò la testa per fissare la moglie che ruotava nella stanza come in certi spot televisivi che reclamizzano i fermenti lattici e con un grande sforzo di volontà provò a chiedere una spiegazione. La fitta di dolore che dalla bocca s’irradiò per tutto il corpo fu una scarica elettrica di incredibile intensità. Ma nulla, nulla, fu paragonabile alla sensazione di quella parola che moriva nella sua testa, senza uscire sotto forma di suoni dalla sua bocca contorta per lo sforzo e il dolore.
«Non ci provare, amore! Hai finito di mentire» disse Monica, avvicinandosi al marito.
Facendo il segno delle forbici con le dita simulò l’amputazione della lingua davanti alla sua faccia.
Federico spalancò gli occhi colpito da un’onda di consapevolezza che lo sommerse.
Provò a urlare ma l’urlo rimase prigioniero in gola.

*

«Adesso arriva la ragazza» lo informò Monica, preparandosi un Martini con i movimenti lenti e rilassati di una persona che non ha più niente da perdere. Aveva messo sul giradischi la colonna sonora di “Betty Blue”: un film che aveva visto un numero infinito di volte negli ultimi anni. Il vinile ruotava con un leggero fruscio sul piatto e la musica si spandeva nella stanza con una limpidezza diversa.
La puntina tracciava i solchi e Monica ballava davanti al marito, seguendo l’evoluzione della melodia con piccoli passi di danza.
«Lei non sa nulla, poverina. Arriverà qui convinta di trovare il suo uomo eccitato e invece troverà me, la moglie anonima e noiosa. Così mi definivi quando parlavi con lei, vero? ANONIMA! Tutto posso sopportare meno che di essere definita “anonima”!»
Federico cercava di allentare i nodi delle corde, ma più ci provava più questi si chiudevano sulla sua pelle martoriata.
«Mi hai trattato come una nullità e questo io non lo sopporto. La mia vita sarà stata anche una merda, ma devo dire che tanta di quella merda che ho mangiato l’hai cacata dal buco del tuo culo… o forse non ricordi bene?»
Monica si avvicinò al marito e con la lingua leccò il sudore che imperlava la sua fronte pallida.
«Mmmmm…», protestò Federico, agitandosi sulla sedia, terrorizzato dallo sguardo folle di sua moglie.
«Se ti muovi così tanto cadrai, e io non ti rimetto di certo in piedi, bello mio! Quindi non rompere il cazzo e aspettiamo insieme la tua fica giovane, senza tanti casini per nessuno, okay?»
Federico la supplicò con lo sguardo, ma Monica non aveva più in funzione il traduttore degli sguardi per capire cosa volesse in quel momento da lei. La sua mente era tutta concentrata sull’arrivo imminente della ragazza.
Erano le 20 e 23 minuti.
«Ti chiederai se sono impazzita, vero?» domandò Monica, sedendosi sulla poltrona di fronte alla sedia, «… e non avresti tutti i torti a porti una domanda così intelligente. Ma vedi, caro il mio dottore del cazzo, non mi frega più nulla di quello che sarà di me dopo questa sera. Mi sono stancata di essere trattata come un oggetto senza valore da te e da tutti quelli come te. Ti sembrerà strano, ma io ti ho amato davvero. Anche dopo la storiaccia delle tangenti ho continuato a credere in te e nel nostro futuro. Ora, a cinquantasei anni, sono da rottamare? E no, caro il mio dottore del piffero, a me non mi butti via come una scarpa vecchia, hai capito?»
Federico era immobile, legato alla sedia e guardava sua moglie come si guarderebbe un mostro deforme.
«Ringrazia che non ti ho tagliato le palle e non te le ho infilate giù per la gola al posto delle tonsille. Ma sai, ho proprio voglia di vedere come la tua giovane troia te lo succhia per bene! Nelle e-mail mi sfottevi. Non sono capace di succhiare un pisello neanche dopo tanti anni di allenamento… davvero spiritoso! Avrei dovuto esercitarmi con il primo che passava, il primo che me lo sventolava davanti, ecco cosa avrei dovuto fare. E non perdere tempo con quella cosetta che ti ritrovi tra le gambe. Voglio proprio vedere come se la cava la troia… sempre che tu riesca a drizzare dopo tutto il sangue che hai perso. Non si finisce mai di imparare dal prossimo, non credi? Dopo la lezione di “pratica orale” deciderò se punire anche lei o lasciarla andare. Ma qualsiasi decisione prenderò voglio che tu veda tutto, bastardo traditore… tutto!»
Monica si alzò dalla poltrona e si diresse verso lo scrittoio. Aprì un cassetto e tirò fuori una pistola.
«Non guardarmi come se fossi matta da legare. Quello legato come un salame sei tu, mica io. Come? Non lo sapevi? Non sapevi neppure che la tua scialba mogliettina andava al poligono di tiro? Ma in fondo cosa diavolo sai di me? Un bel niente! Eri troppo preso dalle tue occupazioni extra-matrimoniali per pensare che io esistessi, vero? Bene, ora ho una pistola e la so usare. Con il coltello me la cavo da sempre. Un padre macellaio serve a qualcosa. Sapessi com’era bravo con i coltelli. Anche a raccontare bugie a dire il vero. In questo siete simili. Mia madre era bella. Bellissima. Ma a lui non importava di avere una donna innamorata che si prendeva cura di lui e della famiglia. Per soddisfare le sue voglie qualsiasi puttana andava bene. Mia madre si è ammazzata per quel porco. Un giorno sono rientrata da scuola e l’ho trovata dentro la vasca. Si era immersa vestita come si trovava, pantaloni e camicetta, lasciando cadere la radiolina accesa dentro l’acqua. Non mi sono accorta subito di quello che era accaduto. Vedevo solo un ciuffo di capelli e una mano reclinata sul bordo… come se la mia mamma dormisse. Avevo solo nove anni… sai cosa vuol dire? Nove anni…»
Monica si asciugò le lacrime che erano spuntate tra le ciglia e con un lungo sorso finì il bicchiere di Martini.
«Hai sempre pensato che mia madre fosse morta per una malattia incurabile e in un certo senso è vero… l’amore può trasformarsi in un male che ti mangia dentro…»
Monica si alzò per preparare un altro drink.
«Con me sarà tutto diverso. Non sarò io a crepare. Sono le 20 e 45. Il tempo di un ultimo Martini e poi la festa comincia.»

*

Quando Nina lesse l’e-mail quasi non riusciva a credere ai suoi occhi: un incontro nella grande villa dove Federico aveva sempre evitato di portarla?
Si era fermata qualche istante davanti al computer, con le dita sospese sulla tastiera, indecisa sulle parole da scrivere nell’e-mail di risposta. Alla fine aveva optato per un sintetico: «Arrivo alle nove.»
Il capo-ufficio gironzolava nei paraggi e non gradiva che durante le ore di lavoro le dipendenti perdessero tempo occupandosi di questioni personali. Nina pensava da diversi giorni al modo più indolore per dire a Federico che la loro relazione clandestina era arrivata al capolinea. Quell’invito inatteso poteva rivelarsi l’occasione ideale per mettere tutte le carte in gioco. Da un mese frequentava un ragazzo, un coetaneo incontrato a un concerto rock, e quella che era partita come una semplice scopata da sabato sera, si era trasformata in breve tempo in una passione incontrollabile.
Deliberatamente aveva saltato gli ultimi appuntamenti organizzati da Federico. Il bisogno di decodificare cosa stava succedendo nella sua testa dopo l’incontro con Sonny aveva la priorità su tutto il resto. Quando arrivò a capire quanto ci fosse caduta dentro tutta intera in quella storia, prese la decisione di chiudere con il passato nel modo più rapido e civile, stanca di un rapporto furtivo, ritagliato tra i molteplici impegni del famoso cardio-chirurgo.
Nelle ore che la separavano dalla fine del turno ci pensò spesso. Era curioso che l’ultimo incontro avvenisse proprio in quella villa dove le era sempre stato impedito di entrare. Il destino ha uno strano senso dell’umorismo, Nina lo sapeva: solo un mese prima scalpitava perché Federico si decidesse a lasciare la moglie, e ora, di quel sofferto desiderio, sembrava non rimanere altro che una manciata di polvere incolore.
Addio bello! Io continuo per la mia strada. Puoi tenerti la tua ricchezza infinita, la tua reputazione immacolata e la tua odiata mogliettina se questo è tutto quello che vuoi dalla tua vita meschina.
Nina salutò le colleghe con un “Ci vediamo domani” e prendendo la borsa e il cappotto usci dall’ufficio con un peso sul cuore che non vedeva l’ora di buttar via.
Sonny l’aspettava per le dieci. Avrebbero mangiato cinese ordinando al take-way e avrebbero guardato insieme l’ultimo capitolo di “Saw- L’enigmista”, spalmati sul divano.  Nina adorava i thriller e adorava fare l’amore dopo aver tremato per tutto il film abbracciata al corpo solido del suo ragazzo.
Sonny era dolce, non aveva nulla della rude violenza di Federico.
I suoi baci erano baci e le sue carezze erano carezze. Con Federico si aveva sempre l’impressione che i baci e le carezze fossero un dovuto corollario di gesti affettuosi per arrivare a soddisfare una fame più animale e istintiva. Era stato bello all’inizio del rapporto, ma lentamente, quella bramosia selvaggia, aveva iniziato a lasciarla spossata e delusa.
Entrò in macchina e guardò l’orologio sul cruscotto. Erano le 20 e 10. Maledisse con il pensiero le ore di straordinario. Mise in moto la macchina e s’infilò nel traffico della città diretta verso la villa di Federico sulle colline a nord della città.

*

«Adesso arriva la ragazza», sussurrò Monica a un Federico sempre più debilitato dallo sforzo di rompere le corde che lo tenevano inchiodato alla sedia. Nel silenzio della casa echeggiò lo squillo del campanello.
Monica si voltò verso la porta e ridendo come una iena ferita guardò suo marito e disse: «È qui.»

*

Nina aveva visto solo una foto nel telefonino di Federico e non era riuscita a esprimere un parere obiettivo sulla bellezza della moglie. Forse qualche chilo di troppo appesantiva l’ovale del viso, la pettinatura era un po’ barocca per una donna della sua età e il naso troppo lungo. Ma gli occhi intensi che la fissarono dal display sapevano attirare l’attenzione con il loro taglio particolare, esotico.
Suonò una seconda volta insistendo con il dito sul pulsante.
La porta si aprì dopo pochi minuti e apparve una cameriera sorridente che le chiese: «Si? Chi desidera?»
Nina ricordava che nell’e-mail Federico l’avvisava che la servitù sarebbe stata tutta via per un permesso speciale, ma forse ricordava male o aveva letto con poca attenzione il messaggio mentre seguiva i movimenti del capo-ufficio tra le scrivanie del reparto contabile.
«Sono qui per parlare con il dottor Melas», rispose Nina, con voce neutra, sorridendo imbarazzata alla cameriera che la fissava con occhi attenti, vagamente spiritati.
«Oh, sì… il dottore mi ha avvisato del suo arrivo. La prego, si accomodi…», e spostandosi di lato fece entrare la ragazza.
Nina si guardò intorno mentre la cameriera alle sue spalle chiudeva la porta, e capì cosa voleva dire essere imbottiti di soldi semplicemente guardando il lampadario di cristallo che pendeva imponente dal soffitto.
Con un sorriso tenero pensò alla lampadina che pendeva nuda dal soffitto nel salotto di Sonny e senza aggiungere una parola seguì la cameriera su per la scalinata che portava ai piani superiori.
La cameriera saliva le scale di marmo lentamente e parlava.
«Ha trovato molto traffico?»
«Quello solito delle otto di sera. Tutti rientrano a casa e c’è un po’ di confusione.»
«Io non amo guidare. Ho paura delle macchine.»
«Capisco.»
«Lei guida da molto?»
«Ho la patente da sette anni ormai.»
«La invidio sa? Io vorrei tanto guidare ma non riesco proprio a vincere la paura. Venga, il dottore è qui» disse la cameriera alla fine della scala.
Si diresse verso il corridoio di destra e si fermò davanti a una porta chiusa.
«Bussi pure ed entri.»
«Grazie», rispose Nina, accostandosi allo stipite della porta.
La cameriera indietreggiò di tre passi.
Nina bussò.
Da dietro la porta arrivò un suono strano, una specie di mugolio.
“Ti prego fa che non mi abbia comprato il gatto d’angora che gli ho chiesto per tanto tempo. Non ora, non qui…” pensò mentre apriva la porta incerta sulla faccia che avrebbe fatto alla vista del gattino tra le gambe di Federico.
Fu solo una breve apparizione quella che le apparve oltre la soglia della porta.
Federico nudo, legato ad una sedia tutto ricoperto di sangue che cercava di urlare qualcosa che non riusciva a sentire.
Si voltò verso la cameriera per capire cosa stava succedendo, quando un colpo in piena fronte spense la sua coscienza, spedendola dritta sul pavimento come una bambola di pezza.
Monica rise come una matta.
«È arrivata la ragazza!» disse, e con un veloce movimento delle mani afferrò Nina per le gambe e la trascinò dentro la camera con un sorriso soddisfatto.

venerdì 3 maggio 2013

IL WEEKEND


Peter Cameron è un autore americano e questo è il suo secondo romanzo, pubblicato negli Stati Uniti nel 1994... quasi vent'anni fa. Ora arriva in Italia, grazie ad ADELPHI, e leggendolo possiamo ammirare la maestria di Cameron nel raccontare piccole storie di uomini e donne che ci rassomigliano più di quanto vorremmo. La sua arte tocca le vette massime quando scrive i dialoghi; sono così perfetti, credibili, musicali... che ti sembra di ascoltare degli sconosciuti chiacchierare nello scompartimento di un treno. Mi è capitato diverse volte questo effetto straniante: l'impressione di spiare qualcuno... travalicando la mia funzione di lettore. Sensi di colpa compresi per la mia incapacità di allontanare l'orecchio da quel fiume di parole rubate con l'inganno.
Il libro, come dice il titolo essenziale e senza fronzoli, racconta un weekend in una casa di campagna dove Marian e John, con il loro figlioletto con strani problemi di percezione della realtà, ospitano Lyle, l'ex compagno del defunto Tony (fratello di John) e il suo nuovo amante, Robert, un pittore conosciuto solo un mese prima. La scusa è l'anniversario della morte di Tony. 
Appena arrivati, tutto sembra filare liscio, poi, lentamente, la facciata inizia a perdere pezzi di intonaco e le crepe del ricordo e del dolore vengono alla luce.
Nel libro si alternano capitoli dove Tony è morto e capitoli dove Tony è vivo: parla, mangia, ama, nuota nel fiume, fa l'amore con Lyle. Le due parti, il prima e il dopo, si alternano in un procedere fluido e avvolgente... la morte è solo un passaggio... ma spesso, i ricordi, vivono più splendenti dell'erba tagliata di fresco per accogliere i semi di una nuova vita, di un nuovo inizio. 
Odore di terra umida e di parole non dette. 
E' un libro forte, intenso, malinconico, tagliente... un piccolo "film"... mi ha ricordato "Settembre" di Woody Allen e "Il grande freddo"... dove degli amici si riuniscono nella casa di uno di loro per il funerale di un amico.
Consigliato agli aspiranti scrittori che vogliono imparare a scrivere dei dialoghi perfetti e ai lettori che amano le storie sfumate... con molti chiaroscuri. 
Per me... una delle letture più coinvolgenti degli ultimi mesi.

mercoledì 1 maggio 2013

IL CUORE NON CONOSCE IL LEI


Dopo anni di lavoro frustante in un ristorante che concepiva il lavoro soltanto come numeri di coperti da macinare e massima resa... ora, in questa nuova realtà, nonostante la fatica e la stanchezza, torno padrone della gioia di creare e condividere uno spazio, un'idea...
Mi piace il motto della Botteghina: in questo locale diamo del tu!
Non è scritto da nessuna parte, ma questa è la filosofia del locale.
Niente orpelli inutili o formalismi di maniera.
Prodotti di altissima qualità, tutti freschi e di stagione e un ambiente sereno, allegro, famigliare. 

Ieri sera abbiamo avuto altre piacevoli conferme da diversi clienti e in particolare da una coppia di Brescia .
Arrivati da noi grazie alle recensioni di Trip Advisor... ci hanno confessato di aver passato una serata meravigliosa per la qualità del cibo, la freschezza dei ricci di mare e la simpatia del servizio (ovvero la mia!).
Abituati a girare l'Italia per motivi di lavoro (sono informatori medici) e quindi a mangiare in ristoranti e trattorie, a fine cena, mentre si chiacchierava vicino alla cassa, ci hanno chiesto: "Ma voi da dove sbucate fuori? Da Marte?"
No, non sbuchiamo fuori da un'altra galassia... facciamo semplicemente il nostro lavoro mettendoci anima e cuore... quello che molti, ormai, non ci mettono più.
Semplice. 

Vi lascio con una canzone bellissima che accompagna le mie mattine lavorative da qualche tempo.  Si fanno le pulizie e ci si strugge il cuore... con allegria.


martedì 30 aprile 2013

LINGUA SORDA


Il corso d'inglese procede.
Andrew è un grande.
L'ora di lezione passa senza sentire il peso dello studio.
Migliora il mio rapporto con gli stranieri. 
Ormai, con alcuni trucchi posso risolvere un numero sempre maggiore di problemi e di richieste.
Tutto ok con inglesi, americani, giapponesi, danesi, olandesi, spagnoli, tedeschi... c'è solo un'etnia che crea seri problemi di gestione e confronto... e questo favoloso popolo così autoreferenziale da non sforzarsi neanche un po' per comunicare con un cameriere, sapete qual'è?
Ma i francesi, no?
Avevate qualche dubbio?
Mai trovati clienti più ottusi (non voglio usare la parola... "stupidi") e limitati.
Hanno persino problemi a salutare con un Ciao (giuro... una giovane coppietta ha guardato la guida prima di pronunciarlo giusto!), per non parlare della gestione minima della lingua inglese.
Zero.
E meno male che il corso lo faccio solo io.

Mais ces Français pensent qu'ils sont les seuls êtres vivants dans le monde?

lunedì 29 aprile 2013

INCONTRO RAVVICINATO DEL TERZO TIPO


Sabato sera, in ristorante, è entrata una ragazza con due amiche per chiedere un tavolo. Quando l'ho vista, alta più di un metro e ottanta, con i capelli rasta (molto curati e coreografici) e un lungo impermeabile nero (quel giorno pioveva), sono rimasto incantato dalla sua bellezza.
Era la personificazione femminile del cantante dei Tokio Hotel... era persino più bella... perché lo ricordava senza un filo di trucco. 
Era materialmente impossibile non notarla e le sue due amiche, sebbene carine, venivano cancellate dal suo prorompente carisma. 
A fine cena mi ha fatto una domanda classica:
"Puoi dirmi dove si può andare per continuare la serata?"
Io ho sorriso e ho risposto:
"E lo chiedi a un cameriere pelato, un po' avanti con l'età e vistosamente pallido e sovrappeso?"
E lei: "Ho l'impressione che ti butti troppo giù!"
"No, dico solo la semplice verità. La mia vita sociale, con questo lavoro, è quasi inesistente, ahimè!"
Lei ha sorriso e mi ha ringraziato per la disponibilità.
Dispiaciuto per la mia ignoranza mondana, ho chiesto subito informazioni a un tavolo di giovani ragazze autoctone, e mi hanno fornito delle dritte preziose che ho girato immediatamente alla bellissima Matrix. 
Lei mi ha sorriso e mi ha ringraziato... sparendo nella notte come un miraggio notturno o un riflesso della mia fantasia.

A volte... il mio lavoro totalizzante... riesce a regalarti qualche incontro ravvicinato del terzo tipo.

sabato 27 aprile 2013

UN ALIENO SUL COMPUTER


"Sono sempre stato consapevole di possedere una spiccata sensibilita’ ed un immenso amore per l’Arte. Ho sperimentato dalla pittura al teatro, dalla danza alla creazione di costumi e tant'altro... Finalmente dopo la mia laurea in Gestione Alberghiera e un diploma post-laurea in Gestione delle Operazioni Aziendali conseguiti a Glasgow, ho preso coscienza di cosa mi gratifichi maggiormente, cosi ho voluto con molta determinazione inseguire la mia piu’ grande ispirazione: quella di lavorare nel mondo dell’Arte. Grazie alla fotografia ho scoperto il modo di unire tutti i miei talenti. Con essa creo una dimensione dove stile, ambience ed emozioni convivono dando vita a personaggi senza tempo. Amo trovare ispirazione dal soggetto che sto per fotografare; uso la mia sensibilita' per la fotografia di reportage dove carpe diem, attenzione ai particolari, curiosita' e intuizione possono immortalare scene indimenticabili. Credo di non avere uno stile ben definito, amo sperimentare. Tutti possono far foto ma non tutti vedono le cose allo stesso modo, guarda con i miei occhi e goditi il viaggio!"

Così si presenta ANTONIO GIGLIOTTA nel suo sito coloratissimo e folle. Lui, fotografo e art-director, è piombato come un alieno sullo schermo del mio computer grazie a una condivisione di Boy George... uno che di travestimenti e cose folli se ne intende. Incuriosito sono andato a spulciare su Google e ho scoperto questo personaggio curioso, folle, bizzarro. Le foto sono iper-colorate, estreme, provocatorie, infantili, innocenti, spiazzanti, allegre, giocose... un mix di colori e richiami per giocare con la propria immagine e il proprio corpo. 












Se le foto di Antonio Gigliotta vi hanno divertito... e volete saperne di più... fatte un salto nella sua pagina MySpace.

venerdì 26 aprile 2013

BAMBINI DI OGGI


Vi capita mai di guardare il volto di un bambino piccolo, molto piccolo, e di restare incantati dall'espressività del suo volto?
In quel momento hai l'impressione di osservare il volto di un adulto condensato nei lineamenti di una piccola creatura lunga meno di un metro. 
Occhi vividi, intensi... capaci di scrutarti con una profondità disarmante.
Sorrisi aperti, misteriosi, accennati... e lunghi silenzi.
Ti senti osservato, indagato e ti chiedi: "Cosa vede davvero di me?"
Mi è capitato di recente con Ernesto, il figlio della mia datrice di lavoro (un anno e tre mesi) e mi è ricapitato con la figlia di 8 mesi di una sua amica. 
La bambina si chiama Libera Mafalda (già un inno alla libertà, all'indipendenza e alla ribellione) e possiede un'intensità di sguardo e una mimica facciale davvero impressionanti.
E' difficile non fissarla e non restare ammaliati dal suo prorompente carisma.
La mamma mi ha rivelato che già a un mese di età, quando di solito i neonati hanno dei volti poco espressivi e definiti nei lineamenti, lei, tenace e caparbia, aveva già messo su questa faccina sveglia e impertinente.
Riesco quasi a proiettarmi nel futuro... già la vedo... piccola di statura, magra, mora e con due grandi occhi neri... una bella parlantina e una forte curiosità per il prossimo... camminare a testa alta lungo le strade del mondo.
Quando incontri bambini così... riflessi di un mondo famigliare sereno e positivo... ti illudi per un attimo che un futuro migliore ci sarà per lei... per loro.
I bambini di oggi.